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Il cuore di un maestro: intervista a Gino Freo

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Nel 1984 dopo circa un decennio di modesta carriera da pugile professionista, Gino Freo appese i guantoni al chiodo, ma fu allora che realizzò il suo vero sogno, quello di aprire una sua scuola di pugilato nel proprio paese. Nacque così la BOXE PIOVESE a Piove del Sacco (PD), fatta di tanto sudore e sacrificio, ma alla fine insieme ad essa le vittorie più importanti.

Al vertice tra le società italiane, il pregevole riconoscimento di Maestro Benemerito, moltissimi ragazzi, numerosi titoli, diversi campioni cresciuti e coltivati. Fra tutti l’ex mondiale Cristian Sanavia, non più in attività, e l’europeo Devis Boschiero arrivato in palestra a quattordici anni ed ancora oggi lì a trentasette e con i quali Gino è diventato campione, perché sì quando un tuo allievo vince, hai vinto anche tu come maestro. La gioia e la soddisfazione sono le stesse provate salendoci in prima persona sul ring, se non forse raddoppiate. Ma facciamocelo raccontare proprio da lui stesso.

Gino Freo con Sanavia e Boschiero

Ciao Gino, eccoci. Vogliamo parlare di quanto vale essere un maestro e di cosa si prova da quell’angolo ma anche in palestra stessa con i propri ragazzi?

Essere un maestro a mio avviso conta tanto. Esserlo vuol dire aiutare i ragazzi a crescere con dei principi, con degli obiettivi, con spirito di sacrificio e soprattutto con la consapevolezza che senza quello non si possa ottenere nulla. Quindi la palestra ed il ring specialmente, insegnano questo. E quando un maestro riesce a trasmettere tutto ciò è una soddisfazione grande.

A volte bisogna saper gestire le vittorie ma anche le sconfitte con i propri pugili, come ci si riesce? Soprattutto quando ne arrivano di ingiuste, come ad esempio quella in Giappone dove Devis fu beffato del titolo mondiale.

Sì, sicuramente gestire una sconfitta è più difficile che una vittoria. Quando si vince sì è euforici, tutti ti abbracciano, tutti ti stringono, tutti ti fanno i complimenti. Io se devo “rimproverare” un pugile, anche un campione, lo faccio proprio quando vince perché si può sempre fare di più e di meglio. Quando perde cerco di non dire niente al momento o dico qualcosa a caldo solo se ha commesso errori proprio grandi. Comunque sia, analizziamo sempre insieme la sconfitta, sia che sia stata onorevole e giocata al massimo, sia se poteva essere evitata. Poi cerchiamo di reagire ed andare avanti tutti e due perché è compito del pugile stesso farlo, ma anche del maestro che ha il dovere di aiutarti a farlo.

Tornando al capolavoro che fece lì Boschiero mi è rimasto un pochino l’amaro in bocca. Diciamo che non riuscì forse anche io a spronarlo fino in fondo. Nell’ultima ripresa, consci di aver vinto facemmo l’errore di rilassarci un po’ e naturalmente eravamo fuori casa. Se avessimo dato ancor di più anche in quel frangente buttavamo giù l’avversario Takahiro Ao che non ce la faceva più a stare in piedi! Devis aveva stravinto come hanno visto tutti, ma con quel qualcosa ancora in più, il mondiale non ce lo avrebbe tolto nessuno. Ecco lì è stata una sconfitta dura da digerire anche per me che non sono riuscito a trasmettergli quella giusta dose di volontà per buttare il cuore oltre l’ostacolo. Aveva fatto un capolavoro di match, aveva indovinato tutto, ormai il giapponese non ne aveva più, lui ce ne aveva ancora.  Quindi anche io in primis ho fatto mea culpa.

Devis Boschiero vs Takahiro Ao

Oltre questo, oltre a saper gestire ovviamente tecnica ed allenamento, è complicato dover gestire anche le personalità dei singoli atleti? È forse il lavoro più impegnativo?

Ovviamente sì. Quando presenzio ai vari corsi da aspirante tecnico, una delle cose che dico sempre a coloro che si iscrivono per intraprendere la carriera di maestro di pugilato, che non è tanto difficile ed importante saper far tirare bene il sinistro ed il destro ad un nostro allievo, quanto bensì quello di gestire le situazioni ed una palestra di boxe, dove si avvicinano caratteri diversi, caratteri forti, ragazzi timidi, quelli che vengono da situazioni difficili, baruffanti, figli di papà e quant’altro. Quindi ci vuole un grande occhio, una grande presenza ed una grande capacità di saper dare “un colpo al cerchio ed un colpo alla botte” e saper gestire i momenti. Non è facile. Basta pensare ad esempio anche solo a due pugili che iniziano a fare i guanti in palestra e cominciano a fare lo sparring e a picchiarsi: tu devi essere lì e devi essere l’allenatore di tutti e due. Quindi dare i suggerimenti a uno e all’altro. Poi capita anche che qualche volta uno se la prende e tu devi intervenire, sedare, dare diciamo un “rimprovero” ad uno una “carezza” all’altro, ma nello stesso tempo fare anche viceversa. Insomma la difficoltà a mio avviso di portare avanti una palestra è molto molto notevole.

