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La partenza da emigrante, il ritorno da campione: intervista a Rocky Mattioli

Dev’esserci qualcosa nell’aria del piccolo comune abbruzzese di Ripa Teatina, qualcosa in grado di plasmare il sangue di indomiti guerrieri. Dopo aver dato i natali al padre dell’immenso Rocky Marciano infatti, il paesino in provincia di Chieti vide la nascita di un altro formidabile “Rocky” che divenuto adulto avrebbe reso onore ai nostri colori. Il suo nome di battesimo è Rocco Mattioli, ma è con il nome di Rocky che si fece strada da emigrante sui ring australiani prima di tornare in patria per infiammare il cuore dei nostri appassionati con i suoi KO. Il difficile ambientamento dall’altra parte del mondo, lo storico match con Arcari, la gloria mondiale ottenuta in trasferta e la vita lontano dal ring: questi e altri argomenti hanno animato l’intervista che il grande Rocky Mattioli ci ha concesso.

Quando si trasferì in Australia con la sua famiglia aveva soltanto cinque anni. Come fu l’impatto con un Paese tanto lontano nel quale si trovò catapultato improvvisamente?

Quando arrivai lì ero ancora molto piccolo, quindi non potevo capire certe dinamiche. Iniziando ad andare a scuola però compresi che noi italiani non eravamo ben visti e questo mi portò a fare un po’ di baruffe… Quando c’era un litigio da risolvere ci si dava appuntamento all’uscita da scuola, gli altri ragazzi si disponevano in cerchio attorno ai due che dovevano affrontarsi. Non erano però episodi particolarmente violenti: gli australiani non cercano vendetta e non serbano rancore, che si vinca o che si perda il giorno dopo aver fatto a botte si diventava amici. Non dimenticherò mai un episodio che mi capitò anni dopo, quando già andavo alle superiori e c’era un ragazzo australiano che voleva a tutti i costi fare a botte con me. Io mi rifiutavo sempre ma lui continuava a insistere finché un giorno venne a infastidirmi mentre ero in un bar italiano con i miei amici. Mi arrabbiai talmente tanto che gli diedi un pugno sotto al mento e lui cadde a terra con gli occhi sbarrati; lì per lì ebbi paura che fosse morto e scappai a casa. Il giorno dopo, appena mi vide, mi venne incontro e disse: “Ciao Rocky, come stai? Noi siamo amici adesso!” E siamo davvero rimasti amici per tanto tempo…

Cosa la spinse a indossare un paio di guantoni per la prima volta?

Ero in Australia già da qualche anno, ne avevo undici o forse dodici, quando arrivò anche mio cugino dall’Italia. Lui aveva circa sedici anni e quando iniziò ad andare a scuola le prendeva tutti i santi giorni… Una volta venne a casa mia disperato e mi disse “Rocky, c’è una palestra di boxe qui vicino, andiamo a parlare, io vorrei imparare a difendermi”. Lui non parlava ancora bene la lingua, quindi voleva che lo accompagnassi per aiutarlo a farsi capire. Andammo insieme in palestra e io parlai con questo maestro che mi sembrava mezzo ubriaco e che sarebbe diventato il mio primo allenatore. Gli spiegai che mio cugino voleva iniziare a fare boxe, lui gli fece indossare un paio di guanti e gli disse di picchiare il sacco. Poi fece fare anche a me la stessa cosa, anche se io inizialmente mi rifiutavo. Alla fine mi guardò e mi disse: “Tra voi due sei tu che devi fare la boxe, non tuo cugino!” Da lì iniziò la mia avventura… I primi quattro o cinque match li persi tutti! Dicevo al mio allenatore che mio padre voleva farmi smettere visto che perdevo sempre, ma lui mi rispondeva: “Non ti preoccupare, anche io ho perso i primi combattimenti, è normale. Vedrai che piano piano andrai avanti”. Aveva ragione lui: ben presto iniziai a mettere giù la gente e non mi fermai più.

Quello che inizia quasi per gioco tavolta diventa un mestiere… Ricorda il momento in cui si decise al grande salto verso il professionismo?

Di ritorno dai campionati australiani dilettantistici in Tasmania un amico di origini yugoslave che era venuto con me mi disse: “Senti, mi sono rotto i co****ni di questi dilettanti, passiamo professionisti!” e io risposi “Fantastico!” Poco dopo passammo davvero nei pro e la mia carriera iniziò a diventare importante… Il primo match da professionista lo feci contro un italo-australiano chiamato Tony Salta e vinsi alla seconda ripresa. Quarant’anni dopo, mentre ero in traghetto, di ritorno dalle isole Eolie, ho sentito una voce alle mie spalle: “Ehi, ma tu sei Rocky Mattioli?” Mi sono girato e quando gli ho chiesto chi fosse mi ha detto di essere il fratello di Tony Salta! Come è piccolo il mondo…

Dopo cinque anni di combattimenti in Australia che la portarono a scalare le classifiche tanto da diventare il numero 25 del mondo, fu convinto da Umberto Branchini a tornare in patria. Venne personalmente a vederla combattere?

Inizialmente venne suo figlio Giovanni, ma quando mi presentò i loro progetti io gli risposi “Non ti credo!” Ero stato imbrogliato da altri manager in Australia e quindi ero diffidente. Gli dissi che se suo padre ci teneva a me sarebbe dovuto venire di persona. Quando poi affrontai l’ex campione del mondo Billy Backus a Melbourne, chi venne ad assistere al combattimento? Umberto Branchini in persona! A quel punto capii che l’interesse era serio e mi convinsi.

