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60 anni fa, gli ori di Benvenuti e Clay: due stelle in rampa di lancio

Sono passati 60 anni da quella memorabile giornata romana in cui le finali di pugilato della rassegna olimpica del 1960 lanciarono nel firmamento della boxe un gran numero di stelle in rampa di lancio. Alcuni di quei vincitori in seguito si persero per strada, naufragando nel difficile mondo del professionismo; altri invece seppero dare continuità al trionfo olimpico coprendosi di gloria anche nella difficile boxe a torso nudo. Nell’anniversario di quelle medaglie d’oro conquistate il 5 settembre del 1960, vogliamo porre la lente d’ingrandimento sulle performance di due campioni in particolare: il nostro fuoriclasse Nino Benvenuti, vincitore nella categoria dei pesi welter, e l’americano Cassius Clay, all’epoca militante nei mediomassimi, che anni dopo avrebbe mutato il proprio nome in Muhammad Ali scrivendo alcune delle pagine più significative della storia del pugilato.

Nino Benvenuti vs Yuri Radonyak

Nino era la nostra punta di diamante: la fortissima nazionale italiana del tempo contava infatti soprattutto su di lui per tingere d’azzurro la manifestazione. Nulla venne lasciato al caso, a partire dal peso: Benvenuti fu indotto a scendere di categoria dai superwelter ai welter al fine di massimizzare le sue probabilità di successo e la scelta si rivelò vincente. Uno dopo l’altro il talentuoso atleta triestino dominò i rivali che gli venivano posti di fronte superandoli tutti con un rotondo 5 a 0 della giuria. Prima il francese Jean Josselin, che sarebbe diventato campione europeo nei pro, poi il coreano Ki Soo Kim, che anni dopo avrebbe strappato a Nino il mondiale nei professionisti con un verdetto contestatissimo in Corea del Sud, quindi il bulgaro Shishman Mitsev e infine il britannico Jim Lloyd: furono questi i quattro avversari che condussero l’italiano alla sospirata finale. L’ultimo ostacolo da superare era il sovietico Yuri Radonyak che come tutti i suoi connazionali non sarebbe mai passato professionista e che quindi vedeva nella medaglia d’oro olimpica il massimo traguardo raggiungibile in carriera. Il suo percorso era stato meno agevole di quello di Nino: per ben due volte il russo si era imposto per il rotto della cuffia con un risicato punteggio di 3 a 2, ma aveva anche siglato un KO sul ghanese Joseph Lartey e portava sul ring una notevole intelligenza tattica, avvalorata in seguito dal brillante percorso di allenatore che lo avrebbe condotto negli anni ’70 alla guida della nazionale sovietica.

Pur essendo più giovane rispetto al rivale, Benvenuti iniziò la finale con lo spirito del veterano, evidenziando una sicurezza nei propri mezzi e una padronanza del quadrato portentose. Non poteva essere altrimenti trattandosi addirittura del centoventesimo match in canotta per il triestino che nei primi tre minuti della sfida esibì tutto il suo repertorio, dal preciso jab sinistro azionato a ripetizione, al lavoro alla figura, ai temibili e spettacolari montanti al mento. Radonyak al contrario approcciò l’incontro della vita con tangibile tensione emotiva, rigido e contratto, e quando nel finale di round cercò finalmente di sciogliersi azzardando un coraggioso attacco frontale fu fulminato da un perfetto gancio sinistro d’incontro che lo spedì al tappeto per il conteggio. La superba prima ripresa diede all’atleta italiano ulteriore tranquillità e la seconda frazione si svolse infatti sulla falsariga della precedente, con un Radonyak più aggressivo e determinato ma anche con un Benvenuti perfettamente a suo agio nel ruolo di incontrista, sempre pronto a fare un passo indietro e a castigare le iniziative del rivale con i suoi fendenti. A tre minuti dalla fine dunque la vittoria appariva già in cassaforte e il pugile triestino, comprensibilmente stanco al quinto match in dieci giorni, tirò un po’ i remi in barca limitandosi a gestire gli assalti disperati del sovietico, generoso ma confusionario nei suoi tentativi tardivi di sovvertire le sorti del confronto. L’ultima ripresa, piena di clinch e improntata sulla bagarre, non bastò comunque a Radonyak a convincere più di un solo giudice: gli altri quattro si espressero giustamente per il nostro portacolori issandolo così sul gradino più alto del podio.

