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95 anni fa, la nascita di Kid Gavilan: l’indistruttibile “Cuban Hawk”

Se fosse ancora tra noi, oggi il leggendario fuoriclasse cubano Kid Gavilan compirebbe 95 anni. Si spense invece quando ne aveva 77, in povertà e solitudine, tanto che sul luogo della sua sepoltura, in una zona trasandata del cimitero “Our Lady of Mercy” di Miami, fu posta inizialmente una semplice placca di bronzo. Per riesumare la salma, trasferirla in un’area più consona e omaggiarla con una lapide degna di questo nome furono necessarie le donazioni di altri grandi campioni, la più generosa delle quali fu quella di Mike Tyson, pronto a donare 5mila dollari nonostante all’epoca avesse da poco dichiarato bancarotta. Eppure negli anni di gloria il “Cuban Hawk” scrisse pagine indelebili della storia del pugilato, consacrandosi come uno dei pesi welter più forti di sempre.

Carente in potenza, sublime in tutto il resto: l’artista del “bolo punch”

Quando Madre Natura distribuì i suoi doni al piccolo Gerardo Gonzalez, nome anagrafico di Gavilan, probabilmente si accorse di avergliene dati troppi, e così lo privò della potenza. Per il resto il “Falco cubano” aveva praticamente tutto: veloce come un felino, solido come una roccia, tecnicamente incantevole, caratterialmente indomito, se avesse avuto anche il KO facile avrebbe verosimilmente conteso a Sugar Ray Robinson il ruolo di miglior pugile della storia. Invece su 143 match disputati da professionista ne chiuse appena 28 con le maniere forti, mettendosi molto più spesso nelle mani dei giudici con tutte le conseguenze del caso. Se l’arsenale offensivo dell’atleta nato a Camaguey era privo del colpo risolutore, lui lo rifornì di un’arma spettacolare: l’inconfondibile “bolo punch”. L’invenzione dello speciale fendente, eseguito ruotando il braccio all’indietro prima di centrare il bersaglio, viene tradizionalmente attribuita al filippino Ceferino Garcia, ma Gavilan lo apprese da autodidatta: il movimento era infatti lo stesso che eseguiva falciando le canne da zucchero negli sterminati campi cubani!

Dagli esordi casalinghi al mondiale contro il Dio della boxe

Passato professionista a soli 17 anni, Gavilan disputò in patria buona parte dei primi match, con qualche sporadica sortita in Messico. Passarono quattro anni prima che il giovane si trasferisse in pianta stabile negli Stati Uniti mettendo immediatamente in mostra il suo talento, tanto che gli incontri da circoletto rosso non tardarono ad arrivare. Pur venendo inizialmente sconfitto da fuoriclasse più esperti del calibro di Ike Williams e Sugar Ray Robinson, il giovane cubano si guadagnò l’affetto del pubblico, che in entrambi i casi fischiò sonoramente i verdetti, contestando quello con Robinson con tanta ferocia che la riunione dovette essere interrotta per ristabilire l’ordine. Sempre più consapevole dei propri mezzi, Gavilan vinse rivincita e bella con Williams e si guadagnò una chance per il mondiale dei welter detenuto da quello stesso Sugar Ray che lo aveva domato senza titolo in palio. Lo sfidante, che non era mai andato oltre le dieci riprese, si rese estremamente competitivo nel corso dei primi sei round, ma calò alla distanza e fu sconfitto ai punti: l’appuntamento con la gloria era rimandato.

Alti e bassi, mondiale e polemiche

Seguirono fasi alterne caratterizzate dalla solita costante: giudici, pubblico e giornalisti vedevano sovente tre match diversi e le relative discussioni proseguivano a lungo. A fine carriera Gavilan aveva totalizzato la cifra di record di 19 split decision, 11 a favore e 8 contro: se da un lato il combattere spesso e volentieri in trasferta lo ha penalizzato, dall’altro il supporto dei suoi manager, ammanigliati con la malavita e vicini al noto mafioso italoamericano Frankie Carbo, può avergli spalancato qualche porta. Di certo comunque non ci furono polemiche quando nel maggio del 1951 si laureò campione del mondo dominando ai punti il detentore Johnny Bratton e rompendogli la mandibola. Ben diverso fu ciò che avvenne in occasione della prima difesa: Billy Graham fu superato con una controversa split decision passata alla storia poiché in punto di morte il giudice Arthur Schwartz confessò di aver premiato Gavilan poiché intimidito dal suo entourage. A onor del vero però Graham fu troppo passivo nella prima metà del match, che fu comunque estremamente equilibrato.

