fbpx

Intervista a Giorgio Campanella, l’uomo che stese De La Hoya!

Condividi su:
  • 418
  •  
  •  

Pugno mortifero, grinta inesauribile, coraggio spinto fino ai limiti dell’incoscienza: Giorgio Campanella è stato un’autentica perla nel nostro panorama pugilistico. Prodigiosamente precoce nel mostrare il suo talento con la partecipazione alle Olimpiadi di Seul a soli 18 anni, fu tre volte sfidante mondiale tra i professionisti e riuscì nell’impresa di atterrare il fuoriclasse Oscar De La Hoya in un drammatico primo round a Las Vegas. Nell’anniversario di quella memorabile notte di 25 anni fa vi proponiamo la chiacchierata che Giorgio ha accettato di fare con noi ripercorrendo i momenti cardine della sua intensa ed emozionante carriera.

Cosa ricordi dei tuoi primi passi nel mondo del pugilato ed in particolare della rassegna olimpica in Corea del Sud?

Sono arrivato in Nazionale a 14 anni; a 16 vinsi a Messina quelli che oggi sono chiamati i “campionati elite” battendo in finale per KO il campione uscente che di anni ne aveva 22. Sono il pugile più giovane che abbia preso parte a un’Olimpiade in 103 anni di storia della FPI: era l’edizione in cui trionfò la buon’anima di Giovanni Parisi. Io vinsi per KO il primo match e nel secondo atterrai con un gancio sinistro Andreas Zulow che poi avrebbe vinto l’oro. Dopo Seul, dato che il servizio militare era obbligatorio, entrai in polizia per un anno e vinsi nuovamente i campionati italiani, poi decisi di inseguire il mio grande obiettivo e passai professionista. Quando a 10 anni misi piede in palestra per la prima volta a Crotone non sapevo cosa fossero le Olimpiadi e la Nazionale; sognavo già di disputare il Mondiale “vero” in America. Per me quindi l’ingresso nel mondo dei pro fu un passaggio naturale.

Dopo venti vittorie consecutive e dopo aver conquistato e difeso il Titolo Italiano, arrivò l’occasione della vita: fosti nominato sfidante mondiale al Titolo WBO detenuto da Oscar De La Hoya. Come reagisti alla chiamata del destino?

Nel 1994, oltre ad essere Campione Italiano ero sfidante ufficiale tanto al Titolo Europeo quanto al Mondiale WBO. Il mio manager Salvatore Cherchi mi propose tre opzioni: disputare l’Europeo, affrontare De La Hoya, oppure attendere che lui salisse tra i leggeri per giocarmi il Mondiale contro un altro pugile. Io ho sempre boxato per raggiungere i massimi livelli, quindi non esitai un minuto a scegliere la sfida con De La Hoya nonostante lo avessi visto all’opera e sapessi che era un grande pugile. A mio parere è stato uno dei grandissimi della storia del pugilato, e non lo dico perché ci ho combattuto io, basta leggere il suo record per vedere quanti mostri sacri ha affrontato.

Il match contro il fortissimo DLH rimarrà probabilmente per sempre nella tua memoria. Lui provò ad aggredirti subito e tu lo mettesti giù con un formidabile gancio sinistro prima di subire la sua reazione. Cosa provi quando ripensi a quella notte?

Ci sono cose che la gente non sa, anche perché io sono sempre stato abbastanza riservato. Decisi di andare a Las Vegas due settimane prima del match per abituarmi al fuso orario. Nell’ultimo allenamento svolto nella mia palestra prima di partire misi giù il mio sparring partner con un diretto alla fronte e nel farlo mi fratturai la mano destra. Quando arrivai a Las Vegas quindi il mio stato psicologico non era dei migliori, ma con Franchino Cherchi, che era il mio maestro, lavorai per quindici giorni su un’azione specifica: uscire dal suo destro e portare il mio gancio sinistro. Dopo pochi secondi dall’inizio del match, al secondo destro che De La Hoya provò a portare, feci quello che avevo preparato e lo misi giù. All’angolo neutro mi passò davanti tutta la mia vita. Pensai agli inizi a Crotone, al trasferimento a Tavullia dove prima di Valentino Rossi acclamavano me, a tutti i traguardi inseguiti e raggiunti fino a quel giorno. Ricordo come se fosse oggi che quando vidi De La Hoya rialzarsi pensai “Non è il mio momento”. Il video di quel match l’ho guardato per la prima volta dopo alcuni mesi, perché dopo la sconfitta attraversai un brutto periodo: il mio gancio sinistro lo sfiorò appena! Se fosse arrivato due o tre centimetri più in alto sarebbe rimasto tre quarti d’ora al tappeto e io avrei fatto la storia. È andata così, pazienza.

Dopo quella famosa battaglia ottenesti altre due chance per il Mondiale WBO, prima in Olanda contro Regilio Tuur e poi in Germania, da peso leggero, contro Artur Grigorian. Cosa ti è rimasto impresso di quelle due trasferte dall’esito sfortunato?

