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La Boxe nelle farmacie: casi di doping sempre più in crescita.

Osservate la lista che segue: Billie Joe Saunders, Canelo Alvarez, Dillian Whyte, Luis Ortiz, Jarrell Miller, Hughie Fury, Ray Beltran, Luis Nery, Lamont Peterson, Lucas Browne, Fernando Vargas, Orlando Salido, Alexander Povetkin, Bermane Stiverne, Brandon Rios, Lucian Bute, e poi ancora Vitali Klitschko, Tommy Morrison, James Toney, Antonio Tarver, Roy Jones Jr., Andre Berto, Eric Molina, Shannon Briggs, Ricardo Mayorga, Frans Botha, Olanrewaju Durodola, Mariusz Wach.

Ora aggiungeteci Tyrone Spong.

Questi sono i nomi dei pugili, i più noti, trovati positivi a sostanze dopanti.

Provate a inserire nella lista di cui sopra Andre Ward, Manny Pacquiao ed Anthony Joshua, che rifiutarono di sottoporsi a controlli PED (performance-enhancing drug), aggiungeteci Shane Mosley ed Evander Holyfield, ben più che dei semplici sospetti – un tale Evan Fields era cliente di una farmacia sotto inchiesta per rifornire vari atleti con steroidi, mentre Mosley ammise di aver fatto uso di steroidi senza essere a conoscenza di ciò che stava ingerendo -. Aggiungete poi alla lista anche Floyd Mayweather Jr., scoperto a sottoporsi a iniezioni endovenose vietate, spesso utilizzate per pulire tracce di sostanze dopanti, il giorno prima del match con Pacquiao; e un pompatissimo Juan Manuel Marquez, il cui allenatore all’epoca dell’ultimo match con Manny era Angel “Memo” Heredia, a sua volta condannato per spaccio di farmaci dopanti.

Inserite infine Mike Tyson, Tyson Fury, David Benavidez e Pernell Whitaker, trovati positivi alla cocaina. In questo caso sarebbe più opportuno parlare di tossicodipendenza o quanto meno uso di sostanze droganti. Che poi la cocaina possa fornire una marcia in più in termini di fiducia, aggressività e coraggio potrebbe essere oggetto di ulteriore dibattito.
Non includiamo Julio Cesar Chavez Jr. e Chris Arreola alla lista, sebbene sospesi a loro volta per uso di marijuana. Si tratta di doping? Risulta un po’ difficile crederlo, tanto che oggi la cannabis non rientra nemmeno nell’elenco delle sostanze dopanti della WADA, l’organismo di controllo preposto.

Sconvolgente? Forse nemmeno troppo. È un dato di fatto che oggi giù dal ring si combatta un altro match, e non certo tra pugili.

La scoperta della positività di Tyrone Spong, che avrebbe dovuto affrontare Oleksander Usyk questo fine settimana, e il recente caso di Heather Hardy, prima donna dopata del pugilato femminile, hanno riportato a galla per l’ennesima volta l’argomento. Giusto per qualche giorno, ovviamente.

Quello del doping è un tema difficile, complesso, scomodo, che investe sport, etica e soprattutto salute. Si è iniziato a parlarne a partire dagli anni ‘80 ma solo con l’istituzione della WADA si è cominciato a scoperchiare il calderone, trovandoci purtroppo tutto il marcio possibile. La qual cosa non deve far ritenere che nella boxe degli anni d’oro non vi fossero storture: semplicemente non ci sono prove concrete, se non voci da un passato ormai troppo lontano e a cui si guarda con riverenza e indulgenza.

Il problema però oggi viene ad assumere contorni ben delineati e preoccupanti. La lista di cui sopra dovrebbe bastare per capirne la portata.

Fino a che punto la boxe è invischiata? Fino al punto in cui gli stessi enti organizzativi sono disposti a passare sopra al problema per non fermare la giostra. Tradotto in parole povere: fino a che entrano soldi, tanti soldi.
Pene e squalifiche assolutamente ridicole sono comminate più per facciata che altro, quando non addirittura assenti: “Assunzione involontaria, quantità modesta, non influisce sulla prestazione”. Queste, generalmente, le giustificazioni addotte dai vari enti per non fermare lo spettacolo. The show must go on, si direbbe. Specie quando il tornaconto assume i contorni di assegni a più zeri. Se a questo aggiungiamo i patetici tentativi della maggior parte dei pugili di insabbiare, sviare o giustificare la positività adducendo motivazioni al limite del grottesco, il quadro che ne emerge è francamente sconfortante.

Come affrontare una questione tanto spinosa? Come contrastare il sempre più frequente uso di sostanze dopanti? Sdoganare il doping a livello sportivo visto che “ne fanno tutti uso” non pare a chi scrive la migliore delle soluzione possibili, per due banali motivi: perché a rimetterci in termini di salute sono i pugili, le cui prestazioni in termini di resistenza e forza non possono essere assimilabili a quelle di un cavallo, spinte in qualche modo oltre l’umana concezione; da un punto di vista sportivo semplicemente perché l’idea di assistere a competizioni in cui la componente farmaceutica rischia di essere una variabile predominante non solo toglie valore all’impresa sportiva, ma la altera, in virtù di fattori esterni difficilmente controllabili. In poche parole, l’idea che vinca chi si dopa meglio è di per sé oscena e demoralizzante.

Come se ne esce? Difficile dirlo. È evidente a chiunque che intorno al doping giri un lucroso traffico, che va di pari passo con l’ambizione di molti atleti. Ambizione economica e ambizione sportiva. Arricchirsi, ma anche superare sé stessi in qualche modo, per superare gli altri: basta un singolo individuo dopato per scatenare una reazione a catena che spinge il pugile ambizioso a tentare di combattere ad armi pari con il rivale fraudolento.

Tra le altre cose, risulta difficilissimo se non impossibile valutare il reale apporto del doping nel confronto tra due pugili: prevarrà quello “meglio dopato”, oppure finirà per vincere quello più talentuoso? Come tarare l’apporto del doping in termini di rapidità o in termini di resistenza e forza bruta?

Per quanto risulti difficile anche solo prospettare una soluzione – impossibile azzerare il tutto, impossibile vietare la farmacologia in ambito sportivo, basti pensare alle necessità di ricorrervi in caso di traumi – è palese come il doping sia vissuto dai pugili come una vergogna, sebbene necessaria per competere in un ambito ormai corrotto, e come un qualcosa da nascondere. Questo semplicemente perché è ingannare, sé stessi e chi segue lo sport per passione. È barare. Lo sa bene anche quel tale di nome Evan Fields che, contattato telefonicamente da alcuni giornalisti, rispose così una volta sollevata la cornetta: “Hello, Evander Holyfield speaking”.

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