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Quel filo sottile che lega Ali, Holmes e Tyson

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C’è un filo sottile che lega tra loro tre leggende della boxe come Mike Tyson, Larry Holmes e Muhammad Ali. È un qualcosa che va oltre le evidenti analogie ed il legame dentro e fuori dal ring. Ha a che fare con la percezione ed il ricordo che i tre hanno lasciato negli occhi e nelle menti degli appassionati.

Ali e Mike sono forse i due pugili più iconici di sempre. Due storie molto diverse, due personalità opposte: da un lato quella strabordante di Ali, dall’altro quella di un ragazzo difficile, timido, con problemi di socializzazione, che però sul ring diveniva feroce. Mike non ha mai avuto l’eloquio pungente e provocatorio di Ali. Non aveva nemmeno lo stesso carisma. Mike era aggressivo, sempre. Doveva intimorire e spaventare il suo avversario, ma i suoi modi erano antitetici a quelli del suo idolo. Ali lo faceva con eleganza, spavalderia e arroganza tanto quanto Mike lo faceva con veemenza e aggressività. Le imprese dentro al quadrato contano fino ad un certo punto. I due trascendevano quanto fatto sul ring. Sebbene diversissimi, Ali e Tyson sono entrati nel cuore della gente.

Nel mezzo, anche temporalmente, Larry Holmes. Che avrebbe avuto tutto per divenire un’icona oltre la boxe, l’ideale anello di congiunzione tra Ali e Mike: una storia di vita durissima, di vero e proprio riscatto personale, come Tyson, e un’eleganza sul ring assoluta, con un jab che ha fatto storia, proprio come Ali.

Eppure non è successo. Larry non ci è mai arrivato nel cuore della gente, nonostante le imprese sul ring.

Holmes fu il responsabile del “pestaggio” – perché tale fu considerato – di un Ali irriconoscibile, probabilmente già affetto dal morbo di Parkinson. Larry fu colui che mise la parola fine alla leggenda. Non lo fece col sorriso sulle labbra, ma con la morte nel cuore: a fine match fu intervistato, ed aveva le lacrime agli occhi.

Dal 1971, ad inizio carriera, fino al 1975, Larry era stato il principale sparring partner di Ali. Lo aveva seguito in Africa, per il match con Foreman, e nelle Filippine, per il terzo match con Frazier. “Era divenuto uno dei miei migliori amici”, ricorda Holmes.

Sul ring però furono avversari, e non avrebbe potuto essere altrimenti.

È difficile immaginare cosa passasse nella testa di Holmes. Quel balletto irrisorio dinanzi ad un moribondo Ali può essere tutto e nulla. Che volesse scrollarsi di dosso il peso di un uomo dalla carriera straordinaria, che volesse infierire o meno, che cercasse semplicemente di fare ciò per cui era pagato, Larry non ne uscì vincitore, ma carnefice. Non glielo hanno mai perdonato: “Che dovevo fare? Aveva 39 anni, io 31. Gli volevo bene, ma non voleva andare giù… Qualcuno ha fatto il conto: l’ho colpito 320 volte. Si lasciava fracassare, soffriva e resisteva, guardavo l’arbitro prima di far partire il pugno, come a dire, ci pensi tu a fermare questo massacro? Non volevo ammazzare Ali, ma come si fa a picchiare l’avversario quel tanto che ci vuole e non di più? Gli arbitri non prendono cazzotti, sono programmati per non interrompere lo spettacolo… Per me è stato un tormento, piangevano tutti, alla fine avevo i goccioloni pure io, ero cresciuto con Ali, gli dovevo molto, ma dal mio angolo continuavano a urlarmi: Larry, quell’uomo sta cercando di rubarti tutto quello che hai… Mi sentivo uno schifo”. (1)

All’incontro era presente un giovane Tyson con Cus D’Amato. Cus amava Ali e quel suo modo di dominare psicologicamente l’avversario. Mike lo aveva conosciuto qualche anno prima, in riformatorio, ed era rimasto affascinato dal suo magnetismo.

A fine match i due si diressero a casa, a un’ora di strada da Albany. Durante quell’ora non dissero una parola. Il giorno dopo Cus chiamò Ali, per sincerarsi delle sue condizioni. Disse ad Ali che aveva per le mani un giovane ragazzo nero, e che presto sarebbe divenuto campione del mondo dei massimi. Voleva che parlasse con lui per qualche secondo.

Una volta al telefono, i due parlarono brevemente e Mike disse: “Quando sarò cresciuto, combatterò contro Holmes e gli ritornerò tutto, per te“. All’epoca Mike aveva 14 anni.

Circa sette anni dopo, Mike salì sul ring per affrontare un Larry Holmes ormai 38enne. Come un deja vu. Ma il carnefice questa volta diviene vittima. Ali era a bordo ring. Per un istante si avvicinò a Mike e gli sussurrò: Remember what you said! Get him for me.

Al suono della campanella, Tyson si avventò su Holmes. Per qualche round, la tecnica di Holmes riuscì a tenere a bada l’irruenza del giovane campione. Ma alla quarta ripresa un poderoso diretto destro di Mike mandò Holmes al tappeto. Si rialzò, ma fu solo l’orgoglio a tenerlo in piedi. Sotto i colpi di Tyson andò al tappeto una seconda e una terza volta, definitiva.

Ali era stato vendicato dalla nuova stella della boxe mondiale. Che di lì a qualche anno sarebbe crollato sotto il peso delle sue stesse azioni. Larry dopo il match si ritirò nuovamente salvo tornare poi sul ring nel 1991, a quasi 42 anni. Di quegli anni, e soprattutto del match con Ali, conserva un ricordo lucido: “…Sono andato a trovarlo. Stavo già male prima di entrare in camera sua, poi fu ancora peggio. Era stanchissimo, in pessime condizioni. Gli dissi: ti voglio bene, resti il più grande. Lui per rincuorarmi, scherzò: amico, ti ho insegnato tutto e guarda come mi hai ringraziato, ma ti sfiderò ancora e ti distruggerò. Era fatto così…ma non me l’hanno mai perdonata“. (2)

 

(1) (2) tratto dall’intervista: Larry Holmes, l’uomo che non voleva picchiare Ali

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