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Il campione sardo Salvatore Burruni: caparbio e forte come la sua terra

Salvatore Burruni ha fatto la fame due volte: prima per combattere contro la povertà, poi per rientrare nel peso. Lo ha raccontato suo figlio, Gianfranco, in un’intervista rilasciata a “la nuova Sardegna” a maggio scorso. Un dettaglio che contiene l’essenza di un grande pugile italiano, o per la precisione, sardo. Perché come si può ascoltare nelle sue interviste, conservate dall’Istituto Luce, “i pugili sardi sono diversi da quelli continentali: sono più aggressivi”. Tore, come era conosciuto da tutti, è nato ad Alghero nel 1933 e nella stessa città è scomparso nel 2004. Un legame indissolubile con la sua terra, di cui incarnava tutte le virtù: resistenza, forza, caparbietà, coraggio. 

Mandibola squadrata, occhi stretti e penetranti, sorriso sornione e fiero. Questa l’immagine che ci rendono le fotografie in bianco e nero. Lo stesso atteggiamento che poi Burruni portava sul ring. Stile esplosivo e dirompente che ha costretto molti dei suoi avversari a chiudere la guardia, rifugiarsi all’angolo a cercare inutilmente una via di fuga. Un peso mosca sui generis. 

Un metro e cinquantacinque per 51 chilogrammi. È stato il quinto italiano a vincere il titolo mondiale dopo Primo Carnera, Mario D’Agata, Duilio Loi e Sandro Mazzinghi. Durante la sua carriera, sia da dilettante che da professionista, ha disputato 109 incontri e ne ha vinti 99. È stato campione italiano dal ’58 al ’59, campione europeo dal ’61 al ’64 e nel ’65 conquistò anche il titolo mondiale nella categoria pesi mosca. Tre anni dopo passò nei pesi gallo e si aggiudicò il secondo titolo europeo che mantenne fino al ritiro avvenuto l’anno successivo. 

Burruni vinse il primo titolo italiano dilettanti a 21 anni. Nel frattempo aveva cominciato il servizio militare di leva e, poiché il richiamo del quadrato non si affievolisce mai, entrò nella squadra di pugilato. Nel ’56 conquistò la medaglia d’oro ai campionati mondiali militari. Successo che riuscì a replicare l’anno successivo a Napoli, quando iniziò la sua carriera da professionista. Nel giro di pochi mesi scalò la classifica italiana tanto da arrivare, nel 1958, a incrociare i guantoni con Giacomo Spano, allora detentore del titolo tricolore. Per Burruni fu vittoria ai punti. Allora sulla strada del neo campione italiano si parò un pugile argentino, di origini lucane, che aveva deciso di trasferirsi in Sardegna qualche anno prima: Horacio Accavallo. L’argentino era considerato l’uomo da battere della categoria. Decine di incontri e neanche una sconfitta. Tore Burruni lo incontrò il 12 ottobre del ’58 a Cagliari nel gremitissimo Stadio Amsicora. Il pugile di Alghero non riuscì ad avere la meglio e fu costretto alla resa all’ottava ripresa. Era solo l’inizio di una faida durata anni.

Essere campioni non vuol dire non perdere mai. Lo sanno tutti. Bensì reagire alla sconfitta. La disfatta contro Accavallo segnò infatti quella che poi si sarebbe rivelata una costante nella vita di Tore. In tutta la sua carriera ha perso soltanto 9 volte, contro avversari che comunque era riuscito, prima o dopo, a sconfiggere. La rivincita tra Burruni e Accavallo si tenne ancora una volta in Sardegna, l’anno successivo. Stavolta la potenza e la strategia del sardo furono inarrestabili e Accavallo subì la prima delle uniche due sconfitte registrate in carriera.

Negli anni successivi Burruni difese il titolo italiano quattro volte, finché, nel 1961 arrivò l’occasione di combattere per il titolo europeo. Dodici riprese contro il finlandese Risto Luukkonen, più alto di lui e con un allungo maggiore, che però non bastarono al finlandese per imporsi. Tore continuò a vincere per i tre anni successivi, facendosi terra bruciata attorno. Nessuno nella categoria sembrava tenergli testa e i campioni mondiali lo evitavano a tutti i costi. In quel periodo però cominciarono anche le prime difficoltà per non mandare l’ago della bilancia oltre i 51 chilogrammi. 

Nel 1964 arrivò l’occasione per puntare al titolo mondiale. Quell’occasione si chiama Walter McGowan. Pugile scozzese nove anni più giovane di Burruni, considerato la nuova promessa della categoria. Una vittoria contro di lui avrebbe costretto i promoter mondiali a non poter più far finta di ignorare il campione di Alghero. Rino Tommasi, organizzatore che aveva cominciato a seguire Burruni, più volte definì quella sfida “ad alto rischio”. Ormai mantenere il peso entro i limiti era diventata una prova ardua e rischiare di arrivare disidratato o debilitato al match sarebbe stato un “suicidio”. Eppure il 24 aprile i due salirono sul ring dello Stadio Olimpico di Roma. Tore era riuscito, con sacrifici immani, a raggiungere il massimo della condizione fisica. 

