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20 anni fa, Erik Morales vs Marco Antonio Barrera: l’inizio della trilogia

A partire dalla seconda metà del secolo scorso è andata consolidandosi in Messico una tradizione pugilistica straordinaria: il paese centroamericano ha sfornato uno dopo l’altro tanti indomabili guerrieri capaci di imporsi ai massimi livelli mondiali proponendo uno stile caratteristico e inconfondibile. Una vera e propria scuola, i cui esponenti, spesso pervasi da un sincero spirito patriottico, tendono a essere solidali tra loro, supportandosi nelle reciproche carriere. Non sono mancate tuttavia aspre e infuocate rivalità come quella che vide la sua origine esattamente 20 anni fa a Las Vegas, dove il 19 febbraio del 2000 Erik “El Terrible” Morales e il “Baby Faced Assassin” Marco Antonio Barrera incrociarono i guantoni per la prima volta per riunificare i titoli mondiali WBC e WBO dei pesi supergallo.

Due campioni agli antipodi

Tanta acqua è passata sotto i ponti dai tre scontri tra i due campioni messicani che oggi hanno appeso entrambi i guantoni al chiodo, eppure il sincero livore che provarono l’uno per l’altro ai tempi d’oro sembra non essersi mai placato del tutto. Interrogato recentemente dai giornalisti di The Ring su chi sia stato il più forte avversario affrontato in carriera, Morales venne interrotto nella sua riflessione da un fan lì presente che in spagnolo gli urlò “Andiamo Erik, lo sai anche tu che è stato Barrera”. E lui prontamente: “No, non lui. Che si fo**a!”. Ma da dove nasce tutto quest’astio? Forse dalle enormi differenze che al netto della comune nazionalità caratterizzavano i due pugili. Da una parte Morales, che anche dopo il successo mondiale non aveva reciso il cordone ombelicale con la sua Tijuana, dove continuava a disputare circa metà dei suoi match; dall’altra Barrera, pienamente trapiantato in USA, che da più di 6 anni non saliva su un ring di Mexico City. Da un lato Morales, il campione ragazzino, perennemente sorridente e propenso a far trasparire le sue emozioni; dall’altro il campione navigato Barrera, il cui sguardo truce non mutava mai espressione.

Il match: una guerra sul filo di lana

Il favorito dei bookmaker non poteva che essere il campione WBC Erik Morales, in virtù del suo record immacolato e di ciò che i due pugili avevano fatto contro il medesimo avversario, l’americano Junior Jones. Jones aveva infatti sconfitto per due volte Barrera salvo poi essere messo KO in sole quattro riprese da Morales. Numerosi furono i fan del Terrible giunti da Tijuana per acclamare il proprio beniamino, ma altrettanto rumoroso si rivelò il tifo per Barrera, i cui supporter provenivano in buona parte dalla California, divenuta ormai il suo stato adottivo.

Il solo primo round racchiuse in sé una perfetta sintesi del combattimento che si sarebbe svolto nei successivi undici. La prima metà della ripresa di apertura vide infatti un dominio di Barrera, partito fortissimo per intimidire il più giovane connazionale, chirurgico nel mettere a segno i suoi colpi secchi e violenti, privilegiando il bersaglio grosso. La seconda metà del round vide però la pronta reazione di Morales, scatenatosi in un profluvio di fendenti portati a ritmo indiavolato fino al suono della campana. Gli stili differenti dei due atleti e l’incredibile equilibrio della battaglia resero il lavoro dei giudici quanto mai complicato; se Barrera si faceva preferire per la maggior precisione e per la superiore incisività dei propri colpi, Morales metteva in campo un workrate nettamente superiore con le sue combinazioni prolungate e i suoi affondi interminabili.

In un primo momento, finché i ritmi si mantennero relativamente “normali”, sembrò che Barrera potesse prendere il sopravvento grazie alla sua maggiore esperienza e al suo eccellente lavoro al corpo. Poco a poco tuttavia Morales ruppe gli indugi aumentando i giri del motore e sparando pugni come una mitragliatrice nonostante i consigli dell’angolo che lo implorava invano di sfruttare l’allungo e di tenersi a distanza. Scendere sul terreno del rivale consentì al pugile di Tijuana di far valere le proprie immense qualità atletiche, ma lo mise anche a rischio perché, anche nell’ambito di riprese a lui favorevoli, alcuni singoli fendenti di Barrera diedero l’impressione di metterlo in difficoltà, benché soltanto temporaneamente.

Pur non restituendo il favore all’avversario, che quella sera non si lasciò mai scuotere né stordire, Morales riuscì con cuore e intensità a tenere il match in bilico fino alla fine, ma l’immensa quantità di energie consumate, unita agli effetti delle fucilate che Barrera gli aveva indirizzato al corpo, lo lasciarono a corto di forze nei championship round. Fu a quel punto l’Assassino a chiudere in bellezza, assediando un rivale stanco e provato e cercando disperatamente una soluzione di forza che lo sottraesse ai rischi del verdetto. Un Morales ormai in apnea, durante una fase di contatto ravvicinato nell’ultima fatidica ripresa, appoggiò un ginocchio a terra, forse perché sbilanciato o forse per rifiatare per qualche secondo, ma l’arbitro Mitch Halpern decise di contarlo: un episodio potenzialmente decisivo che però in ultimo non si rivelò tale.

Benché secondo i telecronisti della HBO, e anche secondo chi vi scrive, Barrera meritasse la vittoria di un’incollatura grazie al suo sprint finale, due giudici su tre furono di diverso avviso ed Erik Morales poté alzare le braccia al cielo e appropriarsi delle due cinture. Emblematiche furono le reazioni dei due pugili al verdetto: mentre il vincitore si lasciò andare a un sorriso liberatorio ammettendo poi con sollievo che il match fosse in bilico e che più di una volta era stato sul punto di andare al tappeto, lo sconfitto restò impassibile come suo solito ma durante l’intervista di rito espresse tutta la sua amarezza: “Non so cosa si debba fare per vincere a Las Vegas. È la seconda volta che mi succede questo. […] Spero che la HBO si renda conto che questo vostro campione non vale niente”.

Parole al vetriolo destinate ad alimentare un fuoco che divampò altre due volte negli anni seguenti. Ma questa è un’altra storia…

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