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Al pugile non si perdona nulla, eppure dalla sconfitta si può rinascere!

Tra poche ore salirà sul ring del Liacouras Center di Philadelphia Julian Williams.

Il 10 dicembre del 2016 Williams subiva una brutta sconfitta per mano di Jermall Charlo: fulminato da un pesantissimo montante destro e poi messo definitivamente KO.

Oggi Williams sale sul quadrato da campione del mondo IBF e WBA, titoli conseguiti dopo aver battuto in modo limpido Jarrett Hurd. Nessuno si aspettava una sua affermazione: e questo semplicemente perché aveva perso un solo match.

La boxe è uno sport meraviglioso, ma sa essere terribilmente crudele. Come farsi un giro di giostra su di un ottovolante: una vittoria può catapultarti da perfetto sconosciuto a superstar mondiale nel battito di un ciglio, così come una sconfitta può toglierti tutto, morale e aspirazioni, grazie a stampa e opinione pubblica, sempre abilissime a sentenziare e a tagliare le gambe al pugile battuto.

Questa è esattamente la storia di Julian Williams, ma non solo, è anche la storia di Andy Ruiz Jr., di Miguel Berchelt, Badou Jack, Daniel Jacobs e soprattutto di Tevin Farmer ed Anthony Joshua. In realtà sarebbe la storia di molti altri, probabilmente di qualunque pugile abbia subito una sconfitta precoce o eccessivamente dura.

Il fatto è che al pugile non si perdona nulla: non è ammessa debacle, non è ammesso un momento di difficoltà, non è ammesso nemmeno un percorso di crescita o tanto meno di rinascita.

Perdere è visto come un qualcosa di inconcepibile. Floyd Mayweather Jr. in questo ha fatto più danni della grandine, sebbene involontariamente. Un ruolo fondamentale lo giocano i promoter e i media, che vendono un prodotto mediatico e che sono i primi attori nel valorizzare o screditare un pugile.

Eppure da una sconfitta si può crescere, se non addirittura rinascere: modificare il proprio stile, prendere consapevolezza dei propri punti deboli, prendere una vera e propria lezione pugilistica e farne tesoro – ciò che fece Canelo con Mayweather – o semplicemente  togliersi il peso di un’effimera imbattibilitá o di aspettative troppo logoranti.

Il caso Joshua è indicativo. Messo su di un piedistallo grazie ad una sapiente macchina promozionale e “venduto” come atleta di punta di tutto il movimento pugilistico mondiale, è stato poi tirato giù da quello stesso piedistallo letteralmente a calci, subissato di critiche feroci, ben oltre il legittimo, per una sconfitta certamente inaspettata, ma giunta contro un avversario poco noto e salito sul ring come rimpiazzo, probabilmente sottovalutato.

Ora, chi scrive non ha mai ritenuto Anthony Joshua un combattente fenomenale. Ma gli va dato atto di essere tornato su quel ring dopo una cocente battuta d’arresto, contro lo stesso avversario che lo aveva messo più e più volte al tappeto, e di aver messo in mostra coraggio, una condizione fisica smagliante – finalmente da vero pugile e non da body builder – , una grande autorità e una condotta tattica ineccepibile.

Solo gli stolti possono rimproverarlo per aver stravinto evitando lo scontro dalla corta distanza, che avrebbe avvantaggiato in modo altrettanto stolto un avversario dalle leve nettamente più corte e rapide, un po’ come andare al patibolo volontariamente. Solo chi è in malafede può rimproverare Joshua di non aver messo KO Ruiz, dopo che il messicano ha retto almeno tre destri che avrebbero abbattuto un muro.

E così ecco nuovamente Anthony sul tetto del mondo. E Ruiz?

Come era lecito aspettarsi, eccolo catapultato alle stalle dopo qualche mese passato tra le stelle. E sebbene nessuno giustifichi certi trattamenti, è tuttavia lecito pensare che qualche critica Andy se la sia cercata: apparso ulteriormente zavorrato, dopo aver fatto registrare il suo picco di peso da che è professionista, tra le sedici corde è apparso lento, prevedibile e poco reattivo, oltre che poco motivato, come ammesso poi in conferenza stampa.

Ma come ogni altro combattente che subisce una disfatta, Andy Ruiz Jr. non è un pugile finito, per lo meno non fino a che saprà trovare le motivazioni per allenarsi con convinzione e con le motivazioni giuste, le stesse che hanno animato Jacobs dopo il bruciante KO subito contro Dmitry Pirog e soprattutto dopo il cancro alle ossa, o come il messicano Miguel Berchelt, oggi incontrastato campione dei superpiuma WBC, in costante ascesa dopo quell’unica battuta d’arresto rimediata contro Luis Eduardo Flores nel lontano 2014.

Un caso ancor più clamoroso è quello di Tevin Farmer. A vederlo combattere oggi, uno penserebbe ad un fighter imbattuto. E invece la sua carriera è iniziata sotto i peggiori auspici, con quattro sconfitte e un pareggio nei primissimi incontri, anche a causa di una preparazione non ottimale. Dal TKO con Pedraza, è cominciato un graduale percorso di crescita, minimizzando i difetti e valorizzando le qualità più spiccate, come la rapidità di gambe e braccia e la capacità di non concedere bersaglio all’avversario. Così fino alla conquista della cintura di campione del mondo IBF dei superpiuma.

Che la sconfitta possa rientrare in un normale percorso di crescita, o che possa essere contemplata come semplice battuta d’arresto o addirittura come rinascita, dovrebbe essere la normalità.

Del resto c’è – quasi – sempre una seconda opportunità. Lo sa bene Julian Williams, e lo sa altrettanto bene il fuoriclasse ucraino Vasyl Lomachenko, che da quel puntino rosso nella casella losses non s’è più fermato.

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One comment

  • Renzo Di Napoli

    Dopo una bruciante sconfitta si puo rinascere la sconfitta è come un pit stop della F1 ma il match deve essere ” pulito” e questo nella boxe non sempre avviene

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