McGowen era agile, veloce, incisivo. Ma quella sera i suoi diretti d’incontro sembravano andare a sbattere contro una parete di cemento. Burruni incassava senza accusare, demoralizzando l’avversario. Dopo l’ultima ripresa il campione sardo aveva nettamente vinto ai punti, allora McGowan lo prese in braccio facendogli fare una piroetta al centro del quadrato. Forse per dimostrare di avere ancora energie, forse per ringraziarlo dell’incontro. Sta di fatto che una volta scesi dal ring ammise di non aver mai avuto chance durante l’incontro. 

Il titolo mondiale a quel punto era a portata di mano. Tuttavia convincere il detentore, il thailandese Pone Kingpetch, a incontrare Burruni fu più complicato del previsto. Rino Tommasi, promoter dell’incontro, dovette offrigli un cachet di 60mila dollari (cifra esorbitante negli anni Sessanta) e il soggiorno a Roma pagato dall’organizzazione per lui e per il suo staff. L’incontro si tenne al Palasport dell’Eur. Burruni fu un fiume in piena e per tutte le riprese impose il suo modo di fare pugilato. Alla fine la cintura era intorno alla sua vita. Dopo quell’incontro Tore non accettò altre sfide titolate, ma decise di scontrarsi contro l’antico avversario, Accavallo, e contro il pugile giapponese Katsuyoshi Takayama. Entrambi gli incontri furono disputati fuori dall’Italia. Lontano dalla sua Sardegna, lontano dalla sua terra, Burruni perse entrambe le contese. Allora le sigle WBA e WBC gli imposero di mettere in palio titolo. I pesi mosca gli stavano stretti, probabilmente Burruni sapeva che combattere in quella categoria avrebbe significato mettersi a rischio. Quindi rifiutò e nel ’65 fu privato dei titoli, ma di fatto nessuno glieli aveva portati via. 

L’incontro successivo, ancora nei pesi mosca, venne disputato contro l’italo australiano Rocky Gattellari a Sydney. Stavolta Burruni tornò alla vittoria. L’anno dopo venne sfidato dal thailandese Chartchai Chinoi. Allettato da una borsa considerevole accettò, ma non riuscì ad arrivare all’incontro con una forma fisica adeguata. Era quasi ai limiti della categoria superiore. Fu una sconfitta ai punti. A 33 anni, con un palmares del genere, avrebbe potuto ritenersi soddisfatto e chiudere la carriera. E invece quello fu solo un nuovo inizio.

Burruni decise di cambiare categoria e passare nei pesi gallo portando il peso a circa 54 chilogrammi. Disputò dieci incontri e li vinse tutti. Nel 1968, a distanza di sette anni dalla prima volta, si guadagnò un’occasione per il titolo europeo. A gennaio incontro Mimoun Ben Alì, pugile marocchino, a Napoli e mostro al pubblico partenopeo il suo stile inarrestabile, quello che lo aveva reso celebre. A questo punto l’algherese cominciò a sognare una seconda cintura mondiale. Due mesi dopo però, a Città del Messico, la sua carriera subì una sferzata. Durante l’incontro con il pugile Ruben Olivares, molto più giovane e imbattuto, un colpo al fianco sinistro costrinse Burruni a girarsi e a voltare la schiena all’avversario. Quel gesto fu interpretato dall’arbitro come un segno di resa e decretò la vittoria del messicano per Ko tecnico. Tore decise di non commentare e non rilasciò nessuna dichiarazione alla stampa. Fu il suo manager a dire che si era trattato di un errore, poiché Burruni mai avrebbe abbandonato l’incontro. 

Nel 1968 il campione sardo accettò una nuova sfida. In palio c’era il suo titolo europeo dei pesi gallo, l’avversario era il campione italiano Franco Zurlo, astro nascente della categoria con 21 incontri da imbattuto. Gli analisti davano Burruni per sfavorito. I 36 anni pesavano e il match sarebbe stato sulle 15 riprese. Ancora una volta la sorpresa: gli articoli dell’epoca descrissero quello come uno degli incontri più entusiasmati che il pugile di Alghero avesse mai disputato. Non rifiutò mai uno scambio, incassò colpi devastanti senza la minima smorfia di dolore e bloccò sul nascere quasi tutte le strategie dell’avversario. Fu una vittoria unanime ai punti. Zurlo riuscì a vincere il titolo solo un anno dopo, contro un altro avversario. 

Burruni combatté ancora una volta un anno dopo, a 37 anni. Difese il titolo contro il francese Pierre Vetroff. Fu la sua 99esima vittoria. L’ultimo ruggito. L’ultimo devastante ko. 

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