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30 anni fa, una sfida tra showman: Hector Camacho vs Vinny Pazienza

Ci sono pugili nati per regalare spettacolo. Atleti dotati di una tale personalità da attirare l’attenzione degli appassionati di mezzo mondo non soltanto grazie alle proprie qualità tecniche, ma anche e soprattutto grazie alla capacità di creare un personaggio fuori dagli schemi. All’inizio degli anni ’90 due combattenti che rispondevano pienamente a questo identikit erano all’apice della propria carriera: il portoricano Hector “Macho” Camacho e l’americano di radici italiane Vinny Pazienza, detto “Vinny Paz”. Non c’è da stupirsi dunque se quando 30 anni fa, il 2 febbraio del 1990, i due salirono sullo stesso ring per incrociare i guantoni e contendersi il Titolo Mondiale WBO dei superleggeri, l’atmosfera nella Convention Hall di Atlantic City fosse elettrica.

“It’s Macho Time”: cuore caldo e mente fredda per l’idolo di Portorico

Il ruolo del campione spettava a Hector Camacho, l’istrionico talento di Bayamon, capace di catalizzare su di sé l’attenzione di tutti in ogni momento grazie a un carisma senza pari. Di lui il celebre giornalista Steve Farhood disse: “È stato uno dei pochi pugili che io abbia conosciuto che fosse così tanto fuori dall’ordinario. Quando entrava in una stanza, gli occhi di tutti si posavano sul Macho Man. Era fantastico, un ragazzo elettrizzante con un sorriso malizioso perennemente stampato in faccia”. Se però tutto ciò che caratterizzava Camacho al di fuori delle sedici corde, dai suoi travestimenti, alle sue apparizioni pubbliche, alle sue provocazioni, appariva esagerato, folle e variopinto, la sua condotta di pugile era improntata sulla più fredda delle strategie. Fin da quando un colpo durissimo di Edwin Rosario lo aveva condotto a un passo dalla disfatta nell’86, Hector aveva deciso di lasciare lo show fuori dal ring affidandosi a una boxe elusiva e sfuggente, talvolta persino noiosa.

Vinny Paz alla ricerca dello stile di Mike Tyson

Chi al contrario non è mai riuscito a separare la sua indole tumultuosa dalla sua condotta sul quadrato è stato il “Diavolo della Pazmania”. La sua vita sregolata, condotta tra liti, notti brave e donne di facili costumi, si traduceva in uno stile caotico e aggressivo, capace di infiammare gli animi degli spettatori ma anche di esporre l’atleta del Rhode Island a una grande quantità di colpi gratuiti. Dopo la dura lezione subita ad opera di Roger Mayweather, che nel novembre dell’88 lo aveva battuto nettamente ai punti infliggendogli un terribile atterramento e riducendogli il volto ad una maschera di sangue, molti ritenevano Pazienza un pugile finito, nonostante non avesse ancora compiuto 26 anni. Da lì la ricerca di una rinascita e la scommessa targata Kevin Rooney: l’ex allenatore di Tyson, caduto nell’alcolismo e nel dimenticatoio dopo la scioccante separazione da Iron Mike, si assunse nello scetticismo generale il compito di condurre Vinny Paz a un’evoluzione del suo stile selvaggio insegnandogli la tecnica Peek-a-Boo tanto cara a Cus D’Amato.

“Dimostra o sta’ zitto!”: il match non tradisce le promesse

Lo scontro tra i due istrioni fu denominato “Put up or shut up”, ovvero “Dimostra quanto vali o sta’ zitto”, per sottolineare come dopo tanti proclami e dichiarazioni di superiorità, i due pugili fossero chiamati alla prova del nove. Il pubblico di Atlantic City dimostrò subito da che parte stava incitando a gran voce il nome di Pazienza e fischiando a più non posso l’ingresso sul ring di Camacho, presentatosi per l’occasione con un incredibile travestimento da pellerossa comprensivo di enorme copricapo piumato.

Fortunatamente lo show non rimase confinato al contorno folkloristico e alle presentazioni: i due atleti diedero infatti vita a un match ad alto ritmo, avvincente ed equilibrato, reso ancor più interessante dallo scontro fra due stili pugilistici completamente agli antipodi. Le prime riprese furono sufficienti a chiarire i valori in campo: se i primi due round, disputati in punta di fioretto, videro Camacho impartire una piccola lezione al suo rivale, nel terzo Pazienza fece balzare in piedi gli spettatori con le sue caratteristiche sfuriate a due mani portate con poca precisione ma tanta generosità e grande impeto. Il proseguo del combattimento seguì la falsariga del suo inizio, con Vinny Paz capace di avvantaggiarsi nelle fasi più intense e caotiche in cui riusciva a spingere l’avversario alle corde e ad imporre il suo vigore fisico, e Camacho abilissimo nel far valere la sua superiorità tecnica a centro ring azionando il jab a meraviglia ed esibendosi in colpi d’incontro per palati fini.

Macho Man ebbe il merito di non lasciarsi mai irretire dalle provocazioni continue di Paz e dalle sue scorrettezze, culminate in un plateale tentativo di gomitata nell’undicesimo round, sanzionato con un punto di penalità. Il campione si mantenne freddo e risoluto, ignorò i frequenti colpi dopo il gong del rivale e non appena la freschezza atletica di quest’ultimo iniziò a dare segni di cedimento ne approfittò per prendere saldamente in mano le redini del match. Ciò gli permise di garantirsi un margine di vantaggio che il pur generoso forcing finale di Pazienza non riuscì a colmare; il verdetto fu unanime e giusto nella sostanza: Macho Man aveva trionfato.

A distanza di tanti anni Pazienza definì Camacho il pugile più tecnico con cui abbia mai condiviso il ring, anteponendolo in questo aspetto a fuoriclasse del calibro di Roy Jones Jr e Roberto Duran: “Hector Camacho era così difficile da colpire perché era mancino e davvero elusivo, aveva grandi qualità tecniche ed era veloce come un lampo. Contro di me disputò il suo ultimo grande combattimento; possa riposare in pace”.

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