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Vincenzo Cantatore compie 50 anni: intervista al gladiatore del Colosseo

Una potenza che raramente si vede sui nostri ring, una categoria di peso che da sempre affascina gli appassionati, un carattere forte e deciso, mai incline al compromesso: non c’è da stupirsi del fatto che Vincenzo Cantatore nel corso della sua avvincente carriera abbia polarizzato l’attenzione del grande pubblico suscitando enorme interesse e attirando su di sé le luci dei riflettori. Luci giunte al loro picco di splendore in occasione del trionfo più grande del nostro pugile, quello ottenuto davanti al Colosseo contro un valente avversario e davanti a una folla imponente, come un novello gladiatore.

Nato a Santo Spirito, in provincia di Bari, Vincenzo si trasferì a Roma quand’era ancora bambino e proprio nella capitale eresse giorno dopo giorno il suo destino assecondando una passione che inizialmente era quella del padre e che anno dopo anno, trionfo dopo trionfo, sarebbe diventata anche la sua. Vittorioso sin da dilettante, Cantatore conquistò per due volte il titolo nazionale e si guadagnò la maglia azzurra che avrebbe dovuto indossare con fierezza alle Olimpiadi del 1992, salvo abbandonare la squadra in extremis dopo un litigio con l’allenatore Franco Falcinelli. Le soddisfazioni più grandi ad ogni modo sono arrivate dopo aver riposto la canotta per cimentarsi nel mondo dei pro: dal titolo nazionale dei pesi massimi, alla cintura WBU della categoria sperimentale dei supercruiser, dall’internazionale WBC dei cruiser al titolo europeo della medesima divisione conquistato per ben due volte. Nel mezzo, due tentativi mondiali, sfide all’estero da brividi e tanto altro.

Per celebrare il suo cinquantesimo compleanno e per includere le sue gesta nella nostra rubrica “Italia vincente”, abbiamo raggiunto Vincenzo Cantatore al telefono e abbiamo ripercorso insieme a lui le tappe fondamentali di un percorso sportivo ricco di emozioni senza dimenticare la suggestiva ipotesi circolata nell’ultimo mese di una sua esibizione contro l’idolo delle folle “Iron” Mike Tyson.

I suoi primi successi nel mondo della boxe risalgono al suo passato dilettantistico che sembrava doverla condurre a un piazzamento di prestigio nelle Olimpiadi del ’92. A distanza di anni dalla clamorosa decisione di abbandonare il ritiro a ridosso della manifestazione, potendo tornare indietro gestirebbe la situazione in maniera diversa?

Con la maturità che ho adesso gestirei diversamente la situazione, però non mi pento di quello che ho fatto, assolutamente. Ci fu una polemica con Falcinelli che allora era il direttore tecnico della nazionale. Si trattava di stupidaggini, ma io non ho mai sopportato le pressioni uterine delle altre persone: sono sempre andato avanti per la mia strada, a volte sbagliando, a volte facendo bene.

La sua prima cintura agguantata da professionista fu quella del titolo italiano dei pesi massimi, strappata a Francesco Spinelli che appena cinque mesi prima era riuscito a metterla KO. Cosa determinò il salto di qualità tra il primo e il secondo match contro il pugile milanese?

In occasione del primo tentativo di conquistare il titolo pensavo a tutto tranne che a quello che stavo facendo; avevo tanti pensieri per la testa perché era appena nata mia figlia. Una cosa che mi è rimasta impressa è che il giorno dell’incontro con Francesco Spinelli mi fumai due pacchetti e mezzo di Marlboro. Salii sul ring con la testa indirizzata altrove, quindi l’esito è stato quello che tutti sanno. Poi nella rivincita ho cambiato completamente prospettiva e il risultato si è visto.

A quella prima grande gioia seguì un tentativo sfortunato di conquistare l’europeo a Vienna, contro il fortissimo Zeljko Mavrovic. Una chance giunta troppo presto?

Per quell’incontro mi hanno offerto 230 milioni di lire. Il problema era che io non ero all’altezza di quell’evento sul piano dell’esperienza, perché Mavrovic aveva ottenuto risultati di prestigio da dilettante, era già campione d’Europa nei professionisti ed era un peso massimo autentico. Io avevo fatto soltanto 16 incontri, ma quando mi hanno proposto di fare quel match ho detto “Va bene, facciamolo”. Non avevo però l’esperienza necessaria per poterlo battere: mi hanno fatto più gola i soldi che altro. Se lo avessi incontrato tre o quattro anni più in là sarebbe stato completamente diverso.

Dopo il match in Austria iniziò a lavorare sul suo fisico scendendo prima nella categoria sperimentale dei supercruiser e poi in quella dei cruiser che all’epoca prevedeva un limite di circa 86 chili. Visti i numerosi successi in campo internazionale che seguirono a quella scelta possiamo dire che aver abbandonato i massimi le ha permesso di trovare la giusta dimensione e sprigionare ancor di più la sua potenza?

