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Intervista a Vincenzo Belcastro, il guerriero calabrese che incantò l’Europa

Ritmo indiavolato, solidità granitica, coraggio leonino e tecnica invidiabile: un pugile provvisto di queste qualità può raggiungere traguardi straordinari anche senza essere dotato di una potenza fuori dal comune. È stato il caso di Vincenzo Belcastro, che pur vincendo raramente per KO è riuscito a laurearsi campione italiano e campione europeo nei professionisti, vedendo sfumare il sogno mondiale per un soffio e non senza profonde recriminazioni.

Nonostante un inizio non particolarmente travolgente nei pro, con due sconfitte e un pareggio nei primi sei combattimenti, il guerriero calabrese dimostrò molto presto che a un pugile va concesso il giusto tempo per trovare la propria dimensione ed esprimersi al meglio. E così nel giro di un anno e mezzo Belcastro si ritrovò prima campione italiano dei pesi gallo, portando via il titolo al più esperto Maurizio Lupino a Cefalù, e poi addirittura campione europeo, grazie a un KO meraviglioso inflitto all’agguerrito francese Fabrice Benichou davanti al pubblico estasiato di Busalla. Quello sul transalpino fu soltanto il primo di ben dodici successi con la cintura continentale in palio ottenuti in due categorie diverse, a cui vanno aggiunti due pareggi che comunque gli consentirono di restare sul trono.

Man mano che i trionfi si moltiplicavano, Vincenzo si faceva apprezzare in ogni angolo della penisola: dalla sua Calabria alla Campania, dalla Sicilia alla Lombardia, dalla Sardegna alla Liguria, il piccolo grande combattente di Fuscaldo si guadagnò gli applausi e la stima degli appassionati in queste e in altre regioni, mettendo in mostra ovunque le sue qualità, la sua determinazione e la sua voglia di vincere. La naturale ciliegina sulla torta di una carriera tanto lodevole sarebbe stata ovviamente la conquista di un titolo mondiale che per tre volte Belcastro fu ad un soffio dall’aggiudicarsi. Tutti e tre i tentativi tuttavia si infransero contro una beffarda Split Decision dei giudici, lasciando il nostro connazionale con l’amaro in bocca. Amarezza che appare quanto mai giustificata rivisitando le immagini della lezione di boxe che inflisse all’imbattuto picchiatore statunitense Robert Quiroga nel 1991 a Capo d’Orlando senza veder riconosciuto il suo capolavoro dalla giuria.

A completare un percorso sportivo di prim’ordine, diverse trasferte per cuori forti, tra cui spiccano la spettacolare vittoria ottenuta in Scozia contro l’idolo locale Drew Docherty dopo dodici riprese di guerra selvaggia accompagnate dai boati del pubblico locale e la strenua resistenza offerta al cospetto del fuoriclasse in erba Naseem Hamed che pur imponendosi nettamente ai punti sul nostro rappresentante non riuscì a metterlo KO a differenza di quanto fece poi con la stragrande maggioranza dei suoi avversari.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Vincenzo Belcastro per ascoltare dalla sua stessa voce i ricordi di alcune delle imprese descritte e per farci svelare qualche aneddoto in più sulla sua storia di pugile coriaceo e vincente.

La lettura del suo record fa balzare all’occhio la presenza di un nome che si ripete per ben quattro volte, quello del pugile campano Antonio Picardi. Dopo avergli ceduto il titolo italiano nel 1987 lei si prese la rivincita imponendosi nei restanti tre combattimenti; che ricordi le suscita la vostra rivalità?

Non c’era una vera e propria rivalità; eravamo più che altro gestiti entrambi dallo stesso manager, il che rendeva più semplice l’organizzazione dei match. La prima volta che ci incontrammo io ero campione d’Italia e andai a perdere il titolo a Casoria, in casa sua. Io come sempre ho accettato il verdetto, ma quando poi ci siamo incontrati in campo neutro non c’è stato più paragone, quindi… Dopo comunque io e Antonio siamo rimasti amici e lo siamo tuttora, c’è un bel rapporto tra me e lui. Ogni tanto ci sentiamo e suo figlio ha anche combattuto con un mio pugile.

La sua prima conquista del Titolo Europeo avvenne in maniera per lei un po’ inconsueta, ovvero con un prodigioso KO sul favorito della vigilia Fabrice Benichou. Quale fu la chiave per ottenere un successo tanto spettacolare e inatteso?

