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Intervista all’ex campione Silvio Branco, “Il Barbaro” che non temeva folle ostili

Il 14 luglio del 1988 sale per la prima volta sul ring da professionista Silvio Branco. Si tratta di una data importante per il pugilato italiano, perché “Il Barbaro di Civitavecchia” è stato uno dei suoi ultimi protagonisti di successo, capace di conquistare allori che in tempi recenti si sono fatti sempre più rari per i nostri colori.

Branco non temeva folle ostili, tanto da battersi frequentemente e volentieri nella “tana del lupo”. Tale attitudine, unita al fisico imponente e a una tecnica di prim’ordine, rappresenta una delle caratteristiche che meglio lo descrivono e che più hanno contribuito ai suoi trionfi. Nel suo ricco palmares 63 vittorie, di cui 37 per KO, 11 sconfitte e 3 pareggi. Campione italiano dei pesi medi nel 1993 e successivamente sfidante al titolo europeo di categoria; campione WBU dei pesi medi dal 1996 al 1998 e dei supermedi nel 2000. Un curriculum di tutto rispetto che viene impreziosito nel 2003 al Palais des Sports di Marsiglia, quando davanti a un pubblico avverso e a tratti violento, conquista la cintura di campione del mondo WBA dei mediomassimi infliggendo un KO tecnico all’undicesima ripresa all’idolo di casa Mehdi Sahnoune. È il primo e unico italiano della storia a conquistare il titolo mondiale in tale categoria.

Infine l’ultima parentesi della sua storia agonistica si svolge nei massimi leggeri, divisione che prima lo vede conquistare il titolo internazionale WBC contro Laszlo Hubert, e poi difenderlo con Vincenzo Rossitto. Successi che gli consentono di approdare alle due combattutissime sfide con Giacobbe Fragomeni, una pareggiata e una persa, che conducono poi “Il Gabibbo” a essere nominato sfidante mondiale.

Un percorso ricco di successi dunque, che ha visto il Barbaro combattere innumerevoli battaglie in ogni angolo del pianeta, sempre da protagonista. Contattato dalla redazione di Boxe-Mania, Silvio ha gentilmente soddisfatto alcune nostre curiosità sulla sua lunga carriera: ecco a voi le sue risposte ai  nostri quesiti!

Le prime vittorie di prestigio della sua carriera sono state quelle per il Titolo Italiano. Sfidare i propri connazionali ha un sapore particolare? Sarebbe utile dare oggi maggior risalto al titolo nazionale, troppo spesso snobbato?

Diventare campione d’Italia è un traguardo bello e prestigioso. lo ho conquistato il titolo italiano contro il mio amico Luigi Di Cecilia, compagno di scuderia e di allenamento, ma avendo vinto prima del limite mi è un po’ “dispiaciuto” per lui. La nobile arte ti insegna in primis il rispetto e i valori: la dignità delle persone non va mai calpestata o derisa. Quindi sfidare un connazionale mi ha dato la giusta carica, ma non al punto da esaltarmi oltre il dovuto.
È da qualche anno a questa parte che si sottovaluta il titolo nazionale. Prima era un grande onore essere il rappresentante dell’italia a livello internazionale; ora, non si sa perché, il titolo italiano, oltre a essere retribuito con una borsa irrisoria, ha perso il suo valore e il suo spessore. Mi dispiace soprattutto per le nuove leve che dovrebbero vedere il primo titolo, come quello da ricordare per sempre, un traguardo importante sia dal punto di vista sportivo che da quello economico.

A proposito di derby italiani, lei in carriera ne ha combattuti alcuni memorabili, dalla trilogia con Cardamone, alla sfida con Rossitto, ai bellissimi match con Fragomeni. Quale di questi “rivali” le ha creato le maggiori difficoltà?

Sono tutti match titolati disputati con piacere; le maggiori difficoltà le ho incontrate nella trilogia con Agostino Cardamone che mi ha sconfitto tre volte. Cardamone comunque si è poi confermato un ottimo atleta conquistando titolo italiano, europeo e mondiale. Onore e rispetto a lui.

La vittoria più prestigiosa della sua lunga storia sportiva è stata forse la straordinaria trasferta francese contro il temibile Mehdi Sahnoune, imbattuto e col vizio del KO. Quale fu l’arma vincente per metterlo KO davanti ai suoi stessi sostenitori?

Sono stati tantissimi gli atleti di livello mondiale battuti. Il titolo mondiale WBA, la prima di tutte le sigle, lo vinsi nei pesi mediomassimi, categoria che da più di un secolo a questa parte è un vero e proprio tabù per l’Italia. Infatti consultando l’enciclopedia universale “Le Garzantine” ci si accorge che in tutte le categorie di peso l’Italia ha avuto uno o più campioni del mondo, mentre in questa compare soltanto il mio nome per ben due volte: detengo questo primato. L’avversario era effettivamente ostico e duro, dotato di pugno pesante, ma era giovane e aveva poca esperienza. L’ho battuto già durante le operazioni di peso e poi nel corso del combattimento dicendogli continuamente che lo avrei sconfitto.

Quella francese fu soltanto una delle innumerevoli trasferte che lei accettò di disputare. Battersi al cospetto di una folla ostile le procurava più tensione o adrenalina? E quale fu in assoluto l’atmosfera più incandescente in cui si è trovato?

Quando arrivava il giorno del combattimento entravo in una sorta di tunnel trasparente, che non a caso è il titolo del mio libro. Vedevo tutto ma nulla mi distoglieva dal mio obiettivo, ovvero battere il mio avversario. La gente quindi non mi ha mai creato problemi di alcun genere: ero nella mia dimensione. L’atmosfera più incandescente fu proprio quella di Marsiglia; infatti dopo che avevo sconfitto il loro beniamino, i 14mila spettatori presenti hanno iniziato a tirare di tutto, non avendo accettato la sconfitta. Mi hanno dovuto scortare fino agli spogliatoi.

Nella tana del lupo: le grandi imprese degli italiani all’estero

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