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40 anni fa, Salvador Sanchez alle prese con la minaccia chiamata Castillo

Solitamente la storia la scrivono i vincitori. Non c’è gloria per gli sconfitti e, molto spesso, nemmeno memoria o semplice ricordo.

Nella boxe accade però che l’onore delle armi venga spesso concesso anche agli sconfitti, specie quando mettono in gioco tutto ciò che hanno, tentando di andare oltre i propri stessi limiti.

Sta anche in questo assunto la bellezza della noble art.

Ruben Castillo è stato un grande pugile, coriaceo, tenace, uno di quelli che sul ring ha sempre provato a dare tutto. In carriera ha avuto quattro occasioni per vincere il titolo. Ma sulla sua strada si è ritrovato tre hall of famer, oltre al forte Juan Laporte: Julio Cesar Chavez, Alexis Argüello e Salvador Sanchez.

Salvador “Chava” Sanchez è considerato ancor oggi uno dei più grandi pugili messicani di sempre. Un predestinato, giunto in una palestra quasi per caso, semplicemente perché ne aveva una vicino casa. Sebbene provenisse da una famiglia di umili origini, Salvador non conobbe quella povertà che spesso diviene molla principale nella ricerca ossessiva di riscatto, sociale ed economico: “Da piccolo ero uno dei tanti e sono finito in palestra perché era un modo per fare sport. Non potevo far altro, c’era solo quella vicino casa, ma ho apprezzato subito il pugilato. Fossi nato nei sobborghi di Londra forse avrei fatto il calciatore, a Dallas il giocatore di baseball, ad Hong Kong il giocatore di ping pong. Le nostre passioni, spesso, nascono proprio dall’ambiente in cui si viene al mondo”.

Dotato di ottima tecnica, di pugno duro ma soprattutto di rara intelligenza pugilistica, Salvador sul ring sapeva sempre cosa fare. A soli 21 anni strappò la cintura di campione del mondo WBC dei pesi piuma al detentore, Danny Lopez, un pugile ben più esperto di lui, mettendolo KO al 13° round. Combatteva con quella caratteristica posizione, a testa alta e viso scoperto, così poco ortodossa. Eppure, nonostante abbia affrontato pugili di grandezza assoluta, in pochissimi riuscirono a metterlo in difficoltà. Tra questi, Ruben Castillo.

Quando i due si affrontarono, il 12 aprile 1980, in molti si aspettavano un match aggressivo da parte di Sanchez. Invece il giovane messicano, probabilmente conscio dell’indole battagliera di Castillo, preferì combattere un match di scherma, in cui era certamente superiore. Ciò nonostante, Castillo mise in tremenda difficoltà Salvador. La sfida per il titolo e il quotato avversario spinsero Ruben a dare il meglio di sé. Per i primi round, le combinazioni rapide e precise di Castillo colsero di sorpresa Sanchez, apparso fin troppo passivo inizialmente. Ci mise un po’ ad entrare nel match, ma dal 5° Salvador crebbe in modo vertiginoso, e cominciò ad anticipare e a prender il tempo sistematicamente a Castillo. Salvador aumentò ulteriormente la pressione e la stanchezza sembrò spegnere l’agonismo di Ruben. Sul finire dell’ottavo round Castillo riuscì a mettere a segno un bel destro, ma la sua produzione offensiva era vistosamente calata. Sanchez continuò a muoversi sul ring con grande agilità, centellinando le energie per andare a segno con buoni colpi. Castillo, muovendosi lungo le corde, tentò di riprendere un po’ di vigore, entrando in azione con combinazioni sporadiche che ebbero l’effetto di frenare un altrettanto stanco Salvador.

All’11° Castillo ebbe un sussulto e a fine ripresa mise a segno tre ganci consecutivi, dimostrando di essere tutt’altro che spento. Nei successivi round i contendenti ripresero a combattere a ritmo sostenuto. Sanchez condusse il match con un’azione più continua, soprattutto grazie al destro, “dando l’impressione di saper esattamente cosa fare“, nelle parole del commentatore. Ma fu Castillo a rendersi più pericoloso, con colpi insidiosi e repentini, come il bel gancio sinistro che andò ad impattare sulla mascella di Sanchez a fine 13a ripresa. Ciononostante Sanchez sembrò assorbire senza problemi i colpi del rivale e proseguì a dettare i tempi dell’incontro.

Le riprese finali se le aggiudicò Sanchez, che seppe gestire con grande calma e intelligenza gli ultimi istanti del match. Al contrario Castillo, forse per stanchezza, forse perché ormai convinto di aver fatto abbastanza per aggiudicarsi la contesa, frenò la sua azione.

Quella notte Sanchez vinse per decisione unanime e, sebbene il verdetto possa comunque apparire corretto, sono in molti a ritenerlo per lo meno dubbio. Ma al di là del risultato, negli occhi del pubblico rimasero le splendide gesta di questi due atleti, che diedero vita ad un grande match.

Siamo ad oggi, a 40 anni esatti da quella notte.

Ruben ha 62 anni, si è ritirato a vita privata e si diletta saltuariamente con il golf.

La sorte non è stata altrettanto benevola con Sanchez. A soli 23 anni, in piena ascesa, con la cintura di campione del mondo alla vita e in rotta di collisione con l’altro astro nascente del pugilato messicano, Julio Cesar Chavez, scomparve in un tragico incidente. Un sorpasso azzardato causò lo schianto frontale contro un camion: Salvador morì sul colpo. Di lui sopravvive il ricordo e il rimpianto per un talento scomparso prematuramente.

 

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