Sul ring non ci sono mai delle vere e proprie chiavi: sul ring si va alla battaglia per portare a casa la vittoria. Prima di quel match nessuno mi dava vincente, soltanto io e pochissimi altri speravamo nel successo. Io del resto quando combattevo lo facevo sempre per vincere. Quello sulla carta era un match improponibile e infatti il povero Rocco Agostino subì parecchie critiche per averlo organizzato. Anche giornalisti e addetti ai lavori pensavano che fosse un match dall’esito già scritto, anche perché Benichou aveva già un contratto per andare a disputare il mondiale, quindi tutti si aspettavano che per lui sarebbe stata una passeggiata. Invece c’è stato il trionfo più bello della mia carriera e da lì ho beneficiato di una rivalutazione da parte di tutto l’ambiente del pugilato che mi ha permesso di ottenere tante altre opportunità. Chi sul momento ha pensato che si fosse trattato di un pugno della domenica ha dovuto ricredersi visto quello che ho fatto negli anni successivi: non era stato un pugno della domenica, c’era dietro una strategia e io mi trovavo molto bene contro i pugili che mi attaccavano. In questo forse c’è stato anche un demerito del mio avversario, che non ha pensato al fatto che, essendo io un pugile di rimessa, poteva rischiare ad aggredirmi in quel modo. Pensava di venire in Italia a fare una passeggiata, è partito fortissimo volendo chiudere in poche riprese e invece è successo il contrario.

Alla sua carriera ricca di successi e soddisfazioni è mancata soltanto la gioia del mondiale, sfumato tre volte di stretta misura ai punti. Le è rimasto un po’ di rammarico per quel verdetto incomprensibile emesso dai giudici dopo la sua bellissima performance contro Robert Quiroga?

Sì, perché mentre nel precedente tentativo contro Sanabria secondo me ci stava la sconfitta, contro Quiroga avevo fatto veramente un bel match. Lui era un grande avversario; alla fine mi sono un po’ arrabbiato perché avevo fatto dodici riprese stupende, però purtroppo queste cose nel pugilato succedono, i verdetti casalinghi a livello mondiale ci sono sempre stati. Quella volta ero io il pugile di casa, ma lui era americano, era già un campione famoso e due giudici su tre se li erano portati loro e guarda caso hanno dato la vittoria a lui. Purtroppo l’IBF all’epoca non era molto seria in queste cose. È rimasto quindi un po’ di rammarico perché pensavo di aver vinto il match: nel corso delle dodici riprese mi rendevo conto che riuscivo a controllarlo e a ribattere colpo su colpo.

Oltre a battersi in innumerevoli località italiane lei seppe dare spettacolo anche all’estero. Particolarmente vibrante fu la sua battaglia di Glasgow contro l’idolo locale Drew Docherty; che ricordi le suscita quella difesa del Titolo Europeo del 1994?

Ho un bellissimo ricordo. Dovendo affrontare un pugile britannico sapevo benissimo che non sarebbe stata una passeggiata perché loro da sempre sono i pugili più agguerriti e difficili: è gente coriacea che non molla mai, ma quella volta hanno trovato uno fatto allo stesso modo. Quel match è stato bellissimo e nonostante il pubblico fosse inizialmente tutto in favore del mio avversario, dopo tantissima gente mi ha fatto i complimenti: i britannici sono degli sportivi veri. Altre due volte poi ho combattuto in Inghilterra e ho notato che lì riconoscono sempre il valore dell’avversario e questa è davvero una cosa bella che dovrebbe verificarsi sempre, in tutti gli sport e in particolare nel pugilato.

Lei è uno dei pochissimi pugili ad avere resistito per dodici round ai colpi del fuoriclasse inglese di origini yemenite Naseem Hamed. Che sensazioni ebbe nell’affrontare un rivale dallo stile tanto particolare e dalla potenza tanto devastante?

Beh, quella volta davanti a me ho trovato un fenomeno. Subito, fin dal primo round, ho capito che avrei avuto molte difficoltà, anche perché lui era un pugile che boxava di rimessa, era sgusciante, non si faceva mai trovare. E poi era un fenomeno anche perché riusciva a colpire da qualunque posizione, cosa che non è da tutti. Certo lui aveva 20 anni mentre io ne avevo già 33, ma al di là di tutto mi sono trovato contro un fuoriclasse che poi nel tempo ha dimostrato tutto il suo valore. Sono contento di averlo affrontato perché mi sono misurato con un pugile di un livello che non avevo mai sperimentato prima. Avrei voluto fare anche una rivincita ma poi non ci fu più la possibilità. La potenza non mi è parsa così devastante: lui ti metteva giù soprattutto grazie alla velocità e alla precisione. Io sono stato atterrato due volte ma mi sono rialzato perché non avevo sentito particolarmente il colpo. Quando uno è così veloce, se ti prende nel punto giusto ti mette giù; ma non aveva una potenza così terribile come potrebbe sembrare dal numero dei KO che ha messo a segno, altrimenti non mi sarei rialzato.

Di cosa si occupa Vincenzo Belcastro oggi, a vent’anni di distanza da quando appese i guantoni al chiodo?

Lavoro come assistente amministrativo in una scuola, ma la mia grande passione resta quella per il pugilato: ho la mia palestra con due pugili professionisti e un bel gruppo di ragazzi. Mi piace allenarmi ancora, andare a correre e tenermi in forma.

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