Un pugno al razzismo e la distruzione degli imbattuti

Dopo l’ennesimo verdetto opinabile, un assurdo pareggio emesso al termine di una sfida senza titolo con l’ex campione Bratton, che Gavilan aveva controllato agevolmente, il cubano disputò una storica difesa della sua cintura contro il mancino Bobby Dykes a Miami: per la prima volta nella storia della Florida un pugile di colore affrontava un bianco per il mondiale. Dykes ricevette addirittura minacce di morte da fanatici che lo accusavano di “disonorare la razza bianca” accettando di battersi contro un nero, ma salì sul ring, si batté con grande coraggio, e perse di stretta misura. Oltre a non temere il pubblico avversario, Gavilan non si faceva problemi ad accettare la sfida di fighter ancora imbattuti: prima Gil Turner e poi Chuck Davey furono annientati dal Falco macchiando per la prima volta i rispettivi record. Tra i due match Gavilan concesse anche una nuova chance a Billy Graham, ma ancora una volta quest’ultimo ebbe valide ragioni per recriminare: giunto a Cuba fu arrestato con un pretesto ridicolo e tenuto in carcere per diversi giorni prima dell’incontro. Non c’è dunque da stupirsi se sul ring questa volta non ci fu storia.

Gli ultimi squilli di tromba del “Cuban Hawk”

Prima di avviarsi all’inesorabile declino, Gavilan aveva ancora qualche asso nella manica da giocare. E così le ultime due difese vincenti del suo regno lo videro superare dapprima il fortissimo italoamericano Carmen Basilio e poi il suo eterno rivale Johnny Bratton. Basilio doveva ancora scolpire il suo nome nei libri di storia: proprio in quella fase faceva i progressi decisivi che lo avrebbero reso un fighter indomabile. Gavilan subì il secondo e ultimo atterramento della sua carriera e soffrì lo stile poco ortodosso dello sfidante, ma grazie alla maggiore astuzia nel gestire il corpo a corpo, recuperò terreno nella seconda metà e strappò un verdetto risicato. Travolgente fu invece la vendetta su Bratton, a cui questa volta nessun giudice al mondo avrebbe potuto regalare un pari: Gavilan giocò al gatto col topo per metà match, dopodiché diede vita a un bombardamento devastante che portò svariate volte il povero sfidante sull’orlo del KO. Finì con una larghissima vittoria ai punti poiché l’orgoglio smisurato di Bratton gli permise di sentire l’ultima campana.

L’impresa mancata e l’ultima beffa

Dopo tre anni di dominio della categoria, Kid Gavilan non poteva sottrarsi al tentativo di amplificare il suo valore storico puntando alla corona dei pesi medi. Prima di affrontare il detentore Bobo Olson, il cubano salì sulla bilancia senza neppure togliersi i vestiti e ciononostante l’ago si fermò due chili sotto il limite di categoria. A rendere ulteriormente insormontabile la differenza di stazza, ci si mise un infortunio patito alla mano destra nel match precedente, un handicap che costrinse Gavilan a usare quasi esclusivamente il sinistro. La montagna si rivelò troppo alta da scalare e così il “Cuban Hawk” dovette tornarsene tra le 147 libbre dove però lo aspettava un’ultima beffa. Opposto allo sfidante Johnny Saxton, la cui carriera fu a sua volta profondamente condizionata da interessi mafiosi, Gavilan diede vita a un match orrendo, pieno di clinch e povero d’azione, ma secondo la maggioranza degli osservatori vinto chiaramente. Così non fu: ennesima split decision, stavolta avversa, e fine ingloriosa di un regno che nonostante tutte le controversie resta straordinario.

Il viale del tramonto intrapreso quella notte si concluse nel 2003, dopo otto anni trascorsi in una struttura assistenziale in cui la salute di Gavilan si deteriorò giorno dopo giorno. Colpevolmente dimenticato dagli affetti nell’ultima fase della sua vita, il Falco di Camaguey non conoscerà mai l’oblio tra gli appassionati di pugilato che grazie al mirabile gesto di pugili come Roberto Duran, Leon Spinks, Buddy McGirt, Emile Griffith e il già citato Mike Tyson, potranno andare a rendergli omaggio davanti a una lapide degna di un campione del mondo.

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