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La prima principessa del ring. Intervista a Stefania Bianchini

Colei che ha dato il via alle danze: Cathy “The Bitch”Brown, Regina Halmich, Hagar Schmoulefeld, Maria Rosa Tabbuso, Simona Galassi, sono solo alcune delle atlete straordinarie con cui si è confrontata. Una carriera lunga diciassette anni, fatta di ostinato e tenace impegno dentro e fuori dal ring.

Ciao Stefania… chi meglio di te può raccontarci la strada in salita che ha dovuto percorrere la boxe  femminile prima di arrivare ad oggi ad avere una certa affermazione specialmente a livello agonistico. Ricordiamo che sei la prima donna ad aver aperto la strada all’agonismo femminile, prima pugile donna ed ex campionessa mondiale dei pesi mosca. Ci racconti innanzitutto come è nata questa passione e cosa ti ha saputo trasmettere?

Come spesso accade, anche nel mio caso, questa grande passione è nata in maniera del tutto fortuita. Da ragazzina praticavo ginnastica artistica, e sognavo di far quello. Poi un giorno, a venti anni superati, dopo aver conosciuto Claudio Alberton ad una festa tra amici, fui incuriosita dal suo invito a provare una lezione di karate. La sua palestra, la Funakoshi, era a due passi da casa mia (poco impegnativo!), così ci tentai. Mi piacque tantissimo, infatti poco dopo entrai nella squadra agonistica di Kumitè. Negli stessi anni in Italia era da poco arrivata la kickboxing. Sempre lì nella stessa palestra, si teneva anche quello di corso. E iniziai a frequentarli entrambe. Finché poi a ventitré anni, scoperta la mia propensione al contatto, decisi di dedicarmi solo alla kick nella quale ho vinto quattro titoli mondiali. La boxe è arrivata ancor più in tardi, quando per migliorarmi nella kick, decisi di far solo quella. Ma la strada fu contorta poiché in Italia vigeva il veto per le donne di far pugilato, situazione al quanto anomala se confrontata con quella del resto dell’Europa, dove invece vietata non lo era affatto. La boxe ha consacrato la mia indole da combattente, nonostante il vezzeggiativo Principessa con il quale il mio mentore amava chiamarmi!  Mi ha dato coscienza della forza fisica ed interiore. Insegnato a non perdere la calma e a rimanere lucida nelle situazioni difficili, a non farmi sopraffare dagli altri e a ribellarmi davanti alla poca educazione e al non rispetto di qualche individuo solo per l’essere nata donna. Il percorso è stato ricco di titoli italiani, europei e mondiali, ma la mia strada non è stata affatto semplice soprattutto fuori dal ring. Ero donna in un ambiente di soli maschi, delusioni, ingiustizie e rivalità sono state tante. Ma mi sono battuta riuscendo ad ottenere la legalizzazione della boxe femminile, contro la politica sportiva e gli stereotipi.

Come ci sei arrivata quindi all’agonismo? E quanta è stata l’attesa prima di metter piede ufficialmente sul ring?

Come già detto il ring lo calpestavo lo stesso da tempo, proprio per via della kickboxing nella quale già nel ’96 sono potuta diventare la prima italiana a vincerne un mondiale, a Parigi in casa dell’avversaria. Nella boxe invece, nonostante nell’aprile del ’96 disputai il mio primo incontro di pugilato battendo ai punti Stefania Proietti, la strada fu sbarrata almeno ufficialmente fino al 2001, anno dell’effettiva approvazione dell’agonismo femminile in Italia. Infatti a fine 96’ l’allora ministro Bindi, approvò la legge che proibiva gli incontri di boxe femminile. Solo grazie alla leva fatta da me ed altre pugili di allora, nel corso degli anni, la situazione si è potuta sbloccare. Fatto sta che nel ’98 fui costretta a tesserarmi con la federazione tedesca e ho potuto combattere con licenza straniera. Fu con quella che nel ’99 riuscì a vincere il titolo europeo WIBF in Danimarca. Ma poiché all’epoca la federazione EBU ancora non la riconosceva, mi è poi toccato riconquistarlo ufficialmente nel 2003, a Varese. E dopo l’agognato nullaosta della Fpi ho potuto inanellare i miei titoli. Nel 2005 sono stata la prima donna italiana a conquistare il titolo mondiale WBC dei pesi mosca, difendendolo positivamente per altre quattro volte.

Quando finalmente ci sei riuscita cosa hai provato?

Sollievo!  Non aggiungo altro… aspettare il 2002 per combattere in Italia e con licenza italiana, quando avrebbero sicuramente potuto pensarci molto prima, è stata una estenuante battaglia. Ma fortunatamente non mi sono mai fermata e data per vinta. Spero che le ragazze si ricordino di me, per aver aperto loro la strada.

Quando invece hai dovuto dire basta, e soprattutto come ci sei riuscita?

In realtà non ho dovuto dire basta, ho voluto farlo.  Nel 2008 ho perso il mio titolo mondiale e anche la rivincita successiva, avevo quasi trentotto anni e dopo diciassette anni di agonismo era necessario e si poteva anche dire basta. Bisogna essere realisti. Trovo un po’ patetici gli atleti che si trascinano sul ring pensando di essere invincibili ed immortali.  Tra l’altro poi, l’anno dopo è nata mia figlia Micol ed avevo ben altro a cui pensare!

Un’ultima domanda, sappiamo che adesso ti dedichi per lo più ad altro, ma penseresti mai di passare dall’altro lato e diventare il secondo di qualche atleta, proprio in virtù della nascita di questo nuovo movimento femminile?

Non saprei. Il fatto è che non mancano i bravi insegnanti, ma manca tutto il resto qui in Italia. Però mi piacerebbe che la mia storia potesse servire da sprono. L’esempio di chi è partita da zero e con la volontà arrivata in fondo ai propri obiettivi nonostante tutto.

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