Durante la preparazione al Mondiale con Regilio Tuur iniziai ad avvertire un dolore al ginocchio: era un’infiammazione alla plica sinoviale. Il dottore mi prescrisse una cura a base di cortisone ma io non potevo assumerlo per via dei controlli anti-doping. Se quel Mondiale lo avessi disputato in Italia, in altre condizioni fisiche, non avrei avuto problemi. Invece andai in Olanda dopo una preparazione al 50% e feci 12 riprese a testa alta con il mio avversario che dalla corta distanza mi dava delle testate che mi aprirono come una cozza. Era il pugile di casa e nessuno vedeva niente. Da quel momento il mio morale faticò a riprendersi: mi chiedevo perché gli infortuni mi avessero colpito proprio nei momenti cruciali della mia carriera. Il Mondiale con Grigorian saltò pochi giorni prima della data stabilita perché il tedesco si lussò la spalla in allenamento. Quando l’opportunità di andare in Germania si ripresentò, ormai mentalmente avevo smesso: mi preparai da solo, senza sparring, e dopo dieci round onorevoli non ne avevo più. A quel punto pensai: “Perché prendere due riprese di botte che possono farmi male più delle dieci che ho fatto fin’ora?” Poco tempo dopo ho detto basta, non me la sentivo più.

Ripensando alla tua carriera a mente fredda, ci sono delle cose che non rifaresti? Hai dei rimpianti in merito a qualche scelta?

Una cosa che non rifarei è militare nella categoria dei superpiuma. Ero molto sacrificato e non riuscivo a picchiare più come da dilettante, quando nei tornei internazionali alcuni avversari davano forfait pur di non affrontarmi, tanto temevano la mia potenza. I mondiali li ho fatti contro pugili veri; tanta gente che io mettevo al tappeto in allenamento ha poi vinto titoli di sigla, ma quale fosse la sigla e chi fossero gli avversari nessuno se lo ricorda. La gente si ricorda invece il mio match con De La Hoya e le mie battaglie. Artur Grigorian dopo il nostro incontro, in privato, mi disse che sarei dovuto andare in Germania ad allenarmi con lui passando sotto la gestione del famoso manager Klaus-Peter Kohl. Io però avevo già due figli e non avevo voglia di andare a vivere ad Amburgo. Non ho rimpianti: prendo la vita così come viene.

Come si è sviluppata la tua vita dopo il ritiro? Di cosa ti occupi e quali sono i tuoi progetti per l’avvenire?

Prima di prendere il brevetto di tecnico di pugilato, che è il lavoro che faccio oggi, ho fatto passare nove anni perché ancora mi sentivo pugile e finché ti senti un pugile non puoi allenare i ragazzi. Poi ho preso il brevetto e ho iniziato la mia carriera; oggi vivo a Tenerife dove ho aperto una bella palestra, passo molto tempo con mia moglie con la quale ho da poco festeggiato i 29 anni di matrimonio, ho un figlio di 28 anni e uno che deve farne 22. Rispetto ad altri nel mio lavoro credo di avere il vantaggio dell’esperienza maturata tra Olimpiadi e professionismo: quando guardo un mio pugile in faccia so quello che prova perché l’ho vissuto in prima persona e quindi so dargli tanto. Oggi come oggi si sentono tutti tecnici e tutti fenomeni, io però mi chiedo quanto sia giusto mandare i nostri ragazzi alle Olimpiadi sotto la guida di chi non ha mai combattuto.

C’è qualcosa che ti piacerebbe aggiungere sulla situazione attuale della boxe in Italia?

Come dico sempre quando parlo con i membri della Federazione, nel nostro paese abbiamo una Ferrari parcheggiata in garage che nessuno sa guidare. Il pugilato in Italia piace, ma bisogna organizzare bene gli eventi e valorizzare i nostri atleti. I pugili di oggi sperano di entrare nei corpi statali per garantirsi uno stipendio fisso, ma la loro aspirazione dovrebbe essere un’altra: affrontare campioni come Pacquiao e Mayweather e battersi nelle grandi arene del mondo. Purtroppo i nostri professionisti sono costretti a fare un altro lavoro per mantenersi: come possono diventare campioni quando i veri pugili hanno il fisioterapista, il massaggiatore, il preparatore atletico, sparring adeguati… Dove vogliamo andare così? Seguo moltissimo i Cherchi: stanno facendo un ottimo lavoro organizzando manifestazioni con grande pubblico la cui visibilità è amplificata da DAZN.

Grazie mille per la tua disponibilità e il tuo tempo. Vuoi salutare i lettori di Boxe-Mania?

Certo! Il vostro sito mi piace da matti, siete delle persone serie e fate le cose per bene, dicendo le cose come stanno. Saluto tutti i vostri lettori!

Supportaci :

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

X