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Intervista a Giovanni De Carolis, dalle emozioni in Germania al sogno europeo

La nostra rubrica “Italia vincente” prosegue il suo percorso di riscoperta dei campioni di pugilato che hanno reso grande il nostro paese in campo internazionale e lo fa intervistando un atleta che ancora oggi è una delle nostre punte di diamante, il supermedio Giovanni de Carolis, che il prossimo 20 febbraio si batterà per il titolo europeo di categoria contro il tedesco Leon Bauer.  L’atleta nato a Roma, che ha compiuto 36 anni quest’estate, nell’arco della sua lunga carriera tra i professionisti, iniziata circa 13 anni fa, si è tolto numerose soddisfazioni in Italia e all’estero, collezionando un cospicuo numero di trofei e facendo saltare sulla sedia gli appassionati italiani che lo seguivano speranzosi.

Una partenza un po’ in sordina, con alcuni passi falsi, non scoraggiò il nostro portacolori, che al contrario trasse forza anche dalle battute d’arresto per rilanciarsi con rinnovato vigore facendo tesoro di ogni esperienza. Poco a poco giunsero così i primi risultati: prima il titolo del Mediterraneo WBC, poi quello Internazionale della stessa sigla, quindi l’Intercontinentale IBF. Di titolo in titolo arrivarono anche le grandi sfide, tra cui quella da far tremare le vene ai polsi con il pluricampione tedesco Arthur Abraham nella tana del lupo di Oldenburg, chiusa con un’onorevole sconfitta ai punti, e quella con il quotato Mouhamed Ali Ndiaye, che De Carolis dominò senza appello.

Dalla consacrazione nazionale a quella mondiale il passo fu breve e si concretizzò in quella stessa terra tedesca in cui aveva già dimostrato il suo valore, dove tra l’ottobre del 2015 e il novembre del 2016 disputò la bellezza di quattro match infuocati. Formalmente ne vinse soltanto uno, ma quell’uno valeva mille: la Baden-Arena di Offenburg vide Giovanni alzare al cielo la cintura mondiale WBA dopo che l’idolo locale Vincent Feigenbutz era stato messo brutalmente fuori combattimento dai suoi colpi. Fu una dolce vendetta, dato che lo stesso rivale gli aveva inflitto una sconfitta ai punti estremamente dubbia tre mesi prima; purtroppo la stessa vendetta Giovanni non riuscì a compierla su Tyrone Zeuge, che dopo un pareggio ancora una volta controverso, gli portò via il titolo con un KO in dodici riprese.

De Carolis tuttavia non ha smesso di lottare: ha risalito la china e oggi, dopo tre vittorie consecutive, vuole agguantare a tutti i costi quel titolo continentale che ancora manca al suo palmares. Abbiamo quindi scambiato quattro chiacchiere con lui sulle battaglie del passato e su quella che lo attende.

La sua carriera ha avuto un inizio inusuale per un pugile italiano. Fin dai primi anni di attività infatti non ha avuto timore di recarsi all’estero, prima in Ucraina dove fronteggiò l’idolo locale Max Bursak e poi in Danimarca dove se la vide con l’esperto Lolenga Mock. Quanto sono state importanti queste trasferte in termini di esperienza, nonostante l’esito sfortunato?

Quando ho iniziato la mia carriera, il mio modo di pensare era differente rispetto a quello di molti miei colleghi. Io ho fatto pochi match da dilettante, avevo bisogno di fare esperienza. La prima avventura all’estero in Ucraina mi ha fatto capire che quello che avevo fatto fino a quel momento non era sufficiente e che dovevo scegliere se perder tempo nel fare match troppo semplici oppure buttarmi nella mischia. La mia è stata quindi la scelta di un percorso; quelle esperienze sono state fondamentali sia sul piano caratteriale che su quello fisico, ma anche su quello tecnico, perché trovarsi davanti a delle difficoltà in un clima difficile è sicuramente qualcosa che ti porta a crescere. Ci sono naturalmente dei rischi, come quello della sconfitta, ma io ho sempre creduto che quando ti alleni al massimo e analizzi il match che stai per fare convincendoti di poter dire la tua, l’eventualità di perdere non rappresenta un problema. Anzi, nel mio caso ciò mi dava una scintilla in più, e ancora oggi credo che la maggior parte dei miei successi sia dovuta proprio alla mia ostinazione nel fare gli incontri “scomodi”. Quando mi chiamavano per combattere all’estero, mi si accendeva qualcosa dentro. Non era una questione di soldi, perché non stiamo parlando di grosse cifre: io avevo pochi match e non potevo pretendere grandi borse. Quindi sono contento del percorso che ho fatto; forse se avessi potuto fare quegli stessi match nel mio Paese sarebbe stato diverso, perché alcuni li ho persi meritatamente, altri forse un po’ meno.

