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30 anni fa, Evander Holyfield vs George Foreman: una battaglia tra due epoche!

È umanamente possibile per un pugile tornare sul ring dopo dieci anni di inattività, affrontare a 42 anni il campione del mondo in carica e dar vita a un match competitivo ed entusiasmante? Se il pugile in questione è l’immenso George Foreman, la risposta è affermativa. Ricorrono oggi i 30 anni da quel 19 aprile  del 1991 in cui il pubblico del Convention Center di Atlantic City vide Big George battagliare con Evander Holyfield per il trono da cui era stato scalzato più di quindici anni prima. Fu una serata memorabile, densa di significati sportivi e umani e noi di boxe-mania nell’anniversario di quella che fu definita la “Battle of the ages” (battaglie delle epoche) non potevamo non raccontarvela!

Miracolo possibile o truffa mediatica? Foreman alla riscossa tra sognatori e scettici

Quando George Foreman annunciò la sua intenzione di tornare sul quadrato dieci anni dopo la crisi mistica che lo aveva spinto ad appendere i guantoni al chiodo dopo la sconfitta con Jimmy Young, la stragrande maggioranza degli appassionati reagì alla notizia con disapprovazione se non addirittura con sarcasmo. L’idea che il fenomenale picchiatore di un tempo potesse mostrarsi ancora competitivo dopo un periodo tanto lungo trascorso occupandosi di tutt’altro non riscuoteva particolari consensi, ma quando il pugile texano iniziò a collezionare un KO dopo l’altro la percezione collettiva cominciò a cambiare.

Naturalmente lo scetticismo non scomparve del tutto, poiché c’era chi sminuiva il valore dei pesi massimi “abbattuti” dal vecchio campione e anche chi metteva in dubbio la loro combattività. Del resto uno di essi, il tongano Tony Fulilangi, ammise in seguito di essersi lasciato cadere puntando unicamente alla borsa, mentre un altro, il veterano Bert Cooper, accusò il team avversario di aver mandato due prostitute gemelle a “distrarlo” e drogarlo pochi giorni prima del match. Insomma, nonostante le 24 vittorie consecutive ottenute dal suo rientro sulla scena e nonostante 23 di queste fossero giunte per KO, Foreman era ancora additato da una parte del mondo degli addetti ai lavori come sicura vittima sacrificale del fortissimo Holyfield che in quel momento storico era all’apice della sua carriera. The Real Deal, imbattuto ed estremamente sicuro di sé, aveva da poco distrutto James Douglas appropriandosi del titolo mondiale e puntava a un match di portata storica con Mike Tyson.

The battle of the ages: non si scherza con Big George!

Tra le cose che balzarono all’occhio durante il primo round ci furono sicuramente la differenza di corporatura tra i due pugili e il gap di velocità in favore del campione in carica. Holyfield si spostava e colpiva con rapidità di esecuzione fulminea mentre Foreman, più pesante di ben 22 chili rispetto al rivale, cercava di trovare la misura e si difendeva incrociando le braccia con uno stile simile a quello che nei gloriosi anni ’70 caratterizzava uno dei suoi avversari, ovvero il “Mandingo Warrior” Ken Norton. A proposito di vecchie conoscenze e vecchie rivalità, all’angolo di Big George c’era niente meno che il celeberrimo Angelo Dundee, protagonista insieme a Muhammad Ali della sua sconfitta più amara ma divenuto suo alleato nel percorso di rientro verso la gloria.

Se la ripresa di apertura poteva far pensare a una serata “comoda” per il Real Deal, bastò il secondo round a far capire a tutti che George Foreman non fosse salito sul quadrato per prendersi la borsa e salutare i nostalgici: lo sfidante diede fuoco alle polveri aprendosi la strada con jab pesanti come mattonate e chiudendo le azioni col suo famigerato gancio destro. Nel vedere il vecchio guerriero braccare il giovane campione il pubblico era in delirio: paradossalmente Big George, che quand’era all’apice faticava a conquistarsi l’affetto della gente, era diventato invece un idolo nazionale nel ruolo di outsider.

Quanti credevano che Foreman sarebbe scoppiato nel giro di pochi round a causa del ritmo imposto dal suo avversario devono aver strabuzzato gli occhi nel vedere che lo sfidante rifiutava lo sgabello, preferendo restare in piedi tra un round e l’altro. Ciò avveniva anche dopo riprese pesantissime come la terza, al termine della quale George era stato paurosamente vicino all’atterramento dopo una terribile combinazione di Holyfield pochi secondi prima della campana. Col passare dei minuti il campione in carica non riusciva ad andare oltre un lieve vantaggio, frutto del suo workrate inevitabilmente superiore, ma pativa visibilmente l’effetto dei colpi del rivale che pur meno numerosi lasciavano sistematicamente il segno.

Il settimo fu uno dei round più belli del decennio: Foreman partì a spron battuto dando l’impressione di poter scardinare la difesa dell’avversario; Holyfield reagì da campione con una serie impressionante di ganci veloci e violenti che però non riuscirono a far indietreggiare lo sfidante; poi ancora Foreman si fece pericoloso con terribili montanti da vicino. Purtroppo per i sognatori che fino a quel momento ancora conservavano legittimamente la speranza di un incredibile upset, quei tre minuti infuocati e selvaggi tolsero al vecchio George una considerevole quantità di energie, costringendolo a limitare il suo output offensivo nell’ultima porzione del combattimento.

E così poco a poco Holyfield consolidò il suo vantaggio approfittando della maggior freschezza, ma non diede mai la sensazione di dominare la contesa o di essere vicino alla soluzione di forza, se non negli ultimi frangenti del nono round, quando Foreman fu salvato dalla campana dopo aver incassato un destro alla dinamite. Nelle ultime tre riprese, a testimonianza di quanto seria fosse la minaccia costituita dallo sfidante, il Real Deal fece largo uso del clinch tra una combinazione e l’altra per impedire al celebre avversario di azionare i suoi pesanti fendenti e dare vita a un finale al cardiopalma. Giusta dunque la decisione unanime dei giudici in favore di Evander Holyfield ma applausi scroscianti e meritatissimi per Big George, autentico vincitore morale della serata, il cui clamoroso ritorno sul tetto del mondo si sarebbe compiuto tre anni e mezzo più tardi. Ma questa è un’altra storia…

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