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Intervista a Giacobbe Fragomeni: 50 anni vissuti all’insegna del riscatto!

Dall’infanzia tormentata al riscatto tra le sedici corde, dalla delusione olimpica alla gloria mondiale, dal declino sportivo al successo televisivo: la vita di Giacobbe Fragomeni è stata un continuo saliscendi. Soltanto il coraggio indomito e la cieca determinazione del “Gabibbo”, come veniva simpaticamente soprannominato, gli hanno consentito di trasformare ogni momento difficile in un’occasione di rilancio e oggi, nel giorno del suo cinquantesimo compleanno, Giacobbe può guardarsi alle spalle con orgoglio e soddisfazione, consapevole che tante pagine della sua emozionante storia di uomo di sport siano ancora da scrivere.

Abbiamo contattato Fragomeni per fargli i nostri auguri più sinceri e ne abbiamo approfittato per raccogliere le sue considerazioni su alcuni momenti cruciali del suo percorso sportivo. Di seguito l’intervista che ne è scaturita.

Oggi compi 50 anni. Quando scegliesti la strada del professionismo ne avevi già 32 e nonostante una brillante carriera dilettantistica coronata da un bronzo mondiale, un oro europeo e una partecipazione olimpica, poteva sembrare un passo azzardato. La tua storia è forse la dimostrazione che “non è mai troppo tardi”?

Assolutamente sì. Non è mai troppo tardi: basta essere convinti, avere le idee chiare e non mollare mai.

Gli appassionati di boxe di tutto il mondo ricordano la tua straordinaria performance in Inghilterra contro David Haye, ma non tutti sanno che uno dei match più belli e spettacolari che hai disputato fu il derby italiano con Vincenzo Rossitto. Che ricordi ti suscita quell’epica battaglia?

Fu un bellissimo match. Ricordo bene anche quando ci incontrammo da dilettanti: venne fuori una battaglia molto simile a quella che poi avremmo disputato da professionisti, con la differenza che da pro le riprese furono ben 12. Fu una sfida tra due veri combattenti. Rossitto l’ho sempre rispettato e mi è sempre piaciuto: più alto di me, dotato di braccia più lunghe e tanto coraggio, era un siciliano con la testa dura che affrontava un calabrese con la testa dura come me, un ottimo accoppiamento. Credo che rispetto a me lui sia stato un po’ più sfortunato nell’affrontare determinati avversari nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, raccogliendo meno di quello che avrebbe meritato.

Dopo aver coronato il sogno di una vita conquistando il mondiale WBC dei cruiser contro Rudolf Kraj, lo difendesti dall’assalto del fortissimo polacco Krzysztof Wlodarczyk a Roma. Atterrato alla nona ripresa da un avversario più giovane di 12 anni, riuscisti a riemergere con un finale clamoroso e a conservare il titolo. Cosa ti dava tanta determinazione?

In quella circostanza c’erano stati dei problemi dietro le quinte, cose successe a livello personale che mi avevano fatto arrabbiare. Dopo essere stato messo giù quindi, tirai fuori la rabbia che avevo dentro: invece di farmi condizionare negativamente la riversai tutta sul mio avversario riuscendo a recuperare. Eravamo in Italia e invece del pari avrebbero potuto darmi la vittoria: questa è una piccola amarezza che mi porto dentro, perché noi italiani regaliamo sempre le cose agli altri. Fossimo stati all’estero non mi avrebbero regalato niente, come dimostrano i miei match successivi con Wlodarczyk. Lui faceva malissimo già di suo, ma a Roma, con dei guantoni adeguati, non era così devastante. Nelle altre due circostanze invece indossava dei guantoni fatti apposta per lui che rendevano i suoi colpi simili alla dinamite. Purtroppo il mio manager di allora, Salvatore Cherchi, era completamente disinteressato alla mia incolumità e non fece sentire la propria voce. Quando qualche mese dopo Mayweather affrontò Maidana fu irremovibile nel fargli cambiare guantoni, dato che giustamente voleva essere tutelato.

