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Intervista ad Alessandro Duran, il figlio d’arte che ha realizzato i suoi sogni

Il nostro percorso di riscoperta dei pugili italiani autori di grandi vittorie in campo internazionale prosegue con un capitolo dedicato ad Alessandro Duran, talentuoso peso welter di Ferrara che negli anni ’80 e ’90 ha calcato i ring italiani ed europei mettendo in piedi un invidiabile palmares e realizzando i suoi sogni. Figlio del grande pugile argentino Juan Carlos Duran, trapiantato in Italia e tre volte campione europeo nei medi e nei superwelter, Alessandro ha seguito le orme del padre passando professionista a soli 18 anni. Il suo percorso sportivo è stato caratterizzato da innumerevoli battaglie per il titolo italiano, vinto, difeso e riconquistato più volte prima di spiccare il volo verso traguardi ancor più prestigiosi. Dalle appassionanti sfide disputate in patria, alla portentosa conquista della cintura WBU, al coronamento del sogno di diventare campione europeo come suo padre, fino al rapporto col suo pubblico: la nostra chiacchierata con Alessandro Duran, oggi impegnato nel ruolo di telecronista per la piattaforma in streaming DAZN, ha toccato tutti gli aspetti salienti di una carriera vincente e straordinariamente longeva.

Nell’arco della sua carriera ha disputato la bellezza di 17 match validi per il titolo italiano. Ce n’è uno in particolare che le è rimasto particolarmente nel cuore? E quanto l’hanno aiutata le tante sfide con i suoi connazionali nel migliorare e nel farsi trovare pronto per gli step successivi?

Io ritengo che il titolo italiano rappresenti la prima pietra nella costruzione di una carriera importante. Per questo sto lottando per far capire che tale titolo, che viene attualmente snobbato dagli organizzatori e dai manager più che dai pugili, è di fondamentale importanza. Per un ragazzo diventare campione d’Italia è una grandissima soddisfazione e un’esperienza importante; poi bisogna fare almeno tre o quattro difese, perché in questo modo quando si va a disputare un titolo internazionale ci si può presentare pronti psicologicamente e fisicamente ad affrontare l’impegno. Io per il titolo italiano ho combattuto 17 volte, un numero importante, oltretutto in un periodo in cui se perdevi restavi in anticamera per un anno e mezzo o due prima di avere la possibilità di rifarlo. Sicuramente quello più delicato è stato quello vinto nel 1991 contro Marco Cipollino, qualche mese dopo la morte di mio padre, perché in quell’occasione dovevo capire se avevo il carattere per poter andare avanti senza quella che per me era sempre stata una guida fondamentale. Quella sera stravinsi il combattimento e dimostrai che potevo fare qualcosa di importante.

Dopo aver affermato la sua superiorità in patria trovò la consacrazione internazionale conquistando la cintura WBU a spese del sudafricano Gary Murray, pugile scorbutico che non disdegnava scorrettezze. Le diede più soddisfazione sottrargli il titolo a San Remo per squalifica o batterlo con merito ai punti nella sua Ferrara quattro mesi dopo?

La soddisfazione più grande è normale che la si provi nell’andare a vincere un titolo importante, anche se in quel momento la WBU non era riconosciuta in Italia. È stata riconosciuta soltanto dopo la mia rivincita con Peter Malinga; anche all’epoca c’era una guerra di sigle e organizzazioni, ma come dico sempre anche oggi, non è la sigla bensì chi sale sul ring a dare importanza al combattimento. Tante volte leggo che anche alcuni giornalisti, quando elencano i campioni del mondo, non tengono conto del titolo della WBU, ma io so di aver affrontato pugili veri. Gary Murray quando l’ho affrontato io compariva subito dopo i grandi: dopo De La Hoya e Trinidad veniva lui. A San Remo vinsi meritatamente per squalifica e poi nella rivincita a Ferrara diedi conferma di essergli superiore. Era un atleta seguitissimo: faceva 18 milioni di telespettatori in Sudafrica e infatti la loro televisione nazionale trasmise in diretta tutti e due i combattimenti. In quel periodo il pugilato in Italia era già in grande crisi, ogni volta c’era una polemica per concordare la data con la RAI; la mia fortuna era che facevo buoni indici di ascolto il che mi dava un potere contrattuale importante.

La cintura le fu strappata dal feroce picchiatore sudafricano Peter Malinga, ma le circostanze di quel KO apparvero fin da subito piuttosto controverse…

