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A 2 secondi dalla gloria: 30 anni fa, Julio Cesar Chavez vs Meldrick Taylor

“C’era una volta una giovane promessa dal talento cristallino, che dopo aver bruciato le tappe e ancor prima della piena maturazione, decise di affrontare un campione leggendario”. La storia del pugile statunitense Meldrick Taylor e del suo indimenticabile match contro il mostro sacro messicano Julio Cesar Chavez, di cui oggi ricorre il trentesimo anniversario, potrebbe iniziare così. Era il 17 marzo del 1990 e sul ring del Madison Square Garden di New York i due campioni del mondo dei superleggeri mettevano in palio le rispettive cinture e i rispettivi record immacolati per una riunificazione dei titoli IBF e WBC che gli appassionati non dimenticheranno mai.

Il fulmine contro la roccia

Taylor fu a tutti gli effetti un talento precoce: capace di vincere 99 dei 103 incontri disputati da dilettante, ottenne la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984 a soli 17 anni. Non meno travolgente fu il suo approccio al mondo dei pro: ancor prima di compiere 22 anni, “The Kid” sconfisse il forte James McGirt prima del limite, ritrovandosi ad essere campione del mondo IBF dei superleggeri. La sua arma più straordinaria era senza alcun dubbio la velocità: le sue braccia saettavano come schegge impazzite e i suoi colpi si abbattevano con perfetta scelta di tempo sui malcapitati rivali da ogni direzione. Ad attenderlo per la sfida più prestigiosa della sua vita c’era però un autentico fuoriclasse: Chavez, campione WBC, vinceva ininterrottamente dal suo esordio avendo messo in fila la bellezza di 68 successi spalmati nell’arco di dieci anni di mitologiche imprese. Campione del mondo in tre categorie di peso, il messicano era un demolitore provvisto di superba tecnica offensiva, potenza sgretolante e mascella disumana. Lo storico trainer Angelo Dundee, che di campioni ne aveva conosciuti a bizzeffe, lo definì non a caso il pugile più duro che avesse mai visto.

Il match del decennio

Il riconoscimento di Fight of the Year assegnato dalla rivista The Ring sta decisamente stretto a questo match che può essere a ragion veduta considerato il più sensazionale dell’intero decennio in cui si svolse. Molti analisti, tenendo conto delle abituali partenze lente di Chavez, avevano previsto un inizio favorevole per il giovane Taylor, ma ciò che l’ex campione olimpico riuscì a fare andò ben oltre le più rosee aspettative. Fedele alle istruzioni del suo angolo che gli aveva intimato di star lontano dalle corde, egli affrontò il picchiatore messicano a centro ring, anticipandolo costantemente, leggendone le intenzioni e replicando ad ogni suo colpo con combinazioni di più fendenti consecutivi. Le riprese passavano ma il ritmo indiavolato dell’outsider non calava, al punto che le indicazioni catturate dai microfoni all’angolo di Chavez diventavano di ripresa in ripresa sempre più allarmate. L’aspetto più incredibile era che Taylor si stesse imponendo persino sul terreno del rivale: era infatti l’americano a colpire al corpo con maggior frequenza ed era sempre l’americano ad avere la meglio dalla corta distanza e negli scambi serrati. Delle prime otto riprese, con un po’ di generosità, soltanto la seconda poteva essere assegnata all’indomabile guerriero messicano…

Troppo cuore e nessuna paura: le radici della disfatta

Si dice che la paura sia come un fuoco che brucia all’interno di un pugile: chi non lo controlla fa divampare un incendio, ma chi lo lascia spegnere rischia di finire assiderato. Meldrick Taylor, per sua sfortuna, quella sera non aveva neppure una scintilla di paura dentro di sé. Fiero esponente della scuola di Philadelphia, il ragazzo prodigio non conosceva la parola “prudenza” e quando il match entrò nella sua fase cruciale, invece di amministrare il notevole vantaggio accumulato, decise incoscientemente di intensificare gli attacchi. Un Chavez fin lì visibilmente disorientato continuò a incassare colpi a profusione, ma iniziò anche a trovare sempre più spesso il varco per i suoi pesanti fendenti singoli lasciando segni visibili sul volto del giovane avversario. The Kid iniziava per la prima volta a dare segnali di sofferenza, ma ormai gli schemi erano saltati e il match si era tramutato in una guerra all’arma bianca: se da un lato i secondi di Chavez urlavano di tirare fuori il cuore e gli attributi per il bene della sua famiglia, dall’altro Taylor disputava un’undicesima ripresa a ritmi forsennati attingendo a risorse inesplicabili. All’inizio dell’ultimo fatidico round tutto il mondo sapeva che soltanto un KO avrebbe potuto salvare Chavez dalla sconfitta…

Lo stop più controverso di sempre

Quel che accadde al termine di quegli ultimi tre minuti rimarrà per sempre impresso nella storia della boxe. Un Taylor generoso fino alla follia continuò ad accettare gli scambi nonostante l’evidente stanchezza e nonostante la supremazia fin lì dimostrata. Chavez era a sua volta sfinito, ma da grande campione seppe approfittare dell’ingenuità del rivale cogliendolo impreparato con un perfetto destro d’incontro a centro ring quando il tempo regolamentare volgeva al termine. Taylor barcollò, ma invece di scappar via o di legare, si produsse in un ultimo sconsiderato tentativo d’attacco restando poi completamente scoperto e facendosi atterrare da un altro destro del messicano. Uno… Due… Tre… Il conteggio dell’arbitro Richard Steele era al “cinque” quando il coraggioso fighter di Philadelphia si rimise in piedi appoggiandosi stremato all’angolo neutro. Di lì a poco, il drammatico finale: dall’angolo urlarono al ragazzo di resistere, perché il match volgeva al termine, e lui si voltò in quella direzione mentre l’arbitro gli domandava per due volte, in rapida successione, se stesse bene. Taylor non rispose e Steele clamorosamente decretò lo stop a soli due secondi dalla campana finale!

Quanto accaduto in quei concitati frangenti è talmente inedito che assegnare torti e ragioni risulta oltremodo complicato. Persino i telecronisti della HBO si divisero in diretta televisiva sull’interpretazione dei fatti: mentre Harold Lederman si schierò dalla parte del direttore di gara rimarcando il fatto che un arbitro non sia tenuto a guardare il cronometro e che la decisione presa fosse in perfetto accordo con il regolamento, Larry Merchant definì quello di Steele “un errore” evidenziando che elasticità e buon senso siano elementi imprescindibili per un giusto arbitraggio, che in due secondi certamente l’incolumità dello sconfitto non sarebbe stata messa a rischio e che negare a Taylor l’ormai certa vittoria fosse stata un’ingiustizia. Negli annali resta in ogni caso il trionfo per KO dell’inossidabile Julio Cesar Chavez che rimase poi imbattuto per altri quattro anni. Taylor invece, psicologicamente provato dalla disfatta, non fu più lo stesso pugile: pur laureandosi campione nella categoria dei welter, perse fiducia nei propri mezzi e ben presto intraprese una brusca parabola discendente. Il talento precoce era arrivato “a due secondi dalla gloria”, ma la sua stella si era spenta lì.

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