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Intervista a Gianfranco Rosi: le imprese da record dell’eterno outsider

Nel pugilato, come in ogni altro sport, arrivare a laurearsi campione del mondo è un’impresa estremamente difficile. Ancor più difficile tuttavia è mantenere tale status per anni, accumulando difese su difese contro ogni tipologia di avversario e venendo spesso indicato come outsider dagli esperti. Per restare vincenti nel tempo infatti, oltre al talento occorrono grande professionalità, spirito di sacrificio e un’incrollabile forza mentale, tutte caratteristiche che hanno permesso a Gianfranco Rosi di diventare uno dei pugili più vincenti della storia della boxe italiana.

Parlando della lunga e appassionante carriera del superwelter perugino, a destare particolare impressione sono i numeri: 6 vittorie valide per il Titolo Italiano, 4 per quello Europeo, ma soprattutto 13 successi validi per una cintura mondiale, prima quella WBC e poi quella IBF. Il tutto senza conteggiare la conquista del titolo WBO successivamente revocato per un controverso caso di doping, nonostante la relativa inchiesta abbia dimostrato l’assoluta buona fede del pugile.

Rosi ha calcato i ring professionistici per ben 27 anni, togliendosi una soddisfazione dopo l’altra e vincendo spesso e volentieri anche contro lo scetticismo generale. Il suo stile inusuale, privo del colpo risolutore ma basato principalmente sulla scelta di tempo, sulla velocità e sull’astuzia non convinceva infatti i puristi e lo condannava a un perenne ruolo di outsider. Non mancarono le battute d’arresto, ma a differenza di altri atleti, crollati sul piano psicologico al primo intoppo, il campione umbro riuscì a risollevarsi dalle dure sconfitte prima del limite patite per mano dei feroci picchiatori Lloyd Honeyghan e Donald Curry prendendo lo slancio per nuove imprese da record.

