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Alvarez vs Jacobs: doveva essere il match dell’anno, eppure…

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Sono trascorse circa due settimane da quello che molti attendevano come il match dell’anno tra curiosità, incertezza e voglia di sano spettacolo sportivo: Saul “Canelo” Alvarez e Daniel “Miracle Man” Jacobs si sono dati battaglia a Las Vegas con il popolare atleta messicano emerso vincitore di stretta misura ai punti. Proviamo dunque a bocce ferme a focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti chiave della sfida a cui abbiamo assistito, al netto della cronaca di quanto visto sul ring che vi abbiamo già proposto nel nostro approfondito resoconto.

Boxe per intenditori o incontro noioso?

La storia del pugilato è piena di match alla cui enorme esposizione mediatica ha fatto da contraltare uno scarso gradimento del pubblico per lo spettacolo ammirato sul ring. Esempio cardine di questa dinamica fu l’incontro tra Oscar De La Hoya e Felix Trinidad del 1999: pomposamente soprannominato “Fight od the millennium”, si rivelò una sorta di partita a scacchi priva di pathos e colpi di scena lasciando l’amaro in bocca a quanti si attendevano i fuochi d’artificio. Più recentemente la sfida tante volte invocata tra Floyd Mayweather Jr e Manny Pacquiao, pur svolgendosi su ritmi meno blandi, ha lasciato anch’essa una sensazione di incompiutezza e difatti non è stata affatto apprezzata da una fetta consistente di appassionati. Tra Canelo e Jacobs è accaduto qualcosa di simile: un match atteso e chiacchierato in ogni angolo del globo non è sostanzialmente mai decollato facendo prevalere di gran lunga tattica e prudenza rispetto al dramma. Certamente hanno influito le caratteristiche dei pugili, entrambi più efficaci di rimessa; certamente ha avuto il suo peso l’importanza della posta in palio, ovvero il riconoscimento di peso medio numero uno al mondo. Ma quali che siano state le cause, è innegabile che il match non abbia fatto sobbalzare nessuno dalla sedia, risolvendosi in una perenne attesa del “Big drama show” tanto caro a Gennady Golovkin, protrattasi senza esito fino al gong finale. Non c’è dunque da stupirsi che in alcuni frangenti si siano uditi fischi provenienti dagli spalti né che il citato pugile kazako abbia definito il match, esagerando un po’, “una sessione di sparring”. Di movimenti e gesti tecnici pregevoli se ne sono visti eccome, ma la boxe controllata, senza l’adrenalina del cuore gettato oltre l’ostacolo, non sarebbe lo stesso sport.

L’effetto delle giurie sul pugilato di Canelo

Inutile nascondersi che il trattamento di cui Saul Alvarez ha potuto godere in carriera da parte dei giudici sia stato fino ad oggi di considerevole tutela. Nella stragrande maggioranza dei match importanti disputati dal rosso, compresi quelli vinti con merito, almeno un giudice ha dato l’impressione di essersi presentato all’evento col cartellino precompilato: è accaduto contro Austin Trout, Erislandy Lara, Miguel Cotto, nel primo match con Golovkin e persino contro sua maestà Floyd Mayweather, quando l’ingiustificabile C.J. Ross ebbe il barbaro coraggio di esibire un punteggio di parità dopo un incontro in cui Canelo era stato surclassato. Oggi, dopo la rivincita con GGG, caratterizzata dall’ennesimo verdetto favorevole al termine di un match in bilico, il campione messicano sembra essersi assuefatto allo status quo, adeguando di conseguenza il proprio pugilato. Il match contro Daniel Jacobs si è mantenuto dall’inizio alla fine su binari di notevole equilibrio, eppure Alvarez non ha mai dato neppure per un secondo la sensazione di preoccuparsi di un eventuale esito a lui avverso. Qualunque pugile, nell’arco di una sfida svoltasi sul filo di lana, cerca di spingere in ogni modo possibile l’ago della bilancia nella propria direzione: si infiamma negli ultimi secondi delle riprese per influenzare la giuria, si assume più rischi del solito, dà fondo a tutte le energie residue nel finale, insomma le prova tutte. Canelo non ha fatto niente di tutto questo: costantemente tranquillo, compassato, calcolatore, ha chiuso bene ma senza strafare, ha espresso il suo pugilato ma non ha quasi mai accelerato davvero, ha combattuto in buona sostanza come chi sa di poter perdere solo in caso di incontestabile batosta. Purtroppo la situazione penalizza tutti: avremmo ammirato volentieri un Saul Alvarez agguerrito, cattivo, pronto a innescare ogni scintilla del suo talento e disposto a dare l’anima e anche di più per vincere; il messicano stesso avrebbe ottenuto maggior credito di quanto gli abbia conferito una performance tecnicamente ineccepibile ma francamente scialba rispetto alle attese e alle sue potenzialità.

Un Jacobs disidratato?

Non è mai buon segno quando un pugile parla troppo dei sacrifici fatti per rispettare i limiti di peso. Daniel Jacobs ne ha parlato praticamente in continuazione: lo ha fatto durante la preparazione, lo ha lasciato fare alla bilancia infrangendo la clausola della massima reidratazione con tanto di multa salata e ha continuato a farlo nel post-match, fino alla decisione drastica del cambio di categoria con l’ingresso ufficiale nei supermedi. Per anni l’americano ha operato un taglio del peso clamoroso, sottoponendo il proprio organismo a uno stress non indifferente per superare indenne il giorno della pesatura ed esibire sul ring una stazza colossale per la categoria. Alla lunga però il corpo umano, se sottoposto a tali pratiche con regolarità, inizia a sopportarle con crescente difficoltà, determinando talvolta veri e propri crolli come accaduto di recente a David Lemieux, finito al pronto soccorso per un principio di disidratazione. Che Miracle Man possa essere stato penalizzato dallo sforzo fatto per rispettare le 160 libbre appare piuttosto probabile a giudicare dalla sua prestazione che, pur mantenendosi su ottimi livelli complessivi, è apparsa priva di quei cambi di ritmo indispensabili per mettere alle strette un rivale tecnico e talentuoso come Canelo. Jacobs è partito con estrema circospezione, caricando pochissimi colpi nelle prime riprese, proprio come chi sa di dover gestire le energie per non rimanere senza benzina. Il finale è stato poi quello del “vorrei ma non posso”: di fronte al messicano che saliva di tono, l’ex campione IBF appariva scarico, appesantito, poco brillante. Indubbiamente le qualità di chi aveva di fronte hanno avuto anch’esse un peso considerevole nell’impedirgli di esprimersi al 100%, ma il Jacobs ammirato contro Golovkin era sembrato decisamente più esplosivo, veloce e pimpante rispetto alla versione di due settimane fa. Ora Miracle Man approderà nei supermedi, divisione in cui Canelo ha già fatto capolino una volta: chissà che un giorno i due non possano affrontarsi di nuovo e chissà che senza la spada di Damocle delle 160 libbre Jacobs non sia in grado di portare il match su binari più frizzanti e spettacolari.

 

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