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Intervista a Nino Benvenuti: il campione con la vittoria nel sangue

Tra i vari volti dell’Italia vincente del pugilato, quello di Nino Benvenuti, che proprio oggi taglia l’invidiabile traguardo degli 82 anni, è senz’altro uno dei più luminosi e rappresentativi. La vittoria l’istriano ce l’aveva nel sangue, tanto che in carriera, fin dalla più tenera gioventù, fece incetta di medaglie e trofei, aggiudicandosi ogni alloro che si palesasse sulla sua strada. Una strada irta di curve e di ostacoli, percorsa tra sfide terribili e avversari grandiosi, che tante volte lo vide issare le braccia al cielo e che anche nelle poche sconfitte lo vide uscire dallo scontro a testa alta.

Che Nino fosse un ragazzo baciato dal talento lo si intuì sin da quando era una giovane promessa del dilettantismo. Una sola sconfitta, peraltro controversa, in 120 match disputati in canotta: cifre da capogiro che non a caso lo condussero a due ori europei prima che il suo sogno d’infanzia, la vittoria della medaglia d’oro olimpica, venisse esaudito a Roma nel 1960. Un torneo spumeggiante, disputato in condizioni di forma invidiabili, tanto che fu addirittura preferito a Cassius Clay come miglior pugile della manifestazione ottenendo il prestigioso Trofeo Val Barker.

La carriera da pro di Benvenuti non fu meno gravida di successi e soddisfazioni. Il titolo italiano dei medi vinto ai danni di Tommaso Truppi nel ’63 fu infatti soltanto il primo di innumerevoli traguardi tagliati e lo proiettò verso l’indimenticabile doppio derby tra superwelter con il toscano Sandro Mazzinghi. Nacque un dualismo amplificato scaltramente dalla stampa e destinato a dividere in due fazioni gli appassionati italiani. Le due vittorie di Nino, una frutto di un prodigioso KO e l’altra di una sofferta affermazione ai punti, lo issarono sulla vetta più alta a cui un pugile possa ambire: era campione del mondo tanto per la WBC quanto per la WBA!

Ancor prima di perdere le cinture mondiali dei superwelter in Corea in maniera tutt’ora ritenuta opaca, Benvenuti era già diventato campione europeo dei pesi medi ed è proprio questa categoria, la più nobile del pugilato, che lo vide tornare prepotentemente il numero uno, con una superba vittoria ottenuta al Madison Square Garden di New York ai danni del grande Emile Griffith. Con lui diede poi vita a un’appassionante trilogia, uscendo con le braccia al cielo e le cinture in vita anche dopo il terzo e ultimo capitolo della saga.

Le vittorie del fuoriclasse istriano proseguirono ancora e fu soltanto il leggendario Carlos Monzon a privarlo dello scettro dopo una battaglia cruenta e appassionante nel 1970 in seguito alla quale il nostro portacolori intraprese il viale del tramonto. Egli rimase tuttavia simbolo dell’Italia vincente anche dopo aver appeso i guantoni al chiodo togliendosi numerose soddisfazioni negli anni che seguirono, dall’ingresso nelle Hall Of Fame del pugilato, agli incontri con Papa Wojtyla prima e Papa Francesco poi, al ruolo ricoperto di Testimonial per la FAO, a innumerevoli premi e riconoscimenti ricevuti tra cui spicca il titolo di Ambasciatore Italiano della Boxe nel Mondo conferitogli dalla FPI.

È stato dunque un onore per noi di Boxe-Mania avere l’opportunità di ripercorrere con Benvenuti alcuni momenti cruciali della sua prodigiosa carriera, e non solo, nel giorno del suo compleanno.

Il traguardo più prestigioso della sua straordinaria carriera dilettantistica, in cui vinse tutto ciò che si poteva vincere, fu l’Oro Olimpico di Roma. Oggi, a distanza di 60 anni da allora, le Olimpiadi di Tokyo hanno subito un clamoroso rinvio ma si spera possano disputarsi il prossimo anno. Quale impatto potrebbero avere questi eventi sconvolgenti sulla preparazione e sulla psiche dei pugili azzurri che cercheranno di qualificarsi?

Diciamo subito che mai nella storia dello sport si era verificata una situazione simile: basti pensare che i Giochi Olimpici furono sospesi, sì, durante le due guerre mondiali, ma mai rinviati. Questa emergenza globale, vissuta in tutto il Pianeta, ci può solo far immaginare un futuro con regole – con molta probabilità – assai diverse, e non soltanto nelle discipline agonistiche. Aver posticipato di un anno le gare significa, per gli atleti, dover riorganizzare non solo gli allenamenti, ma i propri tempi e spazi familiari, le relazioni personali, i progetti di vita. Difficile, dunque, fare previsioni…

Dall’Oro Olimpico alla gloria mondiale: la sua doppia sfida con Sandro Mazzinghi per le cinture dei superwelter rappresenta ancora oggi un capitolo epico e cruciale della storia del nostro pugilato. Possiamo affermare che la telefonata che Sandro le ha fatto a valle del suo intervento chirurgico di due anni fa abbia posto fine a una rivalità che si era protratta troppo a lungo? 

