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Mario D’Agata, il piccolo Marciano che sfidò un destino avverso

Solo con sé stesso, rinchiuso dentro il suo mondo, fatto esclusivamente di sensazioni tattili e visive, proprio come i pugni che incassava, schivava e scagliava. Nonostante tutto, sul ring Mario D’Agata aveva una percezione diversa di sé stesso: “La boxe mi ha insegnato a essere forte, a superare gli ostacoli della vita e, cosa più importante, a sentirmi uguale agli altri“.

L’INFANZIA AI MARGINI

Mario D’Agata nasce ad Arezzo, nel 1926. Cresce in una famiglia numerosa, di umili origini. Sordomuto dalla nascita, da bambino vive in una condizione di esclusione, non solo sensoriale, ma anche sociale: non può andare a scuola e non ha modo di interagire con i ragazzi della sua età.

All’età di sette anni viene mandato in un istituto per sordomuti, dove riesce ad ottenere la licenza elementare, impara a lavorare il legno e a decorare la ceramica. Nonostante le difficoltà, Mario impara ad interagire con il mondo esterno e, nel contempo, stabilisce un legame molto forte con chi come lui è affetto da sordità.

A 18 anni assiste ad un incontro di boxe, e la sua vita cambia radicalmente. Si appassiona da subito e trova nella noble art una valvola di sfogo ma soprattutto un mondo in cui è al pari degli altri. Non percepisce le urla, le grida di incitamento e i consigli di chi gli sta intorno, sul ring è ancor più solo, ma ha talento. Mario è piccolo di statura, solo 157 centimetri, e pesa 54 kg, ma ha carattere, una tempra e un’aggressività non comuni, tali da valergli il soprannome di “piccolo Marciano”, oltre ad un senso di dignità che sul ring lo porterà ad ottenere risultati incredibili, nonostante il suo handicap.

UGUALE AGLI ALTRI

Combatte circa 100 incontri da dilettante [altre fonti ne indicano addirittura 150, ndr.], vincendone una settantina. Decide così di passare professionista, ma la licenza gli viene negata, semplicemente perché nessun sordo l’aveva mai richiesta prima. Ci sono poi implicazioni pratiche che rendono la questione più complessa: Mario non sente il gong, e ha bisogno dell’intervento dell’arbitro per determinare la fine di un round.

La Federazione Pugilistica Italiana tentenna, ma di fronte alle proteste dei suoi concittadini e alla sollevazione popolare che ne nasce, sostenuta anche da personalità del mondo politico come Amintore Fanfani, alla fine è costretta a cedere: D’Agata diviene così ufficialmente professionista.

Il suo primo incontro lo combatte nel 1950 contro Giuseppe Salardi, ottenendo una vittoria ai punti. Nel 1953, grazie al lavoro col maestro Giuliattini e al sostegno del suocero Arrigo, arriva a contendere la cintura di campione italiano dei pesi gallo a Gianni Zuddas, medaglia d’argento olimpica a Londra nel 1948, vincendo alla nona ripresa per squalifica dell’avversario.

Difende il titolo due volte: la prima contro Luigi Fasulo, vincendo per KOT, e la seconda nuovamente contro Gianni Zuddas, sconfitto ai punti.

Nel maggio del 1954 sfida, per la prima volta, il franco algerino Robert Cohen, campione europeo in carica, in un match non valido per il titolo, e perde solo ai punti. Ma è una sconfitta che Mario non digerisce: quel nome, Cohen, è l’unico che è in grado di scandire, e nella mente di Mario si insinua da subito l’idea della rivincita.

In seguito parte per l’Australia, dove ottiene due grandi vittorie contro il campione australiano Bobby Sinn e l’americano Billy Peacock.

IL GRAVE INCIDENTE E IL MIRACOLOSO RECUPERO

Nel 1955 un grave incidente rischia di comprometterne la carriera. Mario è coinvolto in un litigio tra il padre ed un amico di famiglia, con cui gestiva una lavanderia. Viene centrato in pieno petto da una fucilata, salvato solo dall’intervento della madre, che si frappone facendo da scudo. Subito ricoverato, arriva in ospedale in gravi condizioni. Si riprende, ma sono in molti a credere che la sua carriera agonistica sia al capolinea. Incredibilmente, invece, Mario torna subito ad allenarsi e ricomincia a combattere.

