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Anthony Joshua, la gallina dalle uova d’oro di Eddie Hearn

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La grande speranza della boxe mondiale, investito del ruolo di ambasciatore della noble art nel mondo e nuovo testimonial della rinascita della classe regina: questo e altro ancora è Anthony Joshua.

Nato a Watford nel 1989, Joshua comincia a boxare tardi, a 18 anni, grazie ad un cugino che gli suggerisce di provare. Quattro anni dopo, nel 2012, è già in finale alle Olimpiadi di Londra, dove trionfa contro il veterano Roberto Cammarelle vincendo l’oro olimpico, grazie ad un verdetto considerato però dalla quasi totalità degli addetti ai lavori come ingiusto.

Approdato immediatamente dopo al professionismo, Joshua diviene da subito un’icona dello sport inglese, capace di attirare folle oceaniche e di richiamare su di sè l’attenzione mediatica di un intero paese.

Dotato di un fisico da culturista, con una accentuata ipertrofia muscolare, Joshua ha una mole da autentico colosso: 113 kg distribuiti su 198 cm, che ne fanno uno dei pesi massimi più grossi di sempre.

Tecnicamente il pugile inglese esegue tutto con una certa ortodossia. La tecnica è ottima, piuttosto pulita, ma non offre grandi guizzi, e mostra sempre una certa scolasticità nel portare i colpi: eseguiti molto bene, ma senza particolari accorgimenti tecnici.

Data la mole, il pugile non è certo un maratoneta. I movimenti sono essenziali, anche con l’obiettivo di distribuire le energie nell’arco del match.

Il footwork è buono ma non certo di livello altissimo: Joshua ha già mostrato di soffrire pugili con una maggiore mobilità e agilità. La sua boxe è essenzialmente basata sulla pesantezza dei suoi colpi: non possiede il diretto fulmineo di Wilder, che manda istantaneamente in corto circuito l’avversario, ma agisce più da demolitore, fiaccando le resistenze di chiunque gli si pari davanti e prendendo il sopravvento col passare dei round. Una percentuale di KO clamorosa, il 95%, certifica l’efficacia dei colpi di AJ, in grado di mandare lungo disteso chiunque.

Ciò che maggiormente stupisce di Joshua è la capacità di imprimere delle violente accelerazioni durante i suoi match, sciogliendo le briglie e lasciando che i fendenti partano in modo imprevisto. Il pugile diviene più istintivo, i colpi più fluidi e conseguentemente più potenti.

Proprio come con Wladimir Klitchko. È l’inizio dell’undicesimo round, Joshua è già stato scosso e atterrato pesantemente nel sesto, e Klitschko sembra aver preso il controllo del match. Suona il gong e AJ si lancia su Wlad con tutto il vigore dei suoi 113 kg e investe il pugile ucraino con un violento diretto destro – sfuggito ai più – ben più importante dello stesso montante che stenderà di lì a qualche secondo l’ucraino.

Nel tempo il pugile ha imparato a condurre gli incontri con grande pragmatismo, seppur rinunciando parzialmente a dar spettacolo. Con Parker Joshua ha semplicemente lavorato di fioretto, tenendo l’avversario – a onor del vero decisamente rinunciatario e più preoccupato di non sfigurare – a debita distanza grazie ad un uso accorto del jab. E ancora, contro un battagliero Povetkin, ha saputo aspettare il momento opportuno per spingere sull’acceleratore, gestendo gli assalti iniziali e incassando alcune pregevoli combinazioni del russo, per poi sovrastarlo nella seconda parte del match grazie alla maggior freschezza atletica.

Ad oggi a Joshua manca probabilmente l’affermazione contro l’avversario di grido – Klitschko escluso – e questa figura, in attesa dell’esordio di Usyk nella categoria, può corrispondere solo a due nomi: Deontay Wilder e Tyson Fury. Inutile girarci intorno: i massimi attuali non offrono uno scenario così ricco di talento, conseguentemente il consolidamento della figura di Joshua nell’attuale panorama P4P non può prescindere dai due istrionici avversari.

Tra trattative infinite, dichiarazioni roboanti e smentite clamorose, ad ora tutto ciò a cui si è giunti corrisponde ad un teatrino ad oltranza piuttosto stucchevole, volto ad ottenere le migliori condizioni contrattuali possibili e non meglio precisati vantaggi: sede dell’incontro, momento di calo di uno dei contendenti, ad esempio. La situazione avvantaggia certamente Joshua, gallina dalle uova d’oro di Eddie Hearn, in grado di tenere in piedi quasi da solo dei one man show – vista la pochezza di alcuni avversari – e quindi di fare la voce grossa in sede di trattativa.

Ciò non toglie che l’impressione generale sia quella di uno stallo un po’ imbarazzato, in attesa che la situazione si sblocchi e si arrivi finalmente a vedere il campione inglese fronteggiare Wilder o Fury che, nel frattempo, hanno gia avuto modo di sfidarsi, ricevendo un’eco mediatica notevole seppur non paragonabile a quella generata dal più giovane avversario.

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