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Primo capitolo sulla boxe dell’est Europa: EMIGRANTI DI LUSSO

Pochi kilometri di distanza, eppure così lontano da noi… Ogni due settimane, il lunedì potrete intraprendere un viaggio nella boxe dell’est Europa, grazie a racconti, analisi ed interviste per scoprire tutto di una nobile arte ancora poco conosciuta: contraddizioni, pregi e difetti. Articoli da leggere tutti in un fiato, proprio come un bel bicchierino di vodka.

Nello scenario pugilistico mondiale, gli ultimi 25 anni hanno segnato la comparsa di molti emigranti con i guantoni dall’Europa dell’est. Pugili giramondo che, spesso e volentieri, hanno assunto il ruolo di poco più di sparring partner. In contrasto con questa realtà, diffusa soprattutto dei paesi balcanici, dopo la caduta dell’URSS e il conseguente ridimensionamento dell’influsso di Mosca è sbocciata la boxe di paesi come Polonia e Ucraina.
Malgrado il pugilato venga visto come uno dei principali sport nazionali, l’organizzazione e la competitività non possono paragonarsi a quella made in USA o nei paesi europei più ricchi (UK e Germania, ad esempio).

I fratelli Klitschko sono il più classico degli esempi di emigranti di lusso, a cui possono essere aggiunti (tra gli altri) i connazionali Lomachenko, Gvozdyk, Postol e Usyk. Il destino di quest’ultimo s’è incrociato con un’altra star dell’odierna categoria dei Cruiser, come il polacco Krzystof Glowacki, sconfitto a Danzica ormai un anno fa. Una vittoria quella nella città marittima polacca, che ha permesso al barbaro di Kiev di impossessarsi del mondiale WBO, servendo anche come trampolino di lancio verso una radiosa avventura negli Stati Uniti. America che è casa di Lomachenko, ed è stato palcoscenico importante anche per Postol, Gvozdyk e Glazkov. Tornando ai fratelli ucraini, per decenni incontrastati dominatori dei massimi, i Klitschko hanno fatto della Germania la loro seconda casa, non disdegnando anche match in USA e Gran Bretagna.

Per quanto riguarda la Polonia, al suddetto Glowacki si possono aggiungere Wlodarczyk e, soprattutto, Tomasz Adamek. Gòral è stato il pugile polacco che ha più rappresentato il suo paese oltreoceano, diventando campione del mondo nei pesi massimi leggeri e mediomassimi, tentando anche l’assalto alla categoria regina, dovendosi però arrendere a Vitali Klitschko. Anche Andrzej Golota è stato per diversi anni uno dei nomi più importanti dei pesi massimi, senza dimenticare Il Vichingo Mariusz Wach e, ultimo sfidante in ordine di tempo, Artur Szpilka.
Breve parentesi per quest’ultimo, che è stato protagonista a luglio di un derby polacco in quel di New York, venendo sconfitto dal conterraneo Kownacki. Solo il tempo ci potrà dire se anche quello di Kownacki sarà uno dei nomi pesanti nella categoria degli Heavyweight. Questo non fa altro che confermare quanto detto finora: i pugili slavi portano spettacolo e soldi anche lontano dai Paesi d’origine, perfino negli States.
Nelle categorie di peso inferiori, non vanno dimenticati polacchi ormai oltreoceano in pianta stabile come Maciej Sulecki e Andrzej Fonfara.

Come si spiega questo fenomeno? Chi segue la boxe sa che nessun successo viene per caso. Tutto è frutto di sudore e sacrifici, ma anche e soprattutto di tanta fame. Il fatto che il pugilato in quei paesi sia uno sport nazionale senza dubbio aiuta: è più facile dare tutto se ci sono motivazioni come organizzazioni stellari, palazzetti pieni e match in tv. Inoltre, il background politico e sociale (a volte) difficile fa di loro uomini di ferro, che li fa propendere più a stare lontani dai riflettori per intraprendere la loro carriera con massima serietà. Per intenderci, niente perdite di tempo inutili a pavoneggiarsi.
Non è strano capire, quindi, perché vediamo tanti pugili dell’est calcare con sempre più insistenza i palcoscenici internazionali: serietà degli atleti e consapevolezza che i soldi scommessi su di loro dai promoter (cifre spesso più basse rispetto a quelle che si vedono in altri paesi europei) sono un investimento sicuro. Normale pensare che i volponi del pugilato americano e tedesco puntino molto su di loro. E’ questo che fa di questi ragazzi certamente degli emigranti, ma di lusso.

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