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Buon sangue non basta: i figli d’arte che hanno deluso le attese

L’ennesimo tentativo di rilanciare la carriera di Julio Cesar Chavez Jr andrà in scena questa sera a Phoenix, ma qualunque dovesse essere il risultato finale, che sulla carta è scontato in favore del suo avversario Daniel Jacobs, nessuno si illude più che il discontinuo atleta messicano possa ripercorrere neppure in minima parte le orme paterne. Quella dei figli d’arte rimasti invischiati nella mediocrità o quantomeno incapaci di grandi trionfi è una lista piuttosto lunga; con l’approfondimento di oggi andiamo allora a riepilogare le gesta di alcuni di essi.

George Foreman III

L’immenso campione George Foreman non ha certamente brillato per fantasia nella scelta dei nomi dei suoi figli. Tutti e cinque i suoi discendenti sono stati infatti chiamati esattamente come il padre, da George II fino a George VI, tanto da rendere necessario un soprannome per ciascuno. Il secondogenito George III, detto “Monk”, fu l’unico che provò a seguire l’esempio del padre destreggiandosi tra le sedici corde e inizialmente lo fece di nascosto, per timore della reazione che i genitori avrebbero avuto nel prenderne coscienza. La madre, Andrea Skeete, avrebbe in seguito rivelato che mai si sarebbe aspettata che suo figlio potesse diventare un pugile, in virtù del suo carattere mite e della sua capacità di non perdere mai la calma. George cercò di imitare gli allenamenti del padre dimostrando a sua volta una superba forza fisica, ma decisamente meno mirabili si dimostrarono la sua tecnica e la sua coordinazione. Pur ritirandosi da imbattuto con 16 vittorie di cui ben 15 prima del limite, “Monk” affrontò unicamente avversari di livello scadente, tanto che sommando i loro record si perviene ad un totale di 107 vittorie e 220 sconfitte. Fortunatamente il ragazzo comprese i suoi limiti e appese i guantoni al chiodo prima di incontrare rivali pericolosi.

Marvis Frazier e Joe Frazier Jr

Protagonista di una buona carriera dilettantistica, coronata da diversi successi a livello giovanile, Marvis Frazier aveva dato da ragazzo la sensazione di avere di fronte a sé un futuro radioso. In canotta aveva sconfitto pugili del calibro di Tony Tubbs e Tim Witherspoon, ma la sconfitta patita per KO al primo round contro James Broad nel torneo di qualificazione per le Olimpiadi di Mosca era stata un primo chiaro segnale di allarme. Troppo inconsistente sul piano fisico per competere con i giganti della categoria regina, Marvis fallì in malo modo gli appuntamenti decisivi della sua breve carriera. Il match contro Larry Holmes fu ritenuto talmente squilibrato alla vigilia che la WBC si rifiutò di renderlo valido per il mondiale. Tanto Holmes quanto Mike Tyson dopo di lui annichilirono Frazier in meno di round e suo padre Joe, che lo allenava, fu messo sotto accusa per aver voluto trasformare in un picchiatore quello che da dilettante era stato un pugile molto tecnico. Ancor meno significativo fu il percorso di Joe Frazier Jr, detto Hector, l’altro figlio di Joe, che si produsse in una carriera anonima nei pesi welter senza conseguire vittorie di rilievo. Tornando a Marvis, ecco il terribile KO subito ad opera di Mike Tyson:

Ronald Hearns

Non sempre un padre vuole che il proprio figlio segua le sue orme. Il grande campione Thomas Hearns non era contrario in linea di principio al fatto che il suo Ronald praticasse la boxe, ma era fermamente convinto che tale occupazione dovesse essere considerata secondaria rispetto al percorso universitario. E così Ronald, vedendo sbarrata per lui la porta delle palestre, si concentrò sugli studi arrivando a laurearsi in Diritto Penale. Soltanto dopo questo importante traguardo suo padre iniziò a supportarlo nell’inseguire il sogno di diventare un pugile professionista, ma il suo incoraggiamento non su sufficiente a garantire a Ronald una carriera di successo. Il figlio d’arte vinse i campionati nazionali da dilettante nel 2004 e passò pro subito dopo, nonostante l’esperienza tra gli amateur fosse stata brevissima. I risultati non arrivarono: pur evidenziando una buona potenza Hearns dimostrò anche una notevole fragilità. Ottenne una chance mondiale più per merito del suo cognome che per quanto fatto vedere sul ring e i suoi buoni propositi si infransero contro una striscia di quattro sconfitte prima del limite consecutive da cui non seppe risollevarsi.

Hector Camacho Jr

Uscire dall’ombra di un padre blasonato non è semplice, ma farlo quando il padre in questione conduce la sua carriera in parallelo, figurando talvolta addirittura negli stessi eventi del figlio, è quasi impossibile. Quando Hector Camacho divenne padre di Hector Jr, aveva soltanto quindici anni e non c’è da stupirsi se l’infanzia del ragazzo fu contraddistinta da una figura paterna evanescente, impegnata a costruire la propria carriera piuttosto che a occuparsi della crescita del figlio. Hector Jr tuttavia visse da vicino alcuni dei grandi eventi che ebbero per protagonista chi lo aveva messo al mondo: a soli otto anni fu visto mentre simulava uno sparring con il papà prima che quest’ultimo salisse sul ring per affrontare il feroce picchiatore Edwin Rosario. Camacho Jr provò dunque a diventare l’erede sportivo del “Macho Camacho” originale, ma ciò che gli mancò, più di ogni altra cosa, fu il carattere: al primo match davvero duro, contro l’argentino Jesse James Leija, Hector si rifiutò di andare avanti dopo una testata che gli provocò una ferita apparentemente banale. Da lì in poi, complice il disinteresse del padre per la sua carriera, perse ogni motivazione, aumentò di peso e ricavò diverse sconfitte inopinate come quella per KO al primo round contro David Lemieux che vi proponiamo di seguito:

Julio Cesar Chavez Jr e Omar Chavez

Che Omar Chavez non avesse alcuna possibilità di dare ulteriore lustro al cognome del padre apparve chiaro fin dai suoi primi anni da professionista che lo videro stentare contro avversari modesti e pareggiare con un pugile che aveva dieci sconfitte e nessuna vittoria. Omar difatti non evidenziò grandi qualità al netto di una testa piuttosto dura che gli permise non essere mai fermato prima del limite. Il momento più alto del suo percorso da pro fu il KO in due riprese del 2017 su Ramon Alvarez, il cui fratello Saul, meglio noto come Canelo, si sarebbe vendicato il mese successivo infliggendo una batosta al fratello di Omar: Julio Cesar Jr. Quest’ultimo generò aspettative ben più alte e ottenne anche migliori risultati arrivando a cingersi la vita con la cintura WBC dei pesi medi. La sua mascella, il suo fisico possente e la sua capacità di esaltarsi nello scontro a viso aperto lo imposero dunque all’attenzione internazionale, ma le sue lacune tecniche, l’assenza di un piano B e la prevedibilità delle sue soluzioni offensive non gli consentirono di diventare più di un pallido riflesso di quello che era stato il padre. L’argentino Sergio Martinez gli impartì una lezione di boxe clamorosa e da quel momento Julio salì di peso e sprofondò nella mediocrità. Soltanto un miracolo questa sera potrebbe farlo risorgere dalle sue ceneri.

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