La conclusione di quel match fu uno scandalo. Eravamo a Palma di Montechiaro, in Sicilia, nella piazza in cui girarono il film “Il Gattopardo”; c’erano ottomila persone presenti e io a un certo punto mi trovai al tappeto e vidi il pubblico che scendeva dalla scalinata per avvicinarsi al ring e protestare contro l’arbitro. Capii che c’era qualcosa di strano ma non avevo la lucidità per capire cosa fosse successo, tanto che quando andai al microfono di Mario Mattioli per la RAI dissi “Va bene, nello sport si perde e si vince, riprenderò dal titolo europeo”. Poi mi hanno fatto vedere le immagini al rallentatore e ho capito cos’era successo: l’arbitro chiamò uno stop, mi trattenne bloccandomi le braccia e in quel momento Malinga partì con un gancio che passò dietro l’arbitro e mi colpì alla mandibola. Io in quel momento ero groggy, non sono andato al tappeto solo perché ero attaccato alle corde. Quando ho sentito “Boxe!” sono andato a centro ring, lui mi ha portato un destro che mi ha toccato leggermente dietro la nuca e sono finito per terra: lì si è concluso il match. Quella sera ho capito di avere davanti un avversario pericolosissimo già nella prima ripresa; quando sono andato all’angolo ho detto “Ma chi mi avete portato?” perché lui aveva davvero due ferri al posto delle mani, quando mi colpiva sulla guardia sentivo la scossa nelle braccia. Però sono sicuro che non mi avrebbe mai potuto battere in modo regolare e l’ho dimostrato nella rivincita.

Il rematch, disputato a Ferrara, fu forse uno dei più belli della sua carriera. Quanto fu difficile tenere a bada un avversario tanto arrembante per dodici lunghi round senza concedersi cali di concentrazione?

È stato un match difficile come del resto sono stati difficili tutti i match della mia carriera; poi a volte il difficile diventa facile e il facile diventa difficile, perché dipende molto dalle condizioni in cui ti presenti sul ring. Purtroppo questo è uno sport in cui cui ti giochi tutto in una serata e non tutte le serate sono uguali. Per arrivare alla perfezione il giorno dell’incontro ci vuole anche un pizzico di fortuna, ti prepari per mesi e mesi e poi a quei livelli se rendi al 95% invece che al 100% rischi di lasciarci le penne. Prima della rivincita a Ferrara tutti mi davano per spacciato, ma erano proprio quelli i match che mi esaltavano: quando partivo nettamente sfavorito la mia forza si moltiplicava. Dopo le operazioni di peso della vigilia andai a fare un giro in centro con mio zio, arbitro internazionale, e lui a un certo punto si fermò e mi chiese: “Alessandro, ti posso dire una cosa senza che ti offendi?” Io gli risposi “Dimmi pure”. Allora lui mi guardò e mi disse “Domani non fare l’eroe, se te la vedi brutta alza un braccio”. Io a quel punto lo mandai a quel paese e gli dissi che non aveva capito niente, perché io l’indomani sarei tornato campione del mondo e così ho fatto. Anche se i colpi di Malinga erano pesanti e duri, quel giorno ero troppo forte psicologicamente, era una scommessa contro tutto e tutti ed ero disposto a qualunque cosa pur di vincere.

Guardando i suoi match più importanti si nota la sua capacità di chiuderli in crescendo, alzando i ritmi nelle ultime riprese, quando di solito i pugili sono più stanchi e meno lucidi. Era il risultato di una preparazione atletica specifica o era semplicemente una sua caratteristica naturale?

Sicuramente influiva la preparazione dura che avevo alle spalle. Il complimento più bello che mi è stato fatto in carriera, anche da parte di manager avversari, oltre che da quanti hanno collaborato con me come sponsor, è che sono stato l’atleta più serio che avessero mai conosciuto. E io mi ritengo meno serio di quanto lo fosse mio padre. Quand’ero bambino ho visto i grandi sacrifici che ha fatto e la serietà con cui faceva questo sport che lui amava all’inverosimile. Certamente incide anche la componente genetica: hai un talento e hai delle caratteristiche fisiche di partenza, però ci devi lavorare sopra. Se andiamo ad analizzare la mia carriera ci rendiamo conto che la mia esplosione è avvenuta quando avevo 31 anni. Quando ho iniziato a fare il professionista ne avevo 18 e nel corso dei primi anni soffrivo anch’io psicologicamente della paura di non sopportare la fatica e questo mi limitava. La svolta dal punto di vista psicologico c’è stata quando è venuto a mancare mio padre: a quel punto era vivere o morire, andare avanti o chiudere la carriera. Mi sono venute in soccorso le sue parole, dato che lui mi diceva sempre “Tu sei un campione, devi credere in te stesso”. Quando me ne sono convinto anch’io e ho iniziato a credere in me stesso sono esploso e ho fatto la carriera che ho fatto.

La sua professionalità si evince anche da un altro dato piuttosto significativo: in quasi vent’anni di carriera lei è rimasto sempre nella stessa categoria di peso, quella dei welter. Le è costato molti sacrifici rispettare il limite delle 147 libbre per così tanto tempo?

