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10 anni fa, Kelly Pavlik vs Sergio Martinez: l’incoronazione di “Maravilla”

Sembra ieri quando Sergio “Maravilla” Martinez saliva sul trono dei pesi medi ed entrava prepotentemente nel cuore di tutti gli appassionati di pugilato. Eppure sono già passati dieci anni da quel fatidico 17 aprile del 2010, quando il possente Kelly “The Ghost” Pavlik fu sonoramente sconfitto dalla classe, dalla velocità e dal carattere del carismatico atleta argentino finendo col cedergli i titoli WBC e WBO di categoria. Fu un match duro, non privo di momenti difficili e contrassegnato da un enorme gap fisico da colmare. Riviviamolo insieme attraverso il racconto e le immagini di quella notte di “cambio al vertice”.

Le fatiche di Maravilla

Non saranno state ardue come quelle d’Ercole, ma le fatiche che Sergio Martinez dovette sobbarcarsi per arrivare finalmente al titolo mondiale furono innumerevoli. Entrato per la prima volta in una palestra di boxe a vent’anni già compiuti, l’argentino, che fino a quel momento si era dedicato al calcio e al ciclismo, dovette acquisire i meccanismi del pugilato in un’età in cui gran parte dei campioni sono più che formati. La scelta di affidarsi a uno stile “spericolato”, con le mani perennemente basse e la difesa affidata ai riflessi, inizialmente non pagò i dividendi, tanto che la prima volta che mise il naso fuori dalla sua Argentina fu messo brutalmente KO da Antonio Margarito e ricacciato nel girone infernale dei match interlocutori. Una lunghissima fase di crescita caratterizzata da svariate trasferte in Spagna, nel Regno Unito e in USA lo fece finalmente emergere ai piani alti ma due verdetti molto discutibili contro Kermit Cintron e Paul Williams sembrarono dirgli che il suo destino fosse stregato. Per quanto i pesi medi non fossero la sua categoria ideale, visto il suo fisico minuto, non esitò dunque neppure un istante a farsi avanti quando gli venne prospettata l’opportunità di affrontare l’imperatore delle 160 libbre.

Un fantasma ferito di nome Kelly Pavlik

Stupire il mondo intero e diventare l’idolo delle folle per poi deludere tutti e diventare oggetto di dubbi e perplessità non dev’essere facile. A Kelly Pavlik avvenne proprio questo. Giunto alla chance mondiale dopo aver sbaragliato pugili di fascia media a suon di KO, riuscì a imporsi a sorpresa sul quotatissimo Jermain Taylor, bronzo olimpico a Sydney e capace due anni prima di spodestare il leggendario Bernard Hopkins dal trono dei pesi medi. Pavlik lo travolse in sette round dopo un match emozionante e ricco di colpi scena facendo impazzire di gioia i suoi tifosi e guadagnandosi fama di distruttore implacabile. Enorme fu quindi lo sconcerto quando l’anno successivo il Fantasma fu portato a scuola da quello stesso Hopkins che molti vedevano già sul viale del tramonto. L’opinione maggioritaria prima del match, che si tenne a metà strada tra i limiti dei supermedi e dei mediomassimi, era che il Boia rischiasse addirittura di rimetterci la salute nell’affrontare un picchiatore giovane e devastante come Pavlik. Accettando la sfida del sempre più popolare Martinez il campione dei pesi medi cercava dunque il suo riscatto agli occhi del grande pubblico.

Un match diviso in tre tronconi

Una prima indicazione su quello che sarebbe stato il tema tattico del match la diede la bilancia. Pavlik infatti, dopo aver rispettato il limite previsto di 160 libbre il giorno della pesatura ufficiale, si presentò sul ring a 178 libbre, ovvero poco meno di 81 chili! Nel giro di una notte, il campione del mondo dei pesi medi era diventato un peso cruiser… Vista la notevole differenza di stazza Martinez non poteva che adottare in avvio una tattica elusiva e prudente, ma lo fece in maniera tutt’altro che rinunciataria: il suo sinistro guizzava come un fulmine, il suo jab veniva costantemente doppiato per annullare il gap in termini di allungo, le sue schivate riuscivano al millimetro. Pavlik, che forse era salito sul ring convinto di fare un sol boccone del rivale, si trovò disorientato e incapace di venire a capo dell’enorme differenza di velocità, tanto che il suo allenatore dopo due soli round si trovò a scuoterlo con parole forti dopo averne visto lo sguardo spento e demoralizzato.

A partire dalla quinta ripresa tuttavia avvenne un primo mutamento di gerarchie: Pavlik riuscì infatti finalmente ad adottare gli accorgimenti tattici opportuni per togliere a Martinez il comando delle operazioni. Il suo diretto sinistro iniziò a partire con puntualità e precisione, ma furono soprattutto le gambe a permettergli di rientrare in partita: dopo che nella prima fase era stato sempre piantato sul posto durante gli scambi, l’enorme peso medio statunitense capì che facendo seguire ai suoi fendenti degli opportuni passi indietro avrebbe mandato a vuoto quelle repliche immediate e velenose che lo avevano messo in crisi. Tanto bastò a togliere sicurezze a Maravilla e a far mutare drasticamente l’inerzia dell’incontro, tanto che alla fine dell’ottavo round, complice anche un atterramento un po’ fortunoso, il campione poteva essere addirittura in lieve vantaggio.

Ciò che in pochi a quel punto si sarebbero aspettati è che l’ultimo terzo del match vanificasse completamente la rimonta del Fantasma ristabilendo di fatto la supremazia iniziale del suo avversario. Spronato dal suo angolo a tirare fuori gli attributi, Martinez aggredì improvvisamente il rivale all’inizio del nono round aprendogli una vistosa ferita in prossimità dell’occhio destro con un sinistro magistrale. Da quel momento in poi la copiosa fuoriuscita di sangue diede a Pavlik grossi problemi di visibilità e lo pose sostanzialmente alla mercé delle splendide combinazioni di un rinfrancato sfidante. Impossibilitato a dare la continuità al proprio piano tattico, il campione si trovò smarrito: avrebbe dovuto mandare all’aria ogni strategia e battersi di puro cuore, ma non ne fu capace e gli ultimi round si rivelarono per lui un totale calvario.

L’ottimo verdetto dei giudici diede quindi finalmente a Maravilla la gloria che per tanto tempo aveva inseguito con perseveranza e abnegazione: sarebbe rimasto su quel trono per ben quattro anni, togliendosi molteplici soddisfazioni prima che il suo fisico gli presentasse il conto delle tante battaglie. Pavlik al contrario uscì definitivamente ridimensionato dalla sconfitta e non riuscì più a risalire ai piani alti: rinunciò ad esercitare la clausola di rivincita e, condizionato da problemi di dipendenza dall’alcol, si fermò per più di un anno. Dopo quattro vittorie tutt’altro che memorabili nella categoria dei supermedi appese infine i guantoni al chiodo: l’era del Fantasma era definitivamente tramontata quel 17 aprile di dieci anni fa.

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