A soli tre mesi di distanza dal fatto è di nuovo sul ring, e affronta Arthur Emboulè. Non entusiasma, comprensibilmente, ma riesce a vincere per ritiro dell’avversario all’8° round. Con il passare degli incontri però migliora sempre più e arriva la chance per il titolo Europeo. È il 29 ottobre del 1955 e a Milano Mario trionfa sul forte Andre Valignant conquistando la cintura, nonostante il dolore al petto e le cicatrici.

Pochi giorni dopo, il 10 dicembre 1955, sposa la compagna Luana, anche lei sorda ed altrettanto caparbia. Dalla loro unione nascerà poi la figlia Annamaria.

SECONDO A NESSUNO

Nel giugno del 1956, D’Agata affronta nuovamente Robert Cohen, questa volta per il titolo mondiale dei pesi gallo. Cohen rilascia proclami di grande fiducia, convinto di avere facilmente la meglio su D’Agata.

Di fronte ad una cornice incredibile, 38.000 persone che animano lo stadio Olimpico di Roma e che Mario può percepire solo visivamente, i due disputano un grande match. Cohen è più dotato tecnicamente e stilisticamente più pulito, ma Mario ha dalla sua una tenacia rara e viene avanti costantemente, sfiancando il francese, anche con interminabili clinch. Durante il 7° round, Mario trova uno splendido colpo al fegato e Cohen si inginocchia. Si rialza, ma non è più in grado di proseguire, e il “mutino“, come viene chiamato da tutti, è sul tetto del mondo, primo atleta sordomuto di sempre a divenire campione del mondo di pugilato.

La gioia è però di breve durata. Nell’aprile del 1957 Mario perde il titolo a Parigi contro un altro francese, il talentuoso Alphonse Halimi. Le circostanze in cui matura la sconfitta sono surreali. Mario è solito ingranare col passare delle riprese ma, al 3° round, un corto circuito provoca l’interruzione del match e la caduta di un tizzone ardente dal grande lampadario sopra il ring, che finisce per ustionarlo ad una spalla. Oltre a ciò il buio lo innervosisce oltremisura, privandolo dell’unico senso fondamentale per un sordo. Trascorrono diciotto lunghi minuti e, alla ripresa, Mario non è più lo stesso. Inoltre, ogni volta che tenta la sortita dalla corta l’arbitro lo blocca, spezzandone l’azione. Perde la cintura ai punti e un’ulteriore beffa giunge quando Halimi rifiuta di concedere la rivincita. In seguito D’Agata dichiarerà con amarezza: “Tutti hanno potuto constatare che si è trattato di una truffa e lo dimostra anche il fatto che non mi é stata data la rivincita“.

Frustrato dalla situazione, Mario rivolge l’attenzione alle sfide continentali. Il 27 Ottobre 1957 riconquista il titolo europeo, che lui stesso aveva reso vacante, ai danni di Federico Scarponi.

Un anno dopo, mette in palio il titolo contro il cagliaritano Pietro Rollo. Allo stadio Amsicora di Cagliari, i due danno vita ad un match combattuto sul filo di lana, con il verdetto a premiare, forse in modo eccessivo, il pugile di casa.

A 32 anni Mario è nella parabola discendente della sua carriera. Combatte ancora qualche incontro, ma è evidente che non ha più l’aggressività dei giorni migliori. A 36 anni tenta un’ultima impresa, la riconquista del titolo italiano vacante contro Federico Scarponi, che aveva già sconfitto nell’occasione valsagli il titolo europeo. Ma questa volta ha la peggio: Scarponi ha sei anni in meno e vince ai punti.

È il suo ultimo incontro. Mario decide di ritirarsi e abbandona per sempre il ring, che lo ha reso “secondo a nessunocome inciso sulla cintura che aveva conquistato in quella magnifica notte romana. In carriera, nessuno è mai riuscito a fargli assaggiare il tappeto.

Mario D’Agato è deceduto il 4 aprile 2009 a Firenze, dove risiedeva ormai da anni, a causa di una malattia incurabile. Aveva 83 anni.

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