fbpx
Storie di Pugili

John L. Sullivan, il duro di Boston

Come ogni martedì, rieccoci con una nuova storia. La scorsa settimana vi avevamo parlato di Johann Wilhelm Trollmann, il pugile anti-nazista: quest’oggi, invece, abbiamo deciso di tornare ancora più indietro nel tempo, raccontandovi la storia di John Lawrence Sullivan (Roxbury, 15 ottobre 1858-Abington, 2 febbreio 1918).

Sullivan nacque nel Massachusetts, negli Stati Uniti, da una famiglia cattolica di origini irlandesi. La madre cercò infatti di indirizzarlo verso una carriera da prete e, a diciott’anni, cominciò a frequentare il seminario di Boston, dedicandosi tuttavia al teatro e alla recitazione. Ma la carriera da prete non faceva per lui e, dopo qualche mese, abbandonò il seminario per lavorare come idraulico e stagnaio. Nonostante fosse un ottimo giocatore di baseball, fu proprio in quegli anni che cominciò a subire il fascino del pugilato, uno sport che andava sempre più diffondendosi specialmente nella costa orientale degli USA.

Fu così che Sullivan, a 21 anni, decise di salire sul ring da professionista. All’epoca la boxe era molto diversa da quella di oggi: si combatteva a mani nude e i pugili solitamente indossavano lunghi pantaloni. Il ring aveva forma ottagonale ed era delimitato da corde e pali. Inoltre, i match non avevano un numero massimo di riprese e non erano stabiliti da un’organizzazione ufficiale.

Sullivan era un peso massimo alto 1.79 per 85 kg di peso: ciononostante, riusciva a dominare avversari più grossi e pesanti di lui. Proprio per questo motivo fu soprannominato “The Boston strong boy” (il duro di Boston). Nel 1879 intraprese un viaggio che lo porterà in giro per l’America per sfidare qualsiasi avversario avesse intenzione di affrontarlo per una cifra di 500 dollari.

Il 7 febbraio 1882, a 24 anni, il duro di Boston divenne campione del mondo battendo l’irlandese Paddy Ryan per ko al nono round. L’incontro venne disputato seguendo le regole del London Prize Ring Rules, sviluppate da Jack Broughton nel 1743. Nei due anni successivi, Sullivan attraversò gli Stati Uniti in treno combattendo ben 195 incontri in 136 città differenti, incassando 250 dollari a match. Gli incontri si combattevano con le nuove regole del pugilato moderno, stabilite dal marchese del Queensbury.

Fuori dal ring, Sullivan si concedeva di tutto e di più: molta parte dei guadagni, infatti, venivano investite su alcol e prostitute. Nel 1888, in Francia, affrontò per la seconda volta il britannico Charlie Mitchell (il loro primo match, a New York, venne interrotto dalla polizia per evitare ulteriori danni a Sullivan, che sin dalle prime riprese aveva manifestato di non essere all’altezza del match), ma alla 39esima ripresa il combattimento venne interrotto dalla polizia (in Francia il pugilato era proibito). Il pugile americano venne condotto in carcere, ma grazie all’intervento del barone Rothschild, poté tornate in patria.

L’8 luglio del 1889, Sullivan affrontò Jake Kirlain, nell’ultimo incontro della storia della nobile arte disputato a mani nude per il titolo mondiale dei massimi. Il luogo del match fu tenuto all’oscuro fino all’ultimo per evitare l’intervento delle forze dell’ordine: a Richburg, il match durò più di due ore e venne vinto da Sullivan per abbandono dello sfidante al 75esimo round.

La fine della carriera di Sullivan giunse il 7 settembre del 1892: a New Orleans, il protagonista della nostra storia cedette il titolo dei massimi al giovane James J. Corbett (soprannominato “Gentleman Jim“). Fu il primo incontro della storia dei pesi massimi disputato con le nuove regole del marchese del Queensbury, ovvero, con i guantoni, dando il via alla boxe come la conosciamo oggi. Il duro di Boston cadde al tappeto al 21esimo round.

Altri pugili, altri tempi…

 

Condividi su:
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

One comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

X