Fino ai 35 anni non ho mai avuto problemi, poi il metabolismo è cambiato e ho dovuto iniziare a stare più attento, però non ho mai fatto delle rinunce al limite della follia che ho visto fare ad alcuni colleghi. I liquidi per me erano fondamentali, la mia rinuncia era limitata al giorno prima del peso: non mangiavo la pasta e invece dei soliti quattro o cinque litri d’acqua ne bevevo uno. Poi non appena finivano le operazioni di peso reintegravo immediatamente i liquidi: mi portavo dietro due bottiglie di Gatorade da un litro e mezzo e me le bevevo una dietro l’altra nel giro di pochi minuti. Quello del “taglio del peso” è un grande equivoco, io sono convinto che per salire sul ring con una certa salvaguardia fisica occorra arrivare al giorno prima della pesatura senza privarsi di nulla. Io ero sempre al peso, oscillavo tra i 66 chili e mezzo e i 67; addirittura una settimana prima del match con Malinga pesavo 65 chili e mezzo. A volte a tavola quando stringevo la forchetta mi venivano i crampi nelle mani: so benissimo i sacrifici che comporta questo sport, però psicologicamente ero talmente forte che ho superato tutto. A volte ho combattuto anche con una mano fratturata, la condizione psicologica in quei momenti diventava determinante.

Dopo le due sconfitte con Michele Piccirillo lei decise di non fermarsi, andando a conquistare un titolo che ancora mancava al suo palmares, quello europeo. Cosa la spinse verso quella direzione invece di cercare la gloria mondiale contro uno degli altri campioni in carica di quegli anni?

Il titolo europeo era il titolo che avevo sempre sognato perché era il titolo che aveva reso grande la mia famiglia. Il titolo europeo dei pesi medi conquistato da mio padre era all’epoca una cosa stratosferica, la gente lo riconosceva e lo fermava per strada quando girava. Il giorno della rivincita di Bari con Piccirillo, prima ancora del match, mentre io stavo riposando in camera alle cinque di pomeriggio, mi telefonò Salvatore Cherchi che allora era il mio manager e mi disse: “Sai, mi hanno telefonato dalla Germania, c’è la possibilità di fare il mondiale della WBO contro Akhmed Kotiev tra venti giorni”. Io mi sono messo ridere e gli ho detto: “Salvatore, aspettiamo, che stasera ho un impegno un po’ difficile, poi vediamo come muoverci”. Il match con Michele fu durissimo, spettacolare, davvero molto bello; forse sono un po’ presuntuoso nel pensarlo, ma credo che se un match del genere fosse stato fatto da due americani lo avrebbero fatto vedere e rivedere più volte. Eravamo a Bari in un palasport gremito e l’incontro ha fatto due milioni e centomila spettatori su Rai Tre, però secondo me è un match che è stato sottovalutato. È stato lì che ho capito che la mia carriera non era assolutamente finita. Quando sono tornato negli spogliatoi gonfio, sfinito, ma molto soddisfatto della prestazione che avevo fatto, Cherchi mi ha chiesto: “Allora, cosa vuoi fare? Vuoi fare il mondiale?” Ma io gli ho risposto: “No Salvatore, fammi il grosso regalo di portarmi il campione d’Europa in Italia e dammi la possibilità di provare a vincere l’unico titolo che non ho conquistato”. Il capolavoro di Cherchi è stato quello di portare a termine la trattativa con Nesterenko. Loro sono venuti credendo probabilmente di fare un match molto facile e invece quella sera ho fatto un altro grande combattimento vincendo ai punti.

Questo e altri successi della sua carriera ebbero luogo nella sua Ferrara. Quanta importanza ebbe la spinta dei suoi concittadini per il raggiungimento di tanti traguardi e come fu in generale il suo rapporto con il pubblico ferrarese?

Devo dire che in occasione del match con Nesterenko ci rimasi molto male per la scarsa presenza di pubblico. Per andare incontro alle esigenze economiche dell’organizzazione accettai di combattere per un compenso fisso a cui si sarebbe aggiunta una percentuale legata al numero degli spettatori, come avevo già fatto in altre occasioni. Quella volta però inizialmente avevo detto di no, perché avvertivo un’atmosfera che non era molto euforica, ma alla fine accettai. Quel combattimento fu un flop a livello di pubblico: 600 paganti, uno scandalo! E infatti lo dissi molto chiaramente: “Questa è una ferita che mi porterò dentro per tutta la vita”, era stato come un tradimento. Dopo ci fu una riappacificazione con il pubblico fino ad arrivare alla serata stratosferica delle ottomila persone in piazza contro Escriche che furono la mia apoteosi personale. Portare ottomila persone in piazza fu un’impresa straordinaria la cui portata mi è diventata chiara a fine carriera col passare degli anni, dato che sul momento non lo avevo realizzato appieno. Ferrara è una città strana, fatta di gente molto educata, fredda all’apparenza ma che riesce a scaldarsi nel momento del bisogno. Al Palasport io ho fatto accorrere sempre un sacco di gente che mi ha sostenuto con grande entusiasmo; probabilmente sulle poche presenze con Nesterenko influirono le due sconfitte con Piccirillo. Forse tanti non sono venuti per timore di assistere alla fine della mia carriera che invece proprio quel giorno è entrata nella sua terza fase. Sono andato avanti per altri tre anni da campione d’Europa, vincendo e perdendo, ma ottenendo sempre rivincite immediate; penso di aver dimostrato di essere un pugile competitivo a livello internazionale.

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