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25 anni fa, Barrera vs McKinney: la consacrazione del Baby Faced Assassin

Ci sono incontri speciali che determinano il salto di qualità di un pugile, facendolo passare dal rango di “campione potenziale” a quello di protagonista assoluto della sua epoca. Nel caso del carismatico demolitore messicano Marco Antonio Barrera, il match della verità fu l’indimenticabile battaglia con lo statunitense Kennedy McKinney andata in scena il 3 febbraio del 1996 al Great Western Forum di Inglewood. Main event del primo appuntamento della serie targata HBO “Boxing After Dark”, l’incontro fu di una bellezza stratosferica e sancì la definitiva consacrazione del “Baby Faced Assassin”. Celebriamo dunque il 25esimo anniversario di quella stupenda difesa del mondiale WBO dei supergallo ripercorrendone le fasi salienti.

L’astro nascente, il veterano e la vigilia esplosiva

Se si considera che Marco Antonio Barrera era alle soglie del 40esimo match da professionista e che invece McKinney ne aveva disputati appena 30, può sembrare strano che il primo arrivasse all’appuntamento con l’etichetta dell’astro nascente e che il secondo fosse considerato agli sgoccioli della carriera. Bisogna tuttavia tener conto del fatto che il messicano, passato pro a soli 15 anni, ne aveva appena 22 il giorno della sfida e che il 30enne McKinney aveva alle spalle una lunghissima carriera da dilettante, avendo disputato quasi 230 match in canotta. Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Seul, l’americano aveva conquistato il mondiale IBF da professionista con un drammatico KO sul sudafricano Welcome Ncita mentre era sotto nel punteggio e apparentemente in balia del rivale, guadagnandosi così la fama di guerriero indomabile. Dopo cinque difese del titolo e dopo la sorprendente sconfitta con il poco conosciuto Vuyani Bungu, McKinney cercava di tornare alla ribalta contro quello che molti dipingevano già come l’erede di Julio Cesar Chavez. I fuochi d’artificio esplosero già in conferenza stampa: adirato per il modo in cui il rivale gli urlava contro, Barrera lo colpì in pieno volto con un pugno prima che i due venissero separati. L’antipasto era stato servito e il piatto forte non avrebbe deluso gli appetiti.

Uno scontro indimenticabile, tra brividi, spettacolo e colpi di scena

Non sappiamo quanto le scaramucce della vigilia abbiano pesato sul carattere irascibile del giovane Barrera, ma indubbiamente il suo approccio al match fu quello di chi ha il dente avvelenato. Il campione aggredì infatti il suo avversario sin dal primo suono del gong caricando i colpi con estrema decisione e alternando fendenti al volto e alla figura, per nulla intimorito dall’idea di trovarsi di fronte al miglior pugile mai affrontato in carriera. Proprio sul fatto di rappresentare un upgrade rispetto ai suoi predecessori McKinney basava molte delle sue certezze: “Chi ha sconfitto Barrera? Chi ha messo KO?” domandava ironicamente alla stampa lasciando intendere che con il suo talento avrebbe ridimensionato l’idolo dei messicani. E a onor del vero quei colpi terribili che avrebbero spazzato via in tempo di record molti dei pugili che il Baby Faced Assassin aveva già domato, non bastarono a chiudere subito i conti, tanto che McKinney, dopo aver attraversato la tempesta, iniziò ad addormentare il match col suo jab e a controllare i ritmi.

L’indole generosa dei due pugili non poteva tuttavia restare sopita troppo a lungo e così a partire dal sesto round il match divenne gradualmente una battaglia campale tra due autentici uomini in missione che, portando centinaia di colpi a ripresa, cercavano disperatamente di imporsi. Proprio quando i continui scambi furibondi sembravano aver prodotto in Barrera un po’ di stanchezza, il messicano trovò il guizzo giusto per sorprendere il rivale e atterrarlo. Era in corso l’ottavo round e in men che non si dica McKinney dovette subire l’onta del conteggio una seconda volta; la regola del limite massimo di tre atterramenti a ripresa era in vigore, motivo per cui seguirono attimi di forcing drammatico, ma l’americano riuscì incredibilmente a giungere in piedi al minuto di pausa. Un ulteriore knock down nel round seguente sembrò l’anticamera della fine, ma lo sfidante aveva sette vite come i gatti: si rialzò, strinse i denti e continuò a battersi con indomito coraggio.

Ai telecronisti della HBO non parve vero quando Kennedy McKinney, dopo essere già finito al tappeto tre volte e dopo essere stato sull’orlo della disfatta, iniziò clamorosamente a prendere il sopravvento nel decimo round. Un Barrera visibilmente stanco, stordito da un preciso destro al volto, iniziò infatti ad arretrare, cosa per lui davvero inconsueta, dando modo al redivivo avversario di conquistare il centro del ring e tentare una disperata rimonta. La “resurrezione” dello sfidante produsse anche un conteggio, quando il guantone di Barrera sfiorò il suolo nella penultima tornata in seguito all’ennesimo destro incassato, ma nonostante i generosi tentativi di riaprire i giochi, era chiaro a tutti alla vigilia dell’ultimo round che il KO fosse indispensabile per detronizzare il campione. Lo sapevano naturalmente anche i due angoli: quello di MKinney chiese un ultimo sforzo disperato, quello di Barrera raccomandò prudenza, ma rimase naturalmente inascoltato. Desideroso di chiudere alla grande e incurante dei punteggi, il Baby Faced Assasin condusse una dodicesima ripresa mitologica infliggendo al rivale tre atterramenti, uno dei quali colpevolmente non segnalato dall’arbitro, e venne portato in trionfo.

L’inesauribile McKinney avrebbe prodotto un ultimo miracolo un anno e mezzo dopo, siglando un KO incredibile su Junior Jones alla sua maniera, ovvero trovando il colpo vincente nel bel mezzo di una situazione apparentemente senza scampo. Un asso nella manica che contro il giovane Barrera non era riuscito a pescare.

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