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“La tigre di Trieste” Tiberio Mitri: ascesa e caduta dell’angelo biondo del ring

Gli accadimenti della vita, ben più del pugilato, lasciarono tracce profonde sul viso di Tiberio Mitri, storico campione di pugilato di un’epoca ormai lontana. Il volto, segnato da profonde rughe, e gli occhi, ormai privi di quella luce che lo aveva animato negli anni migliori, raccontavano di lui più di ogni altra cosa, palesandone i tormenti per una vita dissipata tra mille rimpianti.

L’infanzia tra le strade di Trieste

Una storia tormentata, cominciata il 12 luglio 1926 a Trieste, dove Tiberio nasce. Figlio di un portuale con problemi d’alcolismo e di una locandiera, cresce nel rione di San Giacomo, tra tensioni etniche e continui scontri tra bande di quartiere. Ha un’infanzia turbolenta, nonostante il carattere schivo, e per strada è costretto a far continuamente a pugni per difendersi, con ragazzi sloveni e croati così come con lombardi e veneti. Per rimediare qualche spicciolo ruba maniglie di ottone e rame da rivendere ai robivecchi.

A 10 anni perde il padre, a causa di una polmonite dovuta al massacrante lavoro giù al porto. Tiberio e il fratello finiscono così all’ECA, l’ente comunale assistenziale, una via di mezzo tra un collegio e un riformatorio, dove vengono riversati i giovani di famiglie in difficoltà. Ma quel luogo è un inferno per il giovane Mitri, così una notte fugge e si ritrova per le strade tumultuose di Trieste.

Torna nel suo quartiere, dove cerca di arrangiarsi con piccoli lavoretti. Qualcuno lo nota, e lo convince ad entrare in una palestra, visto che coi pugni se la cava. Ma la frequenta senza convinzione e senza motivazioni.

Nel 1942, solo sedicenne, si arruola da volontario in Marina ma un anno dopo viene catturato dai tedeschi che avevano invaso la città. Viene internato nell’unico campo di sterminio in Italia, quello di San Sabba, dove venivano bruciati gli ebrei e torturati i partigiani. Per salvarsi ed evitare la deportazione Tiberio è costretto suo malgrado ad arruolarsi nella milizia ferroviaria. Il caso vuole che il comandante della milizia sia anche il presidente del comitato pugilistico. È questo a salvare Tiberio.

Sottoposta alle atrocità prima dei tedeschi e poi delle truppe di Tito, Trieste conosce all’epoca ogni genere di orrore immaginabile. Ma il 12 Giugno del 1945 le truppe alleate riescono a riprenderne il controllo. Da qui parte la carriera di Tiberio Mitri, che ricomincia ad allenarsi, ma con uno spirito nuovo, quasi cogliesse l’occasione unica capitatagli tra le mani.

Tiberio è un peso medio di talento, e Bruno Fabris, suo allenatore, lo fa passare subito professionista.

Fabris è un personaggio atipico: poeta, scrittore e allenatore pugilistico, guida con passione e trasporto Tiberio, oltre e insegnargli a leggere e scrivere. Tiberio, dotato di una grazia nei movimenti sorprendente, migliora velocemente.

A 20 anni combatte ogni 10 giorni, e vince. È rapido, dotato di ottima tecnica, efficace e soprattutto straripante fisicamente, nonostante non possieda un pugno da KO. Lo chiamano “la tigre di Trieste“, per l’eleganza e il vigore fisico. Giunge così, rapidamente, il titolo europeo, conquistato contro Cyrille Delannoit, in modo inatteso.

Tutti si innamorano di Tiberio e della sua boxe scintillante. Nel frattempo Trieste rinasce nel dopoguerra e con essa la vita torna a sbocciare.

Gli anni del dopoguerra

Fulvia Franco, una splendida ragazza triestina dal fascino evidente, viene eletta Miss Italia nel 1948. La ragazza, rimasta abbagliata dal carisma e dal bell’aspetto di Tiberio, gli invia una lettera con l’impronta del suo bacio. In seguito tra i due nasce una relazione che li porterà sulle copertine dei rotocalchi mondani.

Tiberio è un ragazzo dai modi semplici, e il contrasto con certe sofisticazioni e l’atteggiamento freddo di Fulvia è palese. Tuttavia i due in breve tempo convoleranno a nozze, con una cerimonia divenuta un evento nazionale.

Nel frattempo la carriera di Tiberio prosegue, con la difesa del titolo europeo a Parigi, contro Jean Stock. La vittoria è di Tiberio, che viene portato in trionfo dagli stessi francesi.

Per lui giunge così la chance mondiale, sul palcoscenico più prestigioso, il Madison Square Garden, contro il grande Jake La Motta, che vuole fortemente Tiberio. Fabris cerca di frenarlo, lo avverte, non è ancora pronto per una sfida del genere, ma l’irruenza e l’entusiasmo spingono Tiberio a non ascoltare il fido allenatore, che rifiuta di seguirlo in quello che considerava un azzardo troppo rischioso.