Tra le ultime sfide entusiasmanti della tua carriera c’è stato il doppio confronto con Silvio Branco. La rivincita, svoltasi a Riva del Garda, fu contraddistinta dall’incredibile episodio del verdetto non annunciato per motivi di ordine pubblico dopo l’aggressione al tuo maestro Zennoni. Hai mai avuto occasione di chiarire quell’episodio con Branco?

In quel momento loro erano convinti di aver vinto; credo che fecero quella scenata per far sì che si perdesse tempo in modo da far slittare i controlli anti-doping oltre il limite consentito, in modo da invalidare il match. In ogni caso è finita lì: in seguito ho incontrato Silvio e il suo maestro Massai e ho fatto un sacco di cose con loro. Non ci sono stati altri strascichi, è stato soltanto un attimo di nervosismo che poi si è esaurito. Quando vado a Civitavecchia li saluto volentieri e certe volte vado anche ad allenarmi nella loro palestra senza alcun problema dato che loro stessi mi dicono che per me la porta è sempre aperta. Nel nostro primo match Silvio fece tanto lavoro, così come doveva fare, ma la maggior parte dei pugni che mi diede finirono sulle braccia, tanto che alla fine ero fresco come una rosa e non avevo segni in faccia, mentre lui andò all’ospedale per dei controlli. La WBC in questi casi di solito premia chi fa il match e io nel finale credo di aver recuperato lo svantaggio strappando meritatamente il pari. Nella rivincita invece partii forte sin dal principio e in cuor mio so di aver vinto quell’incontro.

Gli ultimi anni della tua carriera agonistica sono stati contraddistinti, tra le altre cose, dalla partecipazione vittoriosa all’Isola dei Famosi. Cosa ti ha spinto a provare quell’esperienza e a cosa ti dedichi oggi, dopo aver appeso i guantoni al chiodo?

Prima di partire per l’Isola mi stavo preparando per disputare un Titolo Intercontinentale, ma ebbi un trauma al gomito che mi costrinse a fermarmi perché il dolore era fortissimo. A quel punto mi si presentò l’occasione di sostenere il provino per partecipare al programma; io inizialmente non volevo farlo, ma mia moglie mi convinse dicendomi che sarebbe stato un modo per farci un po’ di pubblicità in vista del nostro progetto di aprire una palestra. Mi disse inoltre che siccome dal punto di vista mediatico ero poco conosciuto sarei stato eliminato subito. Feci il provino ridendo e scherzando e poi andò come andò. Dopo la fine del programma ripresi ad allenarmi con la voglia di combattere. Mia moglie divenne il mio manager e feci tre match, due a Milano e l’ultimo a Catanzaro. Prima dell’ultimo incontro io mi stavo preparando nella speranza di affrontare un avversario forte, pronto anche ad accettare la sconfitta se si fosse rivelato più forte di me. Poi uno dei miei sparring partner mi disse di aver già affrontato e battuto il pugile che mi sarei trovato di fronte: a quel punto mi caddero le braccia, salii sul ring con troppa leggerezza e rischiai addirittura di finire per terra dato che siccome mi chiamo Giacobbe Fragomeni e sono stato Campione del Mondo tutti salgono sul ring dando il massimo per battermi. Poi mi svegliai e vinsi ma dopo quell’episodio decisi di dire basta: avrei continuato se avessi avuto garanzie di poter affrontare rivali tosti che mi stimolassero a dare il massimo. Inoltre essendo io molto pignolo e serio in fase di preparazione lasciavo la mia famiglia per troppo tempo. Adesso sto aprendo una palestra a Milano, in via San Vito 10: a settembre ci sarà l’inaugurazione e inizierò questa nuova avventura.

Grazie mille per il tuo tempo e la tua disponibilità; in bocca al lupo per la tua nuova sfida e tanti auguri di buon compleanno!

Grazie a voi!

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