Una settimana fa abbiamo raccontato la storia del grande Bruno Arcari. Lei ha avuto la possibilità di affrontarlo sul ring in un’affascinante sfida che terminò in parità, ma qualcuno sostiene che se avesse spinto con più decisione avrebbe trovato il KO. Andò davvero così?

Il match con Arcari per me era come un mondiale perché combattevo contro un pugile che era stato campione del mondo per tanto tempo e aveva un record incredibile. Non è vero che non spinsi o che non volevo spingere, ma lui era un pugile estremamente difficile da inquadrare. In inglese si usa la parola “awkward” per definire i pugili così… Mi disorientava perché non riuscivo mai a capire cosa stesse per fare e in più era anche mancino. Però nelle ultime due riprese, quando finalmente capii come approcciarlo, ci diedi dentro. Andò anche giù, ma l’arbitro lo aiutò a rialzarsi! Adesso è passato tanto tempo e non ricordo se prese un pugno o cadde da solo, ma la gente fischiò tantissimo. Ad ogni modo, quello fu il match che mi portò in alto.

Il suo trionfo mondiale si concretizzò in trasferta, contro il temibile tedesco Eckhard Dagge. Lo mise KO, un’impresa nella quale grandi campioni come Vito Antuofermo e Maurice Hope non erano riusciti: cosa le è rimasto impresso di quella storica notte in Germania?

Mi è rimasto impresso ogni momento, fin da quando uscii dagli spogliatoi per dirigermi verso il ring: c’era un’atmosfera da farsela sotto… Uno stadio enorme, pieno di gente, che quando io uscii dalla porta divenne completamente buio, al punto che non vedevo niente. Poi all’improvviso si accese una luce potentissima puntata verso di me e partì a tutto volume la colonna sonora di “2001: Odissea nello spazio”. Ero talmente preso ed emozionato che strinsi il braccio di Branchini così forte che lui disse “Oh, mi stai rompendo il braccio!” Quella fu per me un’esperienza bellissima, una gioia simile a quella che si prova nel fare l’amore.

Da campione del mondo girò città e Paesi diversi: una difesa in Australia, una nell’Abruzzo in cui era nato e poi alcuni match non titolati a Milano e a Las Vegas. Ma dove le piaceva di più combattere e vincere? E perché?

Devo ammettere che mi piaceva di più combattere in Australia, perché lì la boxe è sentita in modo differente. C’è qualcosa di diverso che non so ben spiegare, un altro ambiente, un’altra atmosfera… Ti fa pensare alla boxe di un tempo. Naturalmente anche combattere in Italia mi è piaciuto e se sono rimasto a vivere qui significa che mi ci trovo bene, però lì sembrava davvero di essere in un film di Rocky, era tutta un’altra cosa.

Dopo la sua prima sconfitta con Maurice Hope in quel match maledetto in cui si fratturò il braccio destro e cercò coraggiosamente di battersi con una mano sola molti tifosi italiani erano convinti che sarebbe riuscito a riprendersi la cintura nella rivincita. Cosa andò storto quella notte a Wembley? 

Nel primo match il mio braccio destro si ruppe completamente e provai un dolore insopportabile. Continuavo a battermi e a incassare e nel corso di una ripresa riuscii anche a spingerlo alle corde e a colpirlo tante volte ma poi non ce la feci più, perché con una mano sola era impossibile andare avanti. Al secondo match invece arrivai completamente svuotato a livello mentale. Oggi mi pongo una domanda: perché mai dovevo sposarmi a 24 anni dopo essere diventato campione del mondo? Io dovevo portare avanti la mia carriera… Il mio manager provò a farmelo capire, ma io non fui capace di comprenderlo. Dopo che mi sposai arrivò un bambino e a quel punto si avvicinò la fine della mia carriera. Se avessi voluto ottenere il massimo dal mio lavoro, non mi sarei dovuto sposare: dovevo continuare a essere quel leone in gabbia che ero quando arrivai in Italia e sposarmi soltanto dopo aver appeso i guantoni al chiodo. Però oggi ho tre figli maschi, tutti sani, quindi come posso pentirmi o lamentarmi per quello che il buon Dio mi ha concesso? Si lascia una cosa e se ne trova un’altra: quando mi recai a Wembley i miei pensieri erano ormai rivolti alla mia famiglia, non ero più il leone di prima. Il mio manager l’aveva capito, io ancora no.

A distanza di quasi 40 anni dal suo ritiro, di cosa si occupa oggigiorno?

Vivo a Milano, nel quartiere di Porta Venezia e faccio il personal trainer. Ho deciso di non focalizzarmi soltanto sulla boxe, perché io sono anche un fanatico della cura del fisico. Io stesso amo prendermi cura del mio corpo, mangiare bene e condurre una vita sana. Quindi da più di trent’anni faccio fare una ginnastica che ho inventato io e che ho chiamato “Rocky Workout”: è un misto tra più discipline, tra cui karate, pugilato e tanto altro, tutto al ritmo di musica. Ci sono persone che mi seguono da trent’anni, quindi credo proprio di aver ideato qualcosa che piace. Ora chiaramente è tutto chiuso, quindi non sto lavorando da tre mesi, speriamo di poter riprendere quanto prima in sicurezza.

Talento e indole da vero pugile: Bruno Arcari, il fenomenale antidivo del ring

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