A New York Tiberio viene in contatto con Frankie Carbo, colui che gestiva le scommesse delle mafia italo americana. Il giovane triestino non è abbastanza smaliziato per resistere alle lusinghe e all’euforia di una vita da star d’oltreoceano: tra le luci di Broadway e i locali alla moda si lascia travolgere dagli eventi.

Carbo, promoter dell’incontro, è anche colui che gestisce gli affari di Jake La Motta. Tuttavia Frankie sembra puntare su Tiberio, che identifica come stella nascente della boxe mondiale, anche per il bell’aspetto, che contrasta in modo evidente con quello di La Motta. Così affida Mitri alle cure di Saverio Turiello, allenatore in orbita della famiglia. Nonostante il vortice emotivo a cui è sottoposto, Tiberio ben figura negli incontri di preparazione al grande match. Tuttavia, invece di allenarsi con dedizione, si ritrova proiettato in una sorta di film hollywoodiano, tra situazioni ambigue, litigi e scenate di gelosia con Fulvia, che decide di volare a Los Angeles in cerca di qualche ruolo cinematografico.

Giunge il match con La Motta ed il confronto è impietoso. Tiberio è spento e non può nulla contro l’avversario: Jake lo sovrasta con l’impeto e la rabbia dei suoi colpi. 15 round di inutile e passiva resistenza, ma anche strenua e incredibilmente coraggiosa.

I danni fisici sono pesanti: Tiberio deve allontanarsi per un po’ dal ring, nonostante gli accordi con Carbo. È perciò costretto a pagare ingenti penali che lo riducono sul lastrico.

Scappa da New York e si rifugia a Roma dove, grazie al sostegno della famiglia della moglie, apre un bar. Nel frattempo diviene protagonista di fotoromanzi.

Riprende a combattere, alternando ottime prestazioni ad altre meno buone. Ottiene un’altra chance per il titolo europeo e, nel 1954, diviene nuovamente campione atterrando in un solo round Randolph Turpin con un meraviglioso gancio sinistro. La gioia è però breve: nello stesso anno perde la cintura contro Charles Humez, per TKO.

La sua carriera è ormai al tramonto e il matrimonio in crisi, nonostante la nascita del figlio Alessandro. Tiberio e Fulvia si separano. Una serie di incontri in Australia, dal sapore malinconico, chiudono la carriera di Mitri.

Luci ed ombre oltre il ring

Al rientro, lo accolgono il cinema e la televisione. Sebbene in ruoli secondari, ottiene delle parti in Ben-Hur, Addio alle armi e La Grande Guerra. Sono gli anni della dolce vita, e Tiberio si lascia trasportare, non senza conseguenze: alcol, droga, numerose donne e un continuo saliscendi tra euforia, depressione e violenza. Inizia una relazione tormentata con un’ereditiera americana, Helen de Lys Meyer, che culminerà con un matrimonio altrettanto burrascoso, da cui nascerà la secondogenita Tiberia.

Nel 1967 è arrestato con l’accusa di violenza domestica ed estorsione ai danni della seconda moglie. Tiberio è ormai vittima di sé stesso. Tenta di ricucire il rapporto con i figli. Ma Tiberia è lontano, in America, e il rapporto con Alessandro è difficile: il giovane è intimorito dalla figura del padre e Tiberio non riesce ad empatizzare con quel figlio schivo, che forse gli ricorda il suo passato.

Si rifugia a Firenze, dove trascorre le giornate in una roulotte, alla periferia della città. Qui vive, per lungo tempo, con Marinella Caiazzo, sua compagna per tanti anni, e che finirà poi per lasciarlo, incapace di frenarne gli eccessi, anche violenti.

La fine della relazione lo fa ulteriormente sprofondare e il 3 Agosto 1980 finisce nuovamente in carcere, a Roma, con l’accusa di detenzione e spaccio di cocaina. Una volta uscito, si stabilisce nella capitale, in un piccolo appartamento di Trastevere.

Nel 1981 il figlio Alessandro muore per overdose di eroina, in modo del tutto inatteso, e negli anni successivi Tiberio vede spegnersi Fulvia, di cirrosi epatica, e la figlia Tiberia, che muore di AIDS.

Tiberio è devastato, ma riesce a rimanere in piedi, grazie al supporto della comunità romana di Sant’Egidio, che lo riporta in una palestra, il suo mondo, da cui può seguire i ragazzi che tentano la strada pugilistica.

Non credevo la vita fosse così lunga“, dice un giorno Tiberio, con tutta la franchezza di cui è capace.

Negli ultimi anni di vita verrà colto dall’Alzheimer e dal Parkinson. Si ritrova così a vagare, spesso senza una meta, per le strade della città e a chiedere l’elemosina, incapace di ricordare di avere una pensione. Non ricorda nemmeno della morte del figlio.

Il 12 Febbraio 2001, a Roma, alle 6.30 di mattina Tiberio vaga, probabilmente in stato confusionale, lungo i binari della ferrovia nei pressi di Porta Maggiore, e viene travolto da un treno in corsa. Si spegne così, in modo tragico, l’angelo biondo della boxe, incapace di trovare un po’ di pace lontano dal ring.

I ricordi di una grande boxe. Duilio Loi: l’uomo oltre il pugile!

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