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Di Muhammad Ali ce n’è uno solo: le sfortunate imitazioni del più grande

Quello che Muhammad Ali è riuscito a proporre sul ring nell’arco della sua lunga e leggendaria carriera di pugile è stato per molti versi rivoluzionario. Mai prima di allora si era visto un peso massimo di quelle proporzioni danzare tra le sedici corde come un ballerino, irridere avversari fortissimi con braccia basse e schivate millimetriche, rendere le proprie performance sportive autentici spettacoli da showman. Chi pensava tuttavia che The Greatest avrebbe segnato l’inizio di una nuova era di campioni fatti a sua immagine e somiglianza è rimasto deluso: lo stile del fuoriclasse di Louisville si è rivelato infatti irripetibile e quei pugili che dopo di lui hanno provato a ripercorrerne le orme hanno fallito miseramente nel loro intento. Di seguito, vi raccontiamo le parabole di tre pesi massimi che per varie ragioni illusero il grande pubblico di poter replicare in piccola parte le movenze e le gesta di Ali.

Greg Page: dallo sparring con Ali al tragico finale

Il filo invisibile che legava Greg Page, peso massimo degli anni ’80, al grande Muhammad Ali, sarebbe stato impossibile da spezzare viste le circostanze. Nato a Louisville, stessa città del suo idolo, Page fu protagonista da sedicenne di una celebre sessione di sparring con The Greatest, largamente commentata nell’intero paese. Quando il ragazzone del Kentucky si mise in luce con un’ottima carriera dilettantistica (94 vittorie su 105 match), i grandi paragoni furono per i media pane quotidiano. Purtroppo per lui, Page non seppe mai liberarsi del pesante fardello: invece di lavorare sulle sue eccelse qualità di colpitore d’incontro per sviluppare un proprio stile personale, continuò a scimmiottare Ali rivelandosi una pallida copia dell’originale. La conquista del Titolo Mondiale WBA in Sudafrica fu una delle poche luci in una carriera deludente e conclusasi in modo tragico: spinto a combattere fino ai 42 anni da problemi economici, Page subì ad opera del modesto Dale Crowe un durissimo KO in seguito al quale entrò in coma. In aperta violazione della legislazione vigente, nessuna ambulanza era presente sul posto e il pugile, soccorso in clamoroso ritardo, ebbe anche un infarto durante la successiva operazione chirurgica, restando paralizzato nella metà sinistra del corpo. Page citò in giudizio lo Stato del Kentucky ottenendo un risarcimento di 1,2 milioni di dollari e un’integrazione delle leggi sulla sicurezza negli eventi di boxe che in suo onore prese il nome di Greg Page Safety Initiative.

Tyrrell Biggs: frenato dalle droghe e distrutto da Mike Tyson

Gambe veloci e “danzanti”, fisico longilineo, jab rapidissimo azionato a ripetizione: con queste doti di spicco il giovane Tyrrell Biggs, che da ragazzo era stato anche un ottimo giocatore di basket, seppe costruirsi una carriera dilettantistica straordinaria. 108 vittorie, 6 sconfitte e 4 pareggi che lo portarono a vincere un Campionato Mondiale e un’Olimpiade, trionfando due volte in finale contro il nostro Francesco Damiani. Ad accompagnare Biggs come un’ombra malefica nell’arco della sua carriera ci fu purtroppo un avversario ben più difficile di quelli che indossano un paio di guantoni: la dipendenza da droga e alcool che fu per lui una costante quanto sgradevole compagna, tanto che pochi mesi dopo essere passato professionista fu già costretto a sottoporsi a un primo programma di disintossicazione. Nonostante le sue “grane” fuori dal ring, Biggs riuscì a mantenere il suo record immacolato fino alla sfida mondiale con Mike Tyson che di fatto sancì la sua rovina sportiva. Galvanizzato da alcuni osservatori, convinti che potesse arginare l’aggressività di Tyson con sua agilità e destrezza come Muhammad Ali aveva fatto tante volte in passato, Biggs derise il campione in conferenza ma dopo un eccellente primo round fu letteralmente annientato. A partire da quel giorno il crollo motivazionale dovuto alla sconfitta e le continue ricadute nel mondo della dipendenza condussero Biggs a una moltitudine di sconfitte. Quella con Lennox Lewis, che Biggs aveva battuto da dilettante, sancì la fine di qualsiasi sogno di gloria.

Evans Quinn: dalle delusioni del ring alle sparatorie da far west

Mentre prestava servizio nell’esercito del Nicaragua, il giovane Evans Quinn vinse tutti e 38 i match dilettantistici disputati, il che gonfiò a dismisura la sua autostima. Nonostante un inizio di carriera professionistica zoppicante, Quinn si fece presto notare per il suo stile inusuale, i suoi balletti e la sua prodigiosa potenza, al punto che il controverso promoter Don King volle metterlo sotto contratto. Trasferitosi negli Stati Uniti nel 2007, Quinn mise a segno 5 KO consecutivi ma veniva descritto dai compagni di palestra come uno che preferiva bere e divertirsi piuttosto che allenarsi. Al crescere del livello degli avversari arrivarono anche le inevitabili batoste, la più patetica delle quali fu probabilmente quella subita in Australia ad opera di Kali Meehan, quando Quinn mise in mostra parte del repertorio di Muhammad Ali: occhiolini alle ring girl, passi di danza, smorfie rivolte al pubblico e al suo rivale, ma pochissimi colpi degni di nota e tante botte prese. Ritiratosi nel 2011, il nicaraguense fu in seguito protagonista di una storia da film. Quando un suo concittadino, Raul Bennett Sambola, rimase al largo in barca senza carburante, Quinn lo soccorse, ma non fu risarcito per la benzina. L’ex pugile gli sequestrò il motore dell’imbarcazione e per tutta risposta Sambola sparò a suo fratello causandogli danni permanenti. Liberato su cauzione, l’uomo ricevette da Quinn l’ultimatum di lasciare la città entro un mese. Allo scadere del tempo concesso, Quinn uccise Sambola sparandogli in un ristorante per poi fuggire su una moto d’acqua ed essere arrestato e condannato a 17 anni di carcere dopo un anno di latitanza.

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