Dopo essersi stabilizzato nella categoria dei supermedi e dopo aver evidenziato tutta la sua solidità cedendo soltanto ai punti al terribile Arthur Abraham in Germania, ha dimostrato di essere il miglior esponente italiano della categoria dominando Mouhamed Ali Ndiaye, pugile che fino a quel momento era molto quotato nei ranking nazionali. Quali sono i suoi ricordi di quella prestazione superlativa?

Quel match fu per me molto importante, proprio perché lui in quel momento era visto come il cavallo di battaglia su cui l’Italia puntava: aveva grande fisicità e aveva ottenuto grandi risultati, ma era l’avversario adatto per me. Nella mia testa c’era la convinzione che per diventare il numero uno a livello nazionale dovessi battere lui, che all’epoca era considerato tale. C’era tante gente che mi vedeva sfavorito, ma io per quel match mi sono preparato duramente, dando il 110% in allenamento e avendo predisposto un bel piano di battaglia. L’unica cosa che forse avrei dovuto fare diversamente è legata al primo conteggio che gli ho inflitto, quando mi sono fatto prendere dalla foga mentre avrei dovuto essere più accorto nel mantenere la distanza. Lui fino alla fine non ha mai mollato, poi nell’ultima ripresa c’è stato un episodio un po’ particolare, perché dal suo angolo buttarono l’asciugamano ma l’arbitro prima interruppe il match e poi lo fece riprendere: la regola dell’IBF diceva che solo l’arbitro poteva fermare l’incontro. In ogni caso è un match che ricordo con grande piacere, una battaglia durissima che mi ha fatto fare un passo in più verso il raggiungimento dei miei obiettivi; tra l’altro coincidenza ha voluto che quel match si svolgesse nella stessa serata in cui qualche ora più tardi Manny Pacquiao e Floyd Mayweather si affrontarono a Las Vegas.

Il picco più alto della sua carriera lo ha raggiunto il 9 gennaio del 2016 con il magnifico trionfo per KO sul tedesco Vincent Feigenbutz, pugile che tre mesi prima le aveva sottratto la vittoria con un verdetto molto controverso. Cosa ha provato nel sollevare al cielo la cintura mondiale WBA e a chi ha dedicato quella serata indimenticabile?

Quella serata fu particolare proprio in virtù di quella precedente che ci era andata un po’ di traverso. Eravamo stati scelti come avversari di comodo, per fare un match facile: per quanto fossi alto nel ranking, si trattava di una difesa volontaria. Quando poi gli abbiamo scombinato i piani, perché con i maestri avevamo lavorato duramente, ci hanno dato la sconfitta nonostante il buon match che avevamo fatto. Inaspettatamente ci diedero la rivincita; inizialmente si pensava che non ci avrebbero dato quest’opportunità, poi per fortuna la televisione tedesca ha preteso il rematch. Lì in Germania non mi hanno mai regalato niente, ero sfavorito e loro mi consideravano già sconfitto; ricordo che prima del primo match con Feigenbutz avevano fatto un video che poi è andato in diretta televisiva in cui lui tosava una pecora e diceva “Questo è quello che farò all’italiano”. Ero proprio visto come la vittima sacrificale, e quando poi è iniziato il match tutte queste cose mi hanno caricato da morire e ho dato il tutto per tutto. Naturalmente la vittoria della rivincita l’ho condivisa con le persone che mi erano vicino, con i miei maestri, con la mia famiglia e con gli amici più stretti, perché loro sono gli unici ad aver creduto insieme a me alla possibilità di riuscire a fare il risultato. Naturalmente ci sono anche tanti altri in Italia a cui mi ha fatto piacere aver regalato un titolo, ma come ho detto il mio primo pensiero è andato a quella piccola cerchia di persone che avevo vicino, perché a loro devo tutto quello che ho fatto: amici, maestri e famiglia.

Gli organizzatori tedeschi non presero benissimo il suo successo e cercarono di riprendersi il titolo affidando per due volte le loro speranze all’allora imbattuto Tyrone Zeuge. Si è sentito defraudato dal verdetto di parità del vostro primo match, che molti appassionati italiani ritennero ingiusto? E cosa andò storto nella successiva rivincita?