Furono senz’altro due delle mie vittorie più belle. Riguardo la rivalità, invece, da parte mia non c’è mai stata. Sandro e io siamo semplicemente diversi, caratterialmente oltre che pugilisticamente. Ho avuto per lui sempre un grande rispetto. Sul ring è certamente stato fra i più difficili avversari da battere. Un grande campione, come ho sempre detto. Alcuni dei suoi colpi… fanno ancora male.

Proprio in occasione del suo compleanno, quello di tre anni fa, fu il protagonista delle celebrazioni per il Cinquantenario del suo portentoso trionfo mondiale nei pesi medi. Un evento organizzato dalla sua storica collaboratrice e biografa Anita Madaluni, che ebbe una risonanza incredibile anche oltre oceano, con il Patrocinio dell’Ambasciata Americana oltre che del CONI. Fu ripercorsa tutta la sua vita, compresi l’ingresso nel Madison Square Garden, gli atterramenti che lei e Griffith vi infliggeste a vicenda, la proclamazione dello storico verdetto. Quali momenti le sono rimasti nel cuore più di tutti gli altri?

Incredibile sia trascorso più di mezzo secolo. A oggi, ben 53 anni. Non mi capacito di come ancora, ogni giorno (anche più volte al giorno), ci sia qualcuno che mi ferma per strada e me lo ricorda. Un affetto che mi commuove…Quella cerimonia di tre anni fa, poi, fu davvero memorabile quasi quanto la Notte americana di quel lontano ’67. Anita realizzò un evento incredibile, c’era il mondo a festeggiarmi. Un’emozione che non saprei descrivere. Mi spiazzò, fu tutta una sorpresa: arrivai nel Salone d’Onore del CONI pensando che mi avrebbero consegnato qualche riconoscimento per quei cinquant’anni dal mio titolo mondiale; e, invece, mi ritrovai un salone gremito, centinaia di persone, un parterre de roi dove gente come Tony Renis, Franco Nero, Gianni Minà, Gianni Rivera, Don Backy testimoniò, con nostalgia, dove fosse e cosa stesse facendo mentre, quell’alba del 17 aprile, Paolo Valenti raccontava come battevo Emilio (così Nino ha sempre chiamato Griffith, da avversario diventato poi amico fraterno, NDR). E, a conclusione di un evento la cui eco ancora risuona a distanza di tempo, il colpo di teatro: torta dello chef Fabio Campoli per il mio compleanno e, in chiusura, video da parte di campioni da tutto il mondo. Insomma: fu Anita, quel giorno, a mettermi KO, con la complicità del Presidente Giovanni Malagò, che fece gli onori di casa. Fui avvolto dall’affetto di così tante persone, compresi campioni amici come Patrizio Oliva, Pamich che…farei prima a dire chi non c’era!

A toglierle il titolo fu uno dei pesi medi più forti di ogni tempo. Eppure ci sono anche esperti di pugilato secondo i quali se fosse stato più giovane, lei sarebbe riuscito a domare l’argentino. A suo avviso la sua lunghissima carriera e il peso dei tanti incontri sostenuti incisero sul verdetto di quella famosa notte del 1970?

No no, assolutamente. Se fossi stato più giovane io, lo sarebbe stato anche lui! Monzon vinse soltanto per merito suo. In quel momento fu il più forte. Era il suo momento. Al di là del suo carattere particolare, era un grande campione. Proprio l’anno scorso la nipote Julieta venne a Roma, dall’Argentina, appositamente per conoscermi.

In veste di commentatore RAI ha avuto modo di seguire da vicino la crescita, le gioie e i dolori di tanti pugili professionisti italiani. Purtroppo, malgrado gli sforzi e i sacrifici degli atleti, la nostra boxe è ben lontana dai livelli a cui lei e suoi illustri colleghi seppero portarla. Cosa manca all’Italia per produrre un nuovo Benvenuti?

Il pugilato, ahimè, ha perso molta personalità; e passione, aggiungerei. Non si tratta di non avere più campioni. Credo sia anche la mancanza di allenatori con lo sguardo attento, che guardino negli occhi i giovani; che osservino al di là, col cuore, puntando a scovare talenti anche precoci. Ecco… forse quella che un tempo era soprattutto dedizione ha lasciato spazio ad altro. Non saprei neanche dire a cosa. Noi italiani non dobbiamo dimenticare la nostra tradizione pugilistica con radici profondissime. Dovremmo, e potremmo, essere in vantaggio sulle altre nazioni. Il pugilato ha perso l’entusiasmo: del pubblico e del pugile. In fondo, invece, sarebbe bello ritrovare un nuovo Amaduzzi che possa intuire, magari in un fanciullo alle prime armi, un altro “Nino”…

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