A proposito di questo… come abbiamo detto Boschiero è con te fin da quando era piccolo, ma ad un certo punto tra di voi c’è stato un allontanamento di qualche anno. Cos’era successo? E com’è andata dopo? Come lo hai riaccolto?

Devis è arrivato in palestra che partiva da zero. È cresciuto con me dalla A alla Z, per tutta la carriera da Junior, Youth, Senior e Elite, ha conquistato diversi i titoli da dilettante. Poi dopo non essere riusciti a qualificarci per le Olimpiadi di Atene di un soffio, decidemmo di passare al professionismo. Di lì al primo anno si mise subito in mostra, e poco dopo diventò campione dell’Unione Europea prima ancora di Campione Italiano. Poi sfidante ufficiale al titolo Europeo intorno ai 26-27 anni. Sennonchè arrivò un fulmine a ciel sereno per me: il suo arresto e non per una semplice lite, ma per qualcosa di più grave. In quel momento ci soffrì molto, però poi superammo insieme quella grande montagna. Lo aiutammo, tornò grande, andammo a Tokio e divenne anche campione Europeo con un grande match contro Fegatilli. Nel contempo lo avevo passato a Cherchi perché quella vicenda mi aveva messo davvero KO.

Dopo il titolo, si andò alle difese e quando toccò a quella francese Devis iniziò a scricchiolare. S’innamorò di una ragazza, un pugile francese dal carattere forte che lo fece staccare un po’ da me. Una sera si comportò male in palestra durante lo sparring con un dilettante. Ho sempre fatto molta fatica a gestirlo da questo punto di vista. Insomma diciamo che quell’episodio fu la goccia che fece traboccare un vaso pieno, gli dissi di prendersi due settimane di ferie e che, essendo in agosto, avrei chiuso la palestra. Lui risentito se ne andò ad allenarsi un po’ qua e là su suggerimento, ma sul ring non ottenne risultati positivi. Così dopo qualche tempo si ripresentò in palestra. Ed io nonostante tutto sentì dentro di me di volerlo riaccoglierlo, gli dissi che per lui le porte erano sempre aperte.  Tornò, si rimise in riga ed i risultati arrivati.  Sono contento della scelta che il mio cuore di maestro ha fatto.

Un tuo pensiero sul pugilato in generale. Come si è evoluto in questi trentatré anni di attività da maestro e dieci da pugile in Italia?

Ecco bella domanda. Beh innanzitutto è cambiato molto qualitativamente parlando. Sono cambiati i metodi di allenamento. È totalmente diverso il modo in cui alleno adesso i miei pugili, rispetto a come mi allenavo io. Ai miei tempi sacco, vuoto, guai se toccavi i pesi o altro. Invece adesso tireresti fuori poco da un pugile solo con quelli. Devi stargli dietro, far fare tanto altro. Io ho tirato su i miei pugili con tante figure e sparring. Ecco i metodi sono cambiati, il pugilato si è evoluto.

L’obiettivo e la finalità sono quelli di rendere un pugile tecnico, tattico, veloce, resistente e forte. E per farlo hai bisogno di tanti metodi diversi, di variare gli allenamenti, non lavorare sempre nella stessa maniera per non stancare psicologicamente il ragazzo.

Gino Freo durante i suoi insegnamenti

Poi secondo me, un’altra grande differenza è che prima i ragazzi avevano un’unica impronta, gli veniva insegnato, su per giù, anche un unico modo di combattere, quello era ed era uguale per tutti. Ed invece ogni atleta ha bisogno di un “vestito su misura”. Quindi a mio avviso, un buon maestro, un buon insegnante, adesso deve saper disegnare questo vestito per ogni atleta, perché un pugile non è uguale ad un altro.

Che altro dire? Una delle cose che invece manca all’Italia pugilistica di oggi…Tante cose, potremmo dire però per me la prima: l’organizzatore. Una figura che è sparita, sono spariti quelli che organizzano i grandi eventi. Bisogna fare uno sforzo immane per vincere un’asta e portare titoli di caratura mondiale qui ad esempio.

Ai miei tempi il professionista sì lavorava, come lavoravo io e così come ancora tutt’oggi i pugili italiani fanno, però diciamo che era una figura un po’ più “rispettata” economicamente parlando. Disputavi un incontro ed avevi la tua bella borsa, più adeguata rispetto ad ora, che ti permetteva di arrotondare bene!

Da maestro e pugile in Italia avrei voluto un pugilato più remunerativo per i ragazzi. Specialmente per chi arriva a toccare livelli alti. Per quello che danno e quello che raggiungono dovrebbero perlomeno vivere senza tanti problemi ed invece gli tocca lavorare. Questo sport tanto antico e nobile quanto l’uomo, qua in Italia non è sorretto dagli sponsor, della televisione e quant’altro.

Mi viene rabbia. Basta guardare in Inghilterra ad esempio quanto è sostenuta la boxe e a che livelli è arrivata. Questo è uno sport che piace, che entusiasma e che appassiona, ma qui non troviamo delle persone che investano un pochino! Io però nel mio piccolo, come  del resto credo facciano altri maestri, cerco di fare il possibile, mettendoci tempo, sacrificio ed anche denaro perché ci credo. Emozioni ed soddisfazioni ne ho provate parecchie. Quindi, se ci fosse una spinta più grande chissà dove potremmo arrivare…

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