Cassius Clay vs Zigzy Pietrzykowski

Ad acquisire enorme importanza storica nell’ambito del torneo di pugilato di quella manifestazione olimpica fu soprattutto la finale dei mediomassimi che vedeva impegnato lo sfrontato 18enne americano Cassius Clay, al cospetto del più navigato 26enne polacco Zigzy Pietrzykowski, alla sua seconda Olimpiade dopo quella di Melbourne in cui aveva conquistato il bronzo. Appartenente a un paese comunista in cui il pugilato professionistico era bandito, l’atleta di Bielsko-Biala vestì la canotta per tutta la carriera arrivando a far sua una terza medaglia olimpica (altro bronzo a Tokyo nel 1964) oltre alla bellezza di cinque medaglie ai campionati europei (un bronzo e quattro ori) e innumerevoli successi in patria. Per raggiungere la finalissima di Roma il polacco aveva conseguito quattro nette vittorie ai punti, l’ultima delle quali lo aveva visto superare per 4 a 1 in semifinale il nostro rappresentante Giulio Saraudi. Altrettanto impeccabile, benché leggermente più breve, la traiettoria del “futuro Muhammad Ali”, che dopo un esordio concluso vittoriosamente prima del limite aveva facilmente domato ai punti il sovietico Schatkov e l’australiano Madigan. Sul record dilettantistico di Clay le fonti divergono anche considerevolmente, ma è comunque universalmente accettato il fatto che nonostante la giovanissima età egli avesse già disputato più di un centinaio di combattimenti quando approdò nel nostro Paese per la rassegna a cinque cerchi.

Contrariamente a quanto si possa immaginare col senno di poi, la finale del giovane Cassius Clay non fu affatto una passeggiata. Disorientato dalla guardia mancina, dalla tattica elusiva e dal solido jab destro di Pietrzykowski infatti, l’americano faticò e entrare in partita andando spesso a vuoto e venendo sorpreso in avvio dai rientri immediati e precisi del polacco. Poco abituato ad assumere l’iniziativa, quello che in seguito passerà alla storia come “The Greatest” si trovò a disagio nel ruolo di attaccante, ma rendendosi conto della stringente necessità di raddrizzare il match prima che fosse troppo tardi, aumentò notevolmente il workrate nel corso della seconda frazione. Clay continuava a essere poco preciso, ma alzando i ritmi riuscì a trovare nel diretto destro, poco adoperato nel primo round, l’arma vincente per incrinare l’arcigna difesa di Pietrzykowski, raggiunto al volto in maniera pulita in più circostanze. L’ultima ripresa appariva decisiva per l’assegnazione del metallo più prezioso: a un primo round molto tattico favorevole al polacco era seguito un secondo round più vivace in cui i destri di Clay avevano fatto la differenza. Furono gli ultimi tre minuti dunque quelli in cui il talento smisurato del fenomeno di Louisville venne alla luce di prepotenza: dopo aver incassato un terribile sinistro del rivale nella prima parte della ripresa infatti, Clay si scatenò riversando sul malcapitato polacco un’autentica pioggia di fendenti che lo resero sanguinante e prossimo al tracollo. La giuria non ebbe dubbi: i cinque giudici si espressero all’unanimità per Cassius Clay chiudendo così il primo capitolo di una storia destinata a diventare leggendaria.

Intervista a Nino Benvenuti: il campione con la vittoria nel sangue

 

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