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Passato vs presente: si stava meglio quando si stava peggio?

L’eterno dibattito tra i nostalgici del glorioso passato e i convinti sostenitori delle migliorie del presente coinvolge molti settori. Quello sportivo naturalmente non fa eccezione e la boxe non è immune alla disputa: da una parte ci sono gli innamorati dei campioni del secolo scorso, sempre pronti a sminuire il coraggio dei protagonisti attuali e a puntare il dito contro l’assenza di epicità dei loro match; dall’altra c’è chi esalta i progressi fatti nelle tecniche di allenamento e di preparazione e snobba con decisione la boxe dell’antichità e i suoi eroi, ritenendoli inferiori sul piano fisico e su quello tecnico. Proviamo a immergerci anche noi nella discussione col nostro approfondimento di oggi.

I pregi del passato: campione unico per un eroismo privo di calcoli

17 categorie di peso, quattro federazioni principali di pari prestigio, nuove cinture che spuntano come funghi: tutto questo caos un tempo sarebbe stato giudicato alla stregua di un film di fantascienza distopico. Le divisioni riconosciute a livello mondiale una volta erano soltanto otto (mosca, gallo, piuma, leggeri, welter, medi, mediomassimi e massimi) e per ciascuna di esse esisteva un solo campione. Costui dunque non poteva fare calcoli: uno dopo l’altro doveva affrontare gli sfidanti ufficiali, tutti fortissimi e pericolosi, e alla prima sconfitta rimettersi in fila alla complicata ricerca di una nuova opportunità. Chi riusciva a mettere in piedi un regno duraturo in simili circostanze era un vero e proprio “super-uomo”, provvisto di una pazzesca solidità fisica e mentale. A rendere ancor più epiche simili imprese erano le impervie condizioni in cui si svolgeva la boxe degli albori tra arbitraggi permissivi, guantoni sottilissimi e frequenza di combattimento irreale. Basti pensare che il grande Herny Armstrong, che qualche giorno fa abbiamo celebrato come il secondo miglior peso welter della storia (Oggi come ieri regalano spettacolo: i 10 migliori welter di tutti i tempi) verso la fine degli anni ’30 difese la sua cintura per 19 volte in 29 mesi: una media di una difesa ogni mese e mezzo! A quei tempi quindi nessun campione poteva essere accusato di selezionarsi i rivali a piacimento come avviene oggi.

Il rovescio della medaglia: salute a rischio e carriere logoranti

Quello che al pubblico appare epico ed eroico, può risultare doloroso, crudele e talvolta addirittura fatale per il pugile. Non è un caso che l’impressionante biennio titolato di Armstrong abbia ridotto l’atleta allo stremo delle forze, al punto che dopo aver perso la cintura e aver fallito la rivincita a soli 31 anni, non ebbe mai più chance titolate. Giunti ai 40 anni molti pugili del passato ne dimostravano 60, avendo sottoposto il proprio corpo a tormenti e torture; ma non si pensi che ciò andasse sempre a vantaggio dello spettacolo! Dovendosi battere di continuo, senza il tempo di far guarire le proprie ferite, spesso i campioni di una volta salivano sul ring malconci, impossibilitati ad esprimere appieno il proprio talento. Come spesso accade, il cambiamento fu spinto dalle tragedie: se le conseguenze a lungo termine di carriere sfibranti lasciavano indifferenti manager, promoter ed enti federali, le morti di atleti in piena attività, con il loro forte impatto sull’opinione pubblica, hanno contribuito negli anni a generare un progressivo ammodernamento delle regole. Si pensi alla tragica fine del coreano Deuk-Koo Kim, deceduto in seguito al KO patito contro Ray Mancini, che spinse la WBC a ridurre immediatamente a 12 le riprese previste per i titoli mondiali. Questo e altri cambiamenti, dall’ispessimento dei guantoni alla revisione dei protocolli medici, non hanno eliminato il rischio di fatalità nel pugilato, ma lo hanno considerevolmente ridotto.

Più opportunità per inseguire il sogno

Chi vi scrive è in prima linea nel criticare le federazioni mondiali per l’assurda, eccessiva e schizofrenica proliferazione di titoli e cinture di cui si sono rese protagoniste negli ultimi anni. Dal “Campione ad Interim” al “Super Campione”, dal “Campione Silver” a quello “Gold”, dalla cintura “Diamond” a quella “Franchise”, la giungla di riconoscimenti e appellativi ha raggiunto proporzioni tali da incidere negativamente sulla credibilità del nostro sport: in un mondo in cui tutti sono campioni di qualcosa, nessuno può essere considerato un campione autentico. Tuttavia, pur condannando le recenti esagerazioni, occorre sottolineare che l’introduzione delle categorie di peso “intermedie” e la sana concorrenza tra più federazioni equipollenti hanno dato la possibilità a un maggior numero di ragazzi di coltivare il sogno mondiale. Nella prima metà del secolo scorso anche soltanto essere presi in considerazione per far parte del novero dei possibili sfidanti era come beccare un terno al lotto: alcuni pugili validissimi non ci riuscivano mai, altri erano costretti a scendere a patti con il malaffare. Persino un campione dall’orgoglio smisurato e dal talento cristallino come Jake LaMotta si lasciò convincere a truccare un incontro lasciandosi battere dal modesto Billy Fox dietro la promessa di ottenere la sospirata chance.

Continuiamo dunque a coltivare il ricordo della grande boxe del passato; alimentiamolo dando il giusto tributo ai fuoriclasse che ci hanno preceduto e rievochiamoli attraverso la visione dei loro match e lo studio delle loro vite, talvolta serene e talvolta tormentate, ma seppelliamo una buona volta i rimpianti. A chi vi dice che vincere un mondiale oggi è troppo facile, domandate come mai l’Italia non vanta al momento neppure un campione mondiale. A chi vi dice che oggi non ci sono più incontri epici e carichi di pathos, proponete la visione di Inoue vs Donaire, Golovkin vs Derevyanchenko, Spence vs Porter e Beterbiev vs Gvozdyk, per limitarci al solo 2019. Perché scegliere tra passato e presente? Amiamoli entrambi e continuiamo ad emozionarci con la Nobile Arte!

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2 comments

  • Marco tecno

    Di certo non amo la boxe di Joshua. Punta solamente a vincere, non importa se per farlo deve scappare come un coniglio. Io amo la boce dei pugili che non temono di farsi la guerra e prendersi sonore mazzate. Foreman, Alì, Frazier erano così. Probabilmente è così anche Wilder, sicuramente ben più di Joshua. Fury è molto abile, ma poco potente. Dubois mi pare valido.

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