In occasione del primo match con Zeuge io avevo già capito che la situazione non sarebbe stata semplice, innanzitutto per il contratto che ci legava alla Sauerland e che mi costringeva ad andare a combattere in Germania con tutti i rischi del caso. I miei timori hanno trovato conferma quando è stato letto il verdetto, e mi rendo conto che dirlo può risultare noioso, perché sembra quasi che io non accetti mai i verdetti sfavorevoli, ma in verità si tratta di considerazioni oggettive. Quella fu una bella serata, io stavo molto bene fisicamente ed ero convinto delle mie possibilità, perché avevo fiducia nel lavoro che avevamo fatto. Ero soprattutto sereno e quando poi ho sentito il verdetto ho pensato che loro per salvare capra e cavoli avessero dato la parità in modo che io mantenessi la cintura e il loro pugile rimanesse imbattuto. Nel secondo incontro invece il mio problema era prettamente personale, nel senso che a pochi giorni dal match, dopo aver preparato tutto in maniera certosina come sempre, ho avuto dei problemi al di fuori del ring che possono succedere a tutti in qualsiasi momento. Non me la sono sentita di tirarmi indietro e rinunciare al match, nonostante mi mancasse la scintilla di cui ho parlato prima: avevo i pensieri da un’altra parte, ma questo non giustifica la sconfitta, perché io ho preso la mia decisione di combattere ugualmente e me ne assumo la responsabilità. Ho sentito però una grande differenza di motivazione che mi ha portato a perdere meritatamente il titolo. Quello fu un anno complicato, in seguito al quale ho dovuto risalire un po’ la china su alcuni aspetti non soltanto sportivi, ma mi ha spinto a lavorare su me stesso per riuscire a ripartire come mi era già successo altre volte: è stato così da dilettante, è stato così nei primi match da professionista. Quindi mi sono rimboccato le maniche e mi sono rimesso in carreggiata.

Con il passare del tempo non ha perso la voglia di competere ad alti livelli, come ha dimostrato nel bellissimo derby di Cinecittà contro il temibile toscano di origini rumene Dragan Lepei. Qual è stata la chiave per domare un rivale così potente e ambizioso?

Sono sempre stato molto meticoloso durante gli allenamenti. Come dice sempre il mio maestro, “Giovanni può vincere e perdere con tutti”, perché se riesco a stare mentalmente concentrato sul match, non soltanto durante la serata decisiva, ma anche nel corso della preparazione, allora riesco a disporre di un piano B e di un piano C e soprattutto riesco ad arrivare al top della forma fisica. Prima del match con Lepei sapevo che lui era in ascesa e che io dovevo dimostrare di non essere in fase calante; mi ero studiato tutto quello che dovevo fare contro di lui e sapevo che la vittoria era indispensabile per poter nutrire nuove ambizioni. Io ero ripartito con il titolo italiano contro Roberto Cocco, un match che mi ha fatto capire che fisicamente stavo bene e che non avevo nessun acciacco. Quindi mi sono detto “OK, rimettiamoci in discussione con Dragan e vediamo se a livello internazionale possiamo ancora dire la nostra”. Sono andato avanti semplicemente perché avevo voglia, non per dimostrare qualcosa a qualcuno, ma per me è sempre stato così: è uno sport che amo e mi piace farlo a 360 gradi, quindi fin quando avrò voglia e sarò competitivo continuerò a farlo a tutti gli effetti. Quello con Dragan è stato un buon match, molto duro, in cui sono riuscito a imporre la mia tattica. È stato un altro tassello molto importante, un segnale di ripartenza.

Ora le sue attenzioni sono rivolte all’unico grande traguardo che ancora manca al suo palmares, ovvero il titolo europeo. Il nome del suo avversario è cambiato più volte e ora che la data è stata fissata per il 20 febbraio sembra che si tratterà del 22enne tedesco Leon Bauer. Cosa sa di questo giovanissimo pugile imbattuto e come si preparerà per sconfiggerlo?

Sono contento di essere sfidante al titolo europeo perché è una cintura che mi manca ma anche perché è un vero onore poter combattere per il titolo continentale. Purtroppo sono cambiati troppo spesso gli avversari quest’anno: inizialmente doveva essere Emre Cukur, poi Tyrone Zeuge, quindi Max Bursak e adesso Leon Bauer. Il fatto di aver cambiato tante volte avversario un po’ mi ha dato fastidio, perché io studio molto i miei avversari, quindi per tre volte ho fatto 5 o 6 settimane di preparazione improntate sullo stile di un pugile per poi dover riprogrammare un’altra volta tutto. Adesso è venuto fuori quest’altro nome, quello di Bauer, che è un pugile che conosco molto bene. È un atleta in crescita in quanto molto giovane, l’ho visto all’opera moltissime volte e ho avuto anche la possibilità di fare degli allenamenti insieme a lui. È molto alto, ha un’ottima tecnica e un bel carattere, nel senso che è molto determinato, quindi penso possa venir fuori un match veramente interessante. Spero che il traguardo si concretizzi e che questo titolo possa finalmente realizzarsi, non soltanto per provare a vincerlo, ma anche per potermi togliere qualche altra soddisfazione. Fisicamente mi sento molto bene e finché il ferro è caldo bisogna batterlo.

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