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Il ricordo di Willie Pep: sfuggente e beffardo, sul ring come nella vita

Era sfuggente, imprendibile, irriverente nei modi e nelle parole: Willie Pep, all’anagrafe Guglielmo Papaleo, è stato un boxeur incredibile, secondo molti non solo il miglior peso piuma di sempre, ma addirittura il più grande di sempre.

Chiamano Ray Robinson il miglior pugile pound for pound. Io sono il miglior combattente, oncia per oncia”: Pep sta tutto in queste parole.

Nel 1946, in procinto di affrontare Jackie Graves, Willie scommise con Don Riley, un giornalista sportivo, che avrebbe vinto un round senza tirare un singolo colpo. Questo è quanto scrisse Riley di quel round: “Per tre minuti Pep si mosse, schernì, volteggiò, legò con Graves – ma non lanciò mai un pugno. Era un eccezionale spettacolo di boxe difensiva, così abile, così astuto, così sottile, che gli 8000 fan ruggenti non si accorsero che la tattica di Pep era completamente priva di offesa”. Quel round lo vinse. Sebbene il racconto abbia assunto, nel tempo, i connotati della leggenda, esistono singoli fotogrammi e brevi video di quella ripresa: in ognuno di essi Pep si limitava a irridere l’avversario schivando qualunque colpo questo lanciasse.

Nato il 19 Settembre del 1922 a Middletown, piccolo centro del Connecticut a forte presenza di immigrati di origini italiane, Pep imparò ben presto a combattere per difendere la sua pezza da lustrascarpe nei duri sobborghi della capitale, Hartford, dove viveva con la famiglia di origini siciliane.

Pep era un ragazzino minuto, come lui stesso si divertiva a ricordare: “Pesavo circa 40 chili bagnato fradicio,” raccontava, “non sapevo nulla della boxe. Ero solo un ragazzino. Ma sapevo abbastanza su come non farmi colpire.”

Nel 1937 Pep comincia la sua carriera da dilettante. Siamo negli anni della Grande Depressione, e in Connecticut ai pugili dilettanti è permesso combattere per soldi. Al giovane lustrascarpe non pare vero di poter guadagnare, anche piuttosto bene, boxando tutti i venerdì sera.

Nel 1938, nella soffitta di un negozio di mangimi, Willie si trova ad affrontare un pugile di New York, giudicato scadente da qualcuno che non aveva la minima idea di chi fosse quel giovane afroamericano. Pep si accorse ben presto dell’abilità di quel pugile, che era giunto appositamente da un altro stato per i soldi e combatteva sotto pseudonimo. Quella sera Pep uscì sconfitto per decisione unanime contro un giovanissimo Sugar Ray Robinson, ben figurando nonostante i quasi 12 kg di svantaggio.

Divenne professionista nel 1940 e si impose all’attenzione di tutti con una striscia di 63 vittorie consecutive, tra cui quella contro Chalky Wright per il titolo mondiale dei pesi piuma nell’ottobre 1942, a soli 20 anni.

Nel 1943 affrontò il peso leggero Sammy Angott, e Pep si lasciò coinvolgere in quella che divenne una rissa da bar, favorendo così l’avversario, più alto e ben più pesante, e uscendone sconfitto, per la prima volta. Dieci giorni dopo era di nuovo sul ring, ad inaugurare una impressionante striscia di 72 match vinti e un pareggio.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Pep continuò la sua carriera di pugile mentre prestava servizio presso la marina militare degli Stati Uniti, da cui venne congedato per un timpano perforato, e l’esercito. Collezionò altre 43 vittorie ma nel Gennaio del 1947 fu coinvolto in un grave incidente aereo, da cui ne uscì con la schiena e una gamba rotta. Ciò nonostante si riprese velocemente e ritornò a combattere con lo stesso vigore.

Storica è la rivalità con Sandy Saddler, pugile dotato di un pugno secco e preciso e dalle leve più lunghe.

Quella con Sandy, nel 1948, fu la seconda sconfitta in carriera, e ancora una volta Pep commise l’errore di farsi coinvolgere in una specie di rissa, finendo KO al quarto round. I due si incontrano nuovamente due mesi dopo e Willie riuscì ad ottenere la sua vendetta, fratturando la mascella di Saddler e vincendo ai punti, ma rischiò seri danni alla vista a causa dei tremendi tagli rimediati. Si sfidarono una terza volta nel 1950, davanti a 39000 persone e, nonostante un grande match, Pep fu costretto a ritirarsi a causa di una spalla gravemente lussata. Un anno dopo i due si ritrovarono nuovamente uno di fronte all’altro e ne venne fuori un match talmente violento, più simile ad un pestaggio senza regole che ad un incontro di boxe, che Saddler fu sospeso a tempo indefinito, mentre a Pep venne revocata la licenza per 17 mesi. Vinse Saddler, ma il verdetto fu oggetto di dibattito per lungo tempo.

Nella sua carriera di professionista Pep ha combattuto un totale di 241 incontri, perdendone undici e pareggiandone uno.

Tra le pieghe di una storia da virtuoso del ring, i risvolti di una vita vissuta intensamente: sei mogli, la passione per il gioco d’azzardo e le corse dei cavalli, un arresto per gioco illegale e il costante bisogno di soldi che lo spinse a combattere con una frequenza elevatissima.

Si ritirò una prima volta nel 1960, ma tornò sul ring nel 1964 per alcuni match di poco conto. Si ritirò quindi definitivamente nel 1966, con queste parole: “Il declino di un pugile? Prima si perde il movimento di gambe. Poi si perdono i riflessi. Infine si perdono gli amici.”

Con la stessa impertinenza affrontò l’Alzheimer, che lo colpì anni dopo. Così si rivolse alla sesta moglie, Barbara, quando un medico sottolineò come i colpi ricevuti fossero responsabili dei danni riportati e della malattia: “Ma tesoro, non sono mai stato colpito!

Morì nel 2006, il 23 Novembre, all’età di 84 anni. Oggi, nell’anniversario della morte, ci piace ricordarlo sul ring, sfuggente e beffardo come è sempre stato, anche nella vita.

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