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60 anni dalla morte del “cattivo” Max Baer: il predecessore di Wilder?

Oggi, a pochi giorni dall’atteso ritorno sulle scene del Campione del Mondo WBC dei pesi massimi Deontay Wilder, ricorre il 60esimo anniversario della morte di un suo illustre predecessore, il terrificante picchiatore americano degli anni ’30 Max Baer. A quasi un secolo di distanza dalle gesta del peso massimo californiano, la storia sembra ripetersi col protagonista di oggi che presenta singolari punti di contatto con quello di ieri. Ma chi era il grande Max Baer?

Il “finto cattivo” da dare alla gente

Proprio come Wilder, che essendo già occupati i ruoli del “buono” (Anthony Joshua) e del “pazzo” (Tyson Fury) cerca da tempo di accreditarsi il ruolo del “cattivo” della situazione con dichiarazioni roboanti e di gusto discutibile, nascondendo così dietro una maschera la sua indole di bravo ragazzo, Baer si trovò a recitare una parte che non gli apparteneva realmente. Max sbeffeggiava i suoi avversari sul ring col suo sorriso sornione e una gestualità da clown ed esibiva arroganza e altezzosità nelle interviste e nelle conferenze stampa, ma a detta dei familiari e di chi lo ha conosciuto da vicino era un uomo sensibile e generoso, dedito ad attività di beneficenza.

Una sola arma, ma devastante!

I colpi classici nel pugilato sono teoricamente sei: diretti, ganci e montanti da portare con l’uno e con l’altro braccio. C’è chi li usa tutti alla perfezione, chi ne predilige alcuni a discapito di altri e chi fonda interamente le proprie fortune su un singolo colpo micidiale. Lo sa bene chi segue con attenzione Wilder, pugile drammaticamente dipendente dal suo formidabile diretto destro ed estremamente scoordinato e inconcludente quando cerca di variare il repertorio; lo sapevano bene i tifosi di Baer, che grazie al suo “overhand” destro, un gancio caricato la cui traiettoria superava l’altezza della spalla, costruì gran parte del suo successo. La sua arma letale si rivelò però anche il suo limite: privo di altre soluzioni altrettanto efficaci, il “Fustigatore di Livermore” fu disinnescato da chi come James Braddock e Joe Louis seppe studiarne le mosse agendo di conseguenza.

L’etichetta di “assassino” affibbiata da una stampa da strapazzo

Fortunatamente lo sciagurato auspicio espresso durante una trasmissione radiofonica di uccidere un uomo sul ring ha rappresentato per Deontay Wilder soltanto una trovata infelice. Di certo l’americano non avrebbe scherzato sul tema se come avvenne a Max Baer fosse stato costretto a portare un simile peso sulla coscienza. Indirettamente responsabile della morte del pugile Frankie Campbell, deceduto dopo il loro incontro, Max finì nel tritacarne dei giornalisti dell’epoca, che non soltanto iniziarono a dargli del killer, ma tempo dopo attribuirono a lui senza alcun elemento probante persino la colpa della morte di Ernie Schaaf, venuto meno dopo la sfida con Primo Carnera, ma protagonista di un duro combattimento con Baer sei mesi prima. Giorgio Gaber, nel suo celebre capolavoro “Io se fossi Dio” cantava: “Io se fossi Dio maledirei per primi i giornalisti e specialmente tutti, che certamente non sono brave persone e dove cogli, cogli sempre bene”. Probabilmente estremizzava il concetto: chi vi scrive se lo augura, essendo nel suo piccolo parte della categoria. Ma la ricerca del sensazionalismo ad ogni costo resta una piaga di questa nobile professione che tante volte ha rovinato delle vite.

Da simbolo anti-nazista ad attore, nel segno della popolarità

Nonostante l’aura di cattiveria in parte auto-prodotta e in parte affibbiata dall’esterno, Baer fu per tutta la vita un uomo estremamente popolare, seguito e idolatrato dalle masse. Se il suo seguito in origine era legato principalmente alla spettacolarità del suo stile, sempre votato all’attacco, ai suoi KO prodigiosi e ai suoi atteggiamenti istrionici, in seguito si cementificò su motivazioni politiche. Baer infatti, avendo avuto familiari ebrei, decise di far cucire una stella di David sui suoi pantaloncini in occasione del match con il tedesco Max Schmeling, uomo simbolo, suo malgrado, del regime nazista. Questo gesto, unito alle due vittorie consecutive su Schmeling e Carnera, rese Baer, che continuò a indossare quei pantaloncini fino al termine della sua carriera, un vero e proprio idolo per la popolazione americana di religione ebraica.

L’amore della gente continuò ad accompagnarlo dopo che Max, avendo appeso i guantoni al chiodo, si reinventò nel ruolo di attore prendendo parte a diverse pellicole, tra cui il celebre film sugli aspetti più oscuri della boxe “Il gigante d’argilla” che vide nel suo cast un altro grande peso massimo di valore storico: Jersey Joe Walcott. Scanzonato e burlone fino agli ultimi istanti della sua vita, secondo alcune testimonianze Baer non si trattenne dallo scherzare persino dopo che il suo cuore, che di lì a poco si sarebbe fermato, subì il primo dei due attacchi che lo stroncarono a 50 anni. Informato dall’addetto alla reception dell’albergo in cui si trovava che un dottore per alberghi (“house doctor”) sarebbe arrivato a momenti, gli rispose infatti di aver bisogno di un dottore per le persone (“people doctor”). 60 anni sono trascorsi da allora, ma il grande Max Baer, con il suo destro al tritolo, i suoi KO sensazionali e la sua vita densa di avventure e colpi di scena, resta un personaggio indimenticato e indimenticabile.

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