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“Bad news is good news”: la Boxe da sempre in conflitto con i mass-media

Quello tra boxe e media è da sempre un rapporto conflittuale, che vive sospeso tra la celebrazione del coraggio e del riscatto del pugile e la stigmatizzazione della violenza insita tra le sedici corde.

Un rapporto strano, spesso figlio delle necessità editoriali, della costante ricerca della notizia e dell’enfasi del momento e soprattutto del bisogno di assecondare l’opinione pubblica.

Emblematica in merito è la storia di Mike Tyson, perfetto paradigma di come i media cavalchino la notizia e veicolino determinati messaggi.

All’epoca in cui Mike esibiva sul ring la sua incredibile velocità, la sua straordinaria potenza e una tecnica di altissimo livello – tecnica che richiedeva una ferrea disciplina e una condizione fisica perfetta per compensare certe carenze strutturali – di lui si parlava più per il suo istinto animalesco, per quella brutalità un po’ insita e un po’ esibita e per il passato burrascoso. Celebrato si, ma sempre con un occhio di riguardo agli aspetti borderline del suo carattere e della sua vita.

Quella stessa vita prese poi una deriva che fece le fortune dei media. Il mostro fu sbattuto in prima pagina, e vi rimase per lungo tempo. 

Siamo ad oggi. Tyson è un signore con qualche cicatrice di troppo, sul volto e nell’anima, e appare inoffensivo, quasi rasserenato dopo una vita spesa tra eccessi di ogni genere. Di lui si parla sempre, ma solo perché il vecchio Mike si è fatto furbo e oggi sfrutta il suo passato per raccontare della sua “rinascita” spirituale, utile certamente a pagare le bollette. Del resto ai giornalisti piacciono tantissimo le storie di redenzione: il lieto fine è sempre gradito al pubblico, in particolar modo a quello a stelle e strisce.

Un caso diametralmente opposto è quello rappresentato da Lennox Lewis. Non uno qualsiasi: probabilmente uno dei più grandi massimi di sempre. Su di lui i media non hanno mai avuto molto da dire. Schivo, poco teatrale, lontano da certi eccessi, Lennox non ha mai trovato risalto a livello giornalistico: e questo semplicemente perché non c’era da pescare nel torbido. Troppo noioso, troppo per bene: perché parlarne? Qualcuno potrebbe rispondere per le sue gesta sul ring. Ma quelle non fanno notizia.

Sta di fatto che Lewis, al di fuori della ristretta cerchia di appassionati del pugilato, potrebbe passare tranquillamente inosservato, un pacifico signorotto dal sorriso affabile.

Senza voler risultare eccessivamente trancianti, è palese come troppo spesso stampa e televisione si discostino dall’indagine approfondita o dalla cronaca scevra da condizionamenti: il giornalismo odierno è soprattutto giornalismo di opinione, possibilmente forte, divisiva, che generi polemica e quindi letture o click. La vita di Lennox non era abbastanza drammatica, a differenza di quella di Mike. Sta tutta lì la differenza di esposizione mediatica tra i due.

La logica odierna è solo una: c’è una notizia, possibilmente negativa – bad news is good news è un adagio purtroppo noto nei media americani, ma non solo – e va cavalcata fino allo sfinimento. E quale altro sport offre più spunti della boxe per polemiche spesso sciocche, pretestuose e prive di analisi o costrutto? Semplicemente nessuno.

La boxe è l’occasione perfetta per celebrare storie di rivalsa e riscatto sociale, quelle storie un po’ così che solleticano il voyeurismo del pubblico comodamente seduto in poltrona. Su cui ovviamente i media trovano terreno fertile, enfatizzando la violenza del ring e dimenticando tutto il resto: la tattica, il coraggio, la grande disciplina, il gesto tecnico frutto di anni ed anni di duro lavoro. Il contorno di un match di boxe è spesso più importante del match stesso, perché porta con sé il suo carico di morbosità verso situazioni e vite al limite.

Ad un occhio generico, privo di interesse e di una minima conoscenza della disciplina, la boxe appare semplicemente come una scazzottata tra due individui con indole violenta. Non ci si può fare molto: del resto il diritto di parola consente a milioni di individui di proferire sciocchezze sulla base di conoscenze spesso prossime allo zero. Da sempre l’opinione pubblica va a braccetto con i media, pronti a cavalcare qualsiasi prurito popolare. Ed è un dato di fatto che l’opinione pubblica sia costituita in maggioranza da individui che non hanno nulla a che spartire con la boxe, per scarsa conoscenza, per pregiudizio o poco interesse. Ecco perciò che qualsiasi argomento è buono per screditare un qualcosa che appare semplicemente come brutale.

Le recenti morti che hanno colpito il mondo pugilistico hanno spinto il dibattito verso la solita deriva. In realtà in molti sport la morte fa, purtroppo, parte del gioco. Accade nella Formula Uno, nel motociclismo, nel calcio, nel ciclismo, nel free climbing, e tanti altri: sono le regole del professionismo e della costante ricerca del limite fisico. Eppure solo nella boxe un lutto è visto ogni volta come pretesto per le solite esternazioni sulla sua “bestialità”. La sua natura di sport di contatto è terreno fertile per innescare le consuete polemiche.

A gettare benzina sul fuoco ci pensano spesso gli stessi protagonisti. Basti pensare a Deontay Wilder che dichiara di voler annoverare un cadavere nel suo curriculum. Le polemiche aiutano a vendere un prodotto, e chi segue questo sport sa benissimo che le regole del mercato vanno assecondate. Esattamente quanto fatto da Wilder, che a domanda specifica sull’uscita infelice sorrise imbarazzato, ammettendo di averla sparata grossa, in modo teatrale. Del resto i giornali non aspettavano altro. E allora vale il vecchio adagio: nel bene o nel male, purché se ne parli. Questo, ormai, lo hanno imparato bene anche i pugili.

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