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Eroi per una notte: quando Michael Bentt Distrusse Tommy Morrison

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Ci sono atleti che scrivono il proprio nome nella storia dello sport grazie a una singola, clamorosa e talvolta inaspettata performance vincente: un lampo nella notte prima dell’oblio, un acuto memorabile di un tenore destinato a perdere la voce il giorno dopo, una notte di gloria senza repliche. Nel pugilato ci sono stati molteplici casi del genere;  oggi vogliamo raccontarvi quello di Michael Bentt, pugile americano nato in Inghilterra da genitori giamaicani, protagonista di una carriera da professionista breve e insignificante al netto di un solo incredibile e straordinario guizzo vincente: la vittoria per KO con cui strappò il titolo mondiale WBO dei pesi massimi dalla vita del celebre Tommy Morrison.

Bentt era stato protagonista di un percorso dilettantistico strepitoso: 148 vittorie su 156 match disputati, quattro volte vincitore dei Golden Gloves di New York e tre volte campione nazionale. Non prese parte alle Olimpiadi di Seul poiché sconfitto da Rey Mercer, destinato a conquistare la medaglia d’oro; avrebbe potuto competere comunque in rappresentanza della Giamaica ma rinunciò quando gli fu detto che così facendo avrebbe perso la nazionalità statunitense. Non c’è da stupirsi dunque se quando nel 1989 optò per il passaggio al professionismo le aspettative nei suoi confronti fossero molto alte, tanto che gli fu affiancato il prestigioso allenatore Emanuel Steward.

L’esordio di Bentt nel mondo dei pro fu però una catastrofe: lo sconosciuto Jerry Jones, destinato a una carriera anonima, lo mise sorprendentemente KO alla fine del primo round frantumando così (almeno in apparenza) i suoi sogni di gloria e quelli di chi aveva creduto in lui. In seguito Bentt svelò di aver notevolmente sottovalutato l’impegno: l’evento era stato preso talmente sottogamba che sia lui che Steward scoprirono che Jones fosse mancino solo dopo l’inizio del combattimento. Lo shock psicologico fu enorme: Bentt trascorse quasi due anni lontano dal ring prima di riprovarci; nel frattempo il suo hype era precipitato e le aspettative degli addetti ai lavori erano comprensibilmente venute meno.

Nel 1993 il popolarissimo Tommy “The Duke” Morrison, reso famoso in tutto il mondo dalla partecipazione al film Rocky V nel ruolo di Tommy Gunn e forte di un record invidiabile di 38 vittorie e una sola sconfitta, si trovò a dover scegliere uno sfidante abbordabile per una difesa volontaria del proprio titolo WBO. Pochi mesi dopo sarebbe dovuta andare in scena l’attesissima riunificazione multimilionaria contro Lennox Lewis; a Morrison occorreva quindi nient’altro che un match di collaudo in cui potesse ben figurare aumentando l’interesse per il grande match successivo. In quest’ottica il nome di Michael Bentt sembrò un’opzione perfetta: l’ex talento dilettantistico aveva totalizzato undici vittorie consecutive dai tempi del rientro sul ring, tutte maturate contro rivali inconsistenti e talvolta senza neppure convincere. Era insomma un pugile dal nome conosciuto ma all’apparenza ben poco temibile: proprio quello che il team di “The Duke” stava cercando.

Gli spettatori accorsi al Civic Center di Tulsa, in Oklahoma, assistettero a uno spettacolo completamente diverso da quello che si aspettavano di vedere. Morrison, che quattro mesi prima si era laureato campione con una prestazione eccellente ai danni di George Foreman, partì fortissimo con la palese intenzione di travolgere il rivale in tempi rapidi e aumentare così la propria credibilità di pretendente al trono unificato. Per due volte i suoi proverbiali ganci sinistri scossero Bentt, subito costretto a chiudersi alle corde in apparente difficoltà. Proprio dalle corde tuttavia, mentre Morrison si scopriva alla ricerca della combinazione decisiva, lo sfidante fece partire una raffica disperata di colpi, uno dei quali, un destro terrificante, colse il campione in pieno volto facendolo precipitare al tappeto di lì a poco. Il dramma era servito: un Morrison in evidente stato confusionale subì altri due atterramenti provocando il getto della spugna dal suo angolo e il contemporaneo stop dell’arbitro. Il super sfavorito Michael Bentt ce l’aveva fatta: era campione del mondo!

Sulla folla calò un’atmosfera strana, un misto di incredulità ed eccitazione condito da un pizzico di delusione per il grande evento che era appena sfumato: la sfida epocale tra Lennox Lewis e Tommy Morrison era appena andata a farsi benedire. E così nell’attonito silenzio generale le urla di gioia dell’eroe inaspettato e quelle del suo team, salito sul quadrato per portarlo in trionfo, risuonarono ancora più nitide e incontenibili.

Il regno di Michael Bentt fu brevissimo: appena cinque mesi dopo la sua notte di gloria dovette infatti recarsi nel Regno Unito per difendere la cintura contro l’imbattuto picchiatore Herbie Hide da cui fu annientato in sette riprese a senso unico. Collassato negli spogliatoi dopo la dura sconfitta, l’americano restò sospeso tra la vita e la morte prima che fortunatamente le sue condizioni si stabilizzassero consentendogli una piena ripresa; i danni cerebrali riportati posero tuttavia irrimediabilmente fine alla sua carriera di pugile.

A differenza di tante altre meteore della storia dello sport, Michael Bentt non cadde nel dimenticatoio dopo la sua “caduta” sportiva. Appesi i guantoni al chiodo, l’americano seppe riciclarsi nel ruolo di attore prendendo parte a numerose pellicole e arrivando a recitare al fianco di Will Smith nel celebre film “Ali” in cui interpretò Sonny Liston. Mentre Tommy Morrison aveva scatenato la sua popolarità grazie al cinema prima di conseguire i propri successi sul ring, Bentt sfruttò il grande schermo per prendersi le sue soddisfazioni dopo essersi messo la boxe alle spalle. Una simpatica coincidenza che lega le sorti tanto diverse dei due protagonisti di un match che non verrà mai dimenticato.

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