fbpx
Featured Video Play Icon

Francesco e la montagna Stevenson. Damiani, il più forte del Mondo!

Aveva delle braccia lunghe, lunghissime, come la sua imbattibilità, undici anni. Era il Re incontrastato dei pesi massimi. Era Teofilo Stevenson. Nel 1982 i Mondiali di Pugilato erano a Monaco di Baviera e per la prima volta era stata introdotta la nuova categoria dei supermassimi.

L’Italia portava con orgoglio il suo peso supermassimo Francesco Damiani da Bagnacavallo già Campione Europeo a Tampere. Il sorteggio sembrava già avesse stroncato ogni possibilità di medaglia a questi mondiali. La sorte aveva voluto proprio che Francesco trovasse la sua strada sbarrata ai quarti di finale da Teofilo Stevenson, la montagna cubana da scalare. Nella conferenza stampa di qualche giorno prima di quell’incontro il tre volte Oro Olimpico aveva parlato anche di Francesco, un nome ancora troppo piccolo per un Titano come lui. Nessuno ci credeva che Francesco avrebbe vinto, nessuno. Solo Francesco e pochi altri. Con vena ironica e con un pizzico di speranza il Corriere Dello Sport il 15 aprile del 1982 gli aveva dedicato un titolone: “Vado, lo batto e torno“.

Quel giorno per Francesco andò tutto nel verso giusto, ma proprio tutto dal primo round. I primi colpi furono del cubano, ma erano per saggiare il territorio. Quel jab doppiato dal gancio sempre col sinistro entrava nella guardia, ma era debole. Stevenson sapeva che il campione Europeo non era un avversario da sottovalutare, e se ne accorse quando Francesco gli passò sotto il gancio e lo colpì con lo stesso colpo. Il gancio di Damiani partì da sotto e si stampò dietro il guanto. Si sentì subito il boato della folla. Francesco riprese subito a colpire con lo stesso gancio, Teo invece non riprese lo stesso ritmo, i colpi non entravano più con la stessa frequenza, e quelli dell’italiano trovavano sempre il volto del cubano.

Quella cinquantina di incontri che aveva messo insieme fino a quel momento sembravano cinquecento, e difronte a se aveva quel colosso che di incontri ne aveva passati duecentocinquanta. Stava per finire il primo round e Teo continuava a fluttuare sulle gambe, sembrava danzasse, eppure il montante non entrava, i ganci finivano sulla guardia, passava qualche jab, ma poco altro. Arrivò la fine del primo round, Damiani in segno di rispetto alzò il guanto per toccare quello di Stevenson, ma questo nemmeno lo degnò di uno sguardo. Le sicurezze si erano trasformate in preoccupazioni. Iniziò il secondo round, Teo fu sempre il primo a portare colpi, ma passarono appena pochi secondi, e Francesco passò nuovamente sotto il Jab di Stevenson portando il gancio da sotto. Arrivò di nuovo.

I colpi di Damiani avevano iniziato ad avere continuità. Teofilo Stevenson cercava di legare ogni volta che Damiani doppiava i ganci, ma questi arrivavano sistematicamente al volto. I minuti continuavano a scorrere inesorabili e le certezze del cubano di conquistare un altro Oro diventavano sempre minori. Dall’altra parte accresceva la sicurezza in Damiani di battere il migliore di tutti, di vincere un Oro tutto suo, battere Stevenson sarebbe valso già quanto un oro. Tornati all’angolo, Teo mostrò i segni della battaglia, aveva un livido sotto l’occhio destro e le braccia contratte. I montanti non avevano sortito nessun effetto su Damiani, non lo avevano scosso per niente quando erano arrivati, e molti li aveva mandati a vuoto.

Era il terzo round, era l’ultimo round, solo tre minuti dividevano Francesco dall’epico successo. Il cubano partì ancora una volta per primo, per l’ultima volta, ma Francesco ormai aveva già intuito tutte le direzioni dei colpi del suo avversario, li aveva fermati tutti e quasi sempre risposto con decisione. Un minuto e mezzo lo dividevano dal successo, il telecronista esclamò, dopo l’ennesima schivata, “right hand by Damiani, left hand by the Italian, another right“, Teo legò, poi ancora un gancio sinistro in pieno volto, ancora legati, montante, poi gancio; il colpi di Francesco arrivavano dove voleva. Ci arrivava prima il cuore, poi il coraggio ed infine il guanto. Il telecronista continuò: “Damiani cose to the body with left and right hand, another right, another left, another left by the big Italian” (non ha bisogno di traduzione, basti immaginare i colpi che arrivano da destra e sinistra per emozionarsi. NDR). Arrivò ancora un montante e un gancio sinistro, Stevenson no avava più forza nei colpi, Francesco avrebbe continuato per altri quattro o cinque round, ma non c’era tempo, era finita.

Aveva vinto lui, lo sentiva, non c’era stato bisogno che qualcuno lo convincesse di questo, lo aveva dominato, aveva sopportato quei montanti, ma era stato più bravo. Era finito un incontro epico, dominato dall’inizio alla fine. E chi se lo aspettava?! Francesco si appoggiò alle corde e urlava inginocchio “Sono il più forte, sono il più forte del Mondo“. Non aveva vinto l’oro, si era appena assicurato un posto in semifinale e una medaglia mondiale, nemmeno lo vinse poi l’Oro, che cedette a Tyrell Biggs, ma battere Stevenson aveva lo stesso valore. Due anni dopo alle Olimpiadi di Los Angeles Francesco Damiani ricevette un vero e proprio furto nella finale olimpica proprio contro l’americano Biggs che conquistò il metallo più pregiato, ma ebbe poi la sua rivincita da professionista, al quinto round dei dieci previsti. Il verdetto fu una mazzata per l’americano: KO tecnico al minuto uno e zero sei.

Non c’erano titoli in palio. In palio c’era l’onore. Quelli si che erano incontri.

Condividi su:
  • 2
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

X