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30 anni fa, Nunn vs Toney: la caduta di un mito e la consacrazione di un campione

Ci sono pugili che sembrano imbattibili, collocati ai primi posti delle classifiche P4P all’unanimità e ritenuti meritevoli dell’accostamento con i più grandi del passato fino a quando un’improvvisa debacle ribalta le valutazioni e segna la consacrazione di un “nuovo eroe”. All’inizio degli anni ’90 Michael Nunn sembrava destinato a una carriera leggendaria: allenato dal grandissimo Angelo Dundee, l’americano aveva tutto quello che si richiede a un campione in termini di qualità tecniche e fisiche e sbaragliava infatti un avversario dopo l’altro. Un idillio destinato a interrompersi bruscamente il 10 maggio del 1991, quando il giovane James Toney, all’epoca appena 22enne, siglò il più grande capolavoro della sua carriera mettendo KO il blasonato avversario in un match spettacolare. A 30 anni esatti da quella memorabile impresa torniamo dunque con la memoria al John O’Donnell Stadium di Davenport dove “Lights Out” lasciò il mondo sotto shock!

La superstar e il giovane rampante

Gli allibratori avevano pochi dubbi su chi sarebbe stato ad alzare il braccio al cielo al termine del main event della riunione organizzata da Bob Arum: Nunn era dato favorito per 20 a 1, cifre che solitamente caratterizzano veri e propri mismatch. Del resto il campione del mondo IBF dei pesi medi, imbattuto dopo 36 match disputati da professionista, era giunto alla sesta difesa del suo titolo e aveva già sconfitto pugili del calibro di Sumbu Kalambay, Iran Barkley e Donald Curry guadagnandosi il terzo posto della classifica P4P compilata ogni anno della rivista specializzata The Ring. Toney dal canto suo non era neppure in vetta alla classifica IBF che lo collocava al quinto posto e fino a quel momento aveva sconfitto un unico avversario di buon livello, il picchiatore dominicano dalle mani pesanti Merqui Sosa. A questa notevole differenza di esperienza si aggiungeva un accoppiamento di stili che sulla carta sembrava destinato a favorire il campione in carica: da buon colpitore d’incontro Toney era maggiormente a suo agio contro gli attaccanti e secondo l’opinione di molti avrebbe fatto fatica a inquadrare un pugile mobile e sgusciante come Nunn. Nondimeno il giovane sfidante non lesinò dichiarazioni spavalde alla vigilia del grande appuntamento affermando a più riprese che avrebbe messo KO il rivale. Nunn, spazientito da tanta insolenza, fece a sua volta una minacciosa promessa: “Lo punirò. Mi divertirò nel punire questo ragazzo”.

L’arroganza di Nunn e il meritato castigo

Chiunque seguisse la boxe con attenzione all’epoca dei fatti avrebbe consigliato a Michael Nunn un approccio tattico attendista: boxando dalla lunga distanza il campione del mondo avrebbe potuto sfruttare il vantaggio in altezza e in allungo impedendo oltretutto a Toney di azionare con continuità i suoi famigerati colpi d’incontro. Figurarsi dunque se considerazioni tattiche tanto banali e di facile lettura potessero sfuggire all’immenso Angelo Dundee, che di fighter elusivi di livello leggendario, da Muhammad Ali a Sugar Ray Leonard ne aveva allenati parecchi. Non sempre tuttavia un pugile è disposto ad ascoltare i consigli del suo maestro e così Michael Nunn, nonostante il suo celebre trainer gli intimasse di muoversi e di fare largo uso del jab, diede immediatamente fuoco alle polveri stazionando di fronte allo sfidante nel corso delle prime tre riprese e accettando lo scambio ravvicinato.

Difficile dire cosa spinse il mancino di Davenport a ignorare le indicazioni di Dundee: forse la voglia di impressionare il suo pubblico, o quella di dimostrare di potersi imporre anche scendendo sul terreno del rivale o anche il nervosismo scaturito dal trash talking di Toney. Ad ogni modo i fatti inizialmente sembrarono dargli ragione, poiché pur dovendo incassare un buon numero di colpi evitabili, Nunn fece valere nelle prime fasi del combattimento un workrate superiore portandosi in vantaggio nonostante una condotta apparentemente illogica. Soltanto dal quarto round il campione parve rassegnarsi a seguire i dettami del suo angolo esibendosi in due bellissime riprese da outfighter e consolidando un vantaggio che al termine della quinta ripresa appariva rassicurante.

James Toney tuttavia, pur perdendo gradualmente terreno, restava pericolosamente in partita e di tanto in tanto trovava il varco per piazzare solidi colpi alla testa. In queste circostanze l’arroganza di Nunn giocava in favore dello sfidante poiché il favorito della vigilia, quasi infastidito dalla sola idea di poter essere colpito, cercava immediatamente di “vendicarsi”, facendosi trascinare nella bagarre. Altre volte il campione si fermava con la guardia bassa irridendo l’avversario e invitandolo a colpire ancora, aumentando così il margine di rischio e tenendo costantemente aperta la possibilità di un clamoroso ribaltamento delle sorti della contesa. Se l’angolo di Toney dopo il settimo round manifestava preoccupazione, tanto che il suo allenatore Bill Miller gli disse a cuore aperto che stava perdendo l’incontro, lo sfidante non era dello stesso avviso e replicò con tranquillità al suo trainer: “Non preoccuparti. Non arriverà alla fine”.

Una profezia coraggiosa che “Lights Out” cercò subito di far avverare alzando il ritmo del combattimento e disputando dall’ottavo al decimo i tre round migliori del suo combattimento. Toney avanzava senza timori reverenziali, caricava i colpi con veemenza e continuava ad approfittare dell’orgoglio inesauribile di Nunn, che di fronte alle urla disperate di un allarmato Dundee rispondeva serafico: “Non mi sta facendo male”. All’inizio dell’undicesima ripresa si aveva la sensazione che la rimonta dello sfidante fosse stata completata o quantomeno che fosse in procinto di compiersi, ma il fattore campo e la sostanziale differenza di prestigio tra i due pugili dava a Nunn un bonus che si rifletteva sui cartellini ufficiali con vantaggi di quattro, sei e addirittura otto punti.

Ben consapevole del rischio concreto di una beffa finale, Toney decise dunque di spendere le ultime energie residue alla ricerca disperata del KO: messe in soffitta tattica e strategia, lo sfidante caricava i colpi come se non ci fosse un domani e in più di un occasione andò a un centimetro dal bersaglio. Inseguito per il ring senza tregua Nunn fu dapprima scosso da un destro che lo proiettò contro le corde e poi “fulminato” poco dopo da un gancio sinistro spettacolare che lo travolse come un treno in corsa. Soltanto l’incoscienza dell’arbitro Dennis Nelson poteva prolungare a quel punto le ostilità e così il campione fu costretto a subire altri duri fendenti in difesa passiva prima che Angelo Dundee balzasse sul quadrato per porre fine all’ormai impari scontro.

Pur laureandosi campione del mondo anche nella categoria superiore dei supermedi, Nunn non riconquistò mai il suo status di stella di prima grandezza: quella sera la sua luce era stata assorbita in modo irreversibile da un nuovo astro nascente, destinato tra alti e bassi a scrivere altre pagine memorabili.

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