In verità parte della potenza l’ho persa per via dei sacrifici che dovevo fare per rientrare nei limiti di peso: non pranzavo e non cenavo per una settimana prima degli incontri, quindi arrivavo abbastanza debilitato. Però d’altro canto non c’era più la possibilità che tra me e i miei avversari ci fossero troppi chili di differenza. Devo ammettere che all’epoca di fare tanti sacrifici non avevo molta voglia: io ho sempre visto il pugilato come un hobby, era la passione di mio padre, che mi aveva indirizzato verso la boxe, quindi lo facevo più per lui che per me. Quando finalmente ho iniziato a farlo per me, ero già un pochino scarico.

Le tre difese dell’Internazionale WBC la condussero al suo primo mondiale contro il temibile picchiatore Wayne Braithwaite. L’epilogo di quel match fu un po’ controverso, per via di un colpo arrivato mentre lei era di spalle seguito da un altro mentre si rivolgeva all’arbitro. Qualcosa da recriminare?

Il vero problema è stato che prima dell’incontro mi hanno voluto fare per forza una trasfusione di sostanze che dovevano essere energizzanti. Nutro però il sospetto che ci fosse una dose di anestetico, perché sul ring mi sentivo addormentato.

Nel 2004 riuscì ad aggiungere al suo palmares anche il titolo europeo con una netta vittoria ai punti sul solidissimo Ismail Abdoul. A destare scalpore tuttavia fu soprattutto la successiva difesa in Germania contro l’idolo locale Ruediger May. Che ricordi ha di quel pareggio che le permise di restare campione?

Pareggiare in Germania significa aver vinto di almeno tre punti. Fu un match molto bello di cui conservo un ricordo molto positivo perché portavo i colori del carcere di Rebibbia dove avevo già fatto tre anni di volontariato. Avevo il supporto di tutti i detenuti e mi sono sentito di dedicare a loro quella vittoria. Mi sono stati accanto durante l’intera preparazione che si svolse per metà a Rebibbia, nei giorni in cui facevo volontariato, e metà in palestra quando mi allenavo regolarmente.

Dopo che il sogno di conquistare il mondiale sfumò una seconda volta al cospetto dell’inglese Johnny Nelson, che si impose per Split Decision, molti la davano per finito. E invece lei a 36 anni riuscì a ottenere la sua vittoria più prestigiosa sconfiggendo il forte Alexander Gurov davanti al Colosseo in un’atmosfera magica. Cosa ha significato per lei quella serata indimenticabile?

Per me ha significato il raggiungimento di un obiettivo molto importante. Vincere un titolo in un incontro così sofferto, davanti al mio pubblico, nella capitale e davanti al Colosseo è stato clamoroso. È stato emozionante anche perché il match fu davvero duro, con un avversario che aveva un curriculum di tutto rispetto e aveva ottenuto risultati importanti a livello internazionale.

Nell’arco degli anni lei ha saputo conquistare un numero altissimo di tifosi, tanto che alle sue riunioni accorrevano folle oceaniche, eppure non sono mancate le voci dei detrattori: la si amava o la si odiava senza mezze misure. Come si spiega una simile polarizzazione del tifo?

Questa è stata la mia più grossa soddisfazione: avere il pubblico, gli sponsor, le televisioni a favore e avere una parte del mondo del pugilato italiano contro. L’invidia di quei quattro sfigati del “voglio ma non posso” che volevano semplicemente stare al mio posto non poteva condizionarmi. Io ho fatto sacrifici in palestra da quando avevo 12 anni, ho dato il massimo e ho ottenuto il massimo; se poi a quei quattro invidiosi rode il fatto che io abbia raggiunto i miei obiettivi che ci posso fare? La stessa cosa succede ai giocatori di calcio, di pallacanestro, di pallavolo, ma quello che conta sono sempre i risultati, mai quello che dice la gente.

Ultimamente si è parlato di una sua possibile esibizione con il grande Mike Tyson da tenersi davanti al Colosseo. Alcuni giornali si sono addirittura spinti a darla per certa; come stanno realmente le cose? Ci sono stati effettivamente contatti e trattative in tal senso?

I contatti ci sono stati e sono tuttora in corso. La trattativa non è ancora chiusa, per il momento è in stallo perché l’intera operazione del rientro di Tyson è nata per permettere la realizzazione del terzo capitolo tra lui e Holyfield. Ora quindi ci hanno detto di stare buoni e aspettare, perché per fare Tyson vs Holyfield ci saranno in ballo 50 milioni di euro in favore di Holyfield e 75 milioni di euro in favore di Tyson. Faranno questo grande evento e poi ne riparleremo.

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