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L’uomo del riscatto: Braddock da “Cinderella Man” a Campione

Nella boxe, c’è una cosa che conta più di ogni altra, più del coraggio, più della forza, più del talento: le motivazioni.

James Walter Braddock, per tutti Jim, trovò dentro di sé motivazioni che lo spinsero ad arrivare dove forse non sarebbe mai giunto col solo talento, divenendo simbolo di tenacia e di rivalsa per un popolo intero. Questa è la sua storia.

Jim Braddock nacque il 7 giugno del 1905 a Hell’s Kitchen, New York, a circa due isolati dal Madison Square Garden, da una famiglia di origini irlandesi e dalla forte impronta cattolica. A causa della povertà in cui versavano, Jim fu costretto, ancora adolescente, a provvedere al sostentamento dei fratelli. Tra il 1919 e il 1923 lavorò come messaggero per Western Union, come fattorino e in seguito come apprendista in una stamperia. Furono gli anni in cui scoprì la boxe, dapprima per strada, quindi nelle palestre, affinando la sua tecnica e arrivando a vincere il campionato amatoriale del New Jersey, nelle categorie dei pesi massimi e dei pesi mediomassimi.

A 21 anni divenne professionista, combattendo da medio massimo e raggiungendo buoni risultati. Ottenne in breve tempo la possibilità di sfidare Taffy Griffith, pugile assai quotato e dato per favorito da tutti. Contro ogni previsione, Jim vinse. L’anno successivo, il 18 luglio del 1929, affrontò Tommy Loughran in una sfida valevole per il titolo di campione del mondo dei pesi medio massimi. Loughran, pugile assai scaltro, fece in modo da evitare la pesante mano destra di Braddock, non dando mai bersaglio fisso.
Jim fu così sconfitto, rimediando anche una seria frattura alla mano destra, la prima di molte, evidenziando una preoccupante fragilità ossea.

Dopo la sconfitta cadde in depressione, ma cercò di risollevarsi, soprattutto per la sua famiglia. Il 25 gennaio del 1930 sposò Mae, la donna che gli sarebbe rimasta per sempre vicino e gli avrebbe donato tre figli, James, Howard e Rosemarie.
Sono gli anni della Grande Depressione, che colpì duramente le vite di milioni di persone che finirono per perdere tutto. Tra questi, Jim Braddock.

Senza lavoro, con la mano destra gravemente infortunata, Braddock affrontò molti incontri nel tentativo di provvedere alla famiglia e poter mettere un tozzo di pane sulla tavola. Perse sedici incontri su ventidue, fratturando più volte la mano destra. Decise di appendere così i guantoni al chiodo. Arrivò a toccare il fondo, ingoiando il proprio orgoglio e finendo per chiedere la carità ad amici e conoscenti, rivolgendosi infine al governo per ottenere un sussidio.

Per raccattare qualche soldo, Jim era solito camminare per miglia e miglia, verso le banchine del porto, dove saltuariamente lavorava come scaricatore. La mano destra gli doleva troppo, così era costretto ad ammazzarsi di fatica utilizzando esclusivamente la sinistra e finendo, senza nemmeno saperlo, per rinforzarla.

Poi entrarono in gioco il fato, con le sue imprevedibili macchinazioni, un bravo manager, Joe Gould, a cui il pugile rimarrà legato per sempre, e soprattutto la feroce determinazione di Braddock a non cedere alle avversità. Per rimettersi in forma Jim riprese ad allenarsi in modo massacrante e, grazie a Gould tornò a salire sul ring, ottenendo qualche vittoria.
Nel ‘34 ottenne la possibilità di sfidare John Corn Griffin a causa di una cancellazione dell’ultimo minuto. Tra lo stupore di tutti gli astanti, al terzo round Braddock mise al tappeto Griffin, vincendo per KO. Poi fu la volta di John Henry Lewis, sconfitto ai punti, ancora una volta ribaltando completamente i pronostici, e di Art Lasky, battuto per decisione unanime.

Fu così che giunse la possibilità di combattere per il titolo, contro Max Baer, uno dei picchiatori più brutali di sempre. Ancora una volta Braddock partiva da sfavorito. Ma seppe far tesoro delle esperienze passate e così, sul ring, si tenne lontano dal destro pesantissimo di Baer conducendo un match di grande intelligenza e determinazione.
Il 13 Giugno 1935, in quel Madison Square Garden che da ragazzino aveva solo intravisto da lontano, Jim completò il suo capolavoro, sconfiggendo contro ogni pronostico – era quotato contro 10 a 1 – Max Baer per decisione unanime.
Divenne così campione del mondo dei pesi massimi e, per tutti, Cinderella Man.

In seguito Braddock combatté in vari incontri di esibizione, fino a che fu organizzata la prima difesa del titolo contro un emergente Joe Louis. All’epoca, Jim soffriva di una grave forma di artrite alle mani, tanto che salì sul ring con le braccia intorpidite a causa dei farmaci assunti per calmare i dolori.

Nonostante le condizioni, Jim non ebbe un istante di esitazione, spinto anche da ragioni forse poco nobili e prosaiche ma altrettanto reali: i soldi. Joe Gould era riuscito a strappare un contratto che avrebbe consentito a Braddock di ottenere il 10% dai futuri guadagni di Louis per i seguenti 10 anni, oltre ad una sostanziosa borsa.

Sebbene le cose possano sembrare in apparente contrasto, Jim ci provò con tutto sé stesso a vincere, arrivando a mettere a sedere Louis nel primo round. Ma Joe aveva 23 anni ed era nel pieno delle forze, mentre Jim ne aveva 32 ed era logoro. All’ottavo round finì al tappeto, colpito da un poderoso gancio destro di Louis, senza riuscire a rialzarsi.

In seguito vinse un ultimo incontro, nel 1938, contro Tommy Far, per decisione unanime, dopo aver messo lo sfidante al tappeto per ben tre volte. Quindi si ritirò.

Nel 1942, insieme al fido Joe Gould, si arruolò nell’esercito statunitense. Durante la Seconda Guerra Mondiale prestò servizio sull’isola di Saipan, dove addestrò i soldati nel combattimento corpo a corpo.

Al ritorno, lavorò in campo edile contribuendo alla costruzione del ponte Verrazzano a New York e come fornitore di equipaggiamenti per la Marina.

Braddock si spense nel sonno, nel 1974, all’età di 69 anni.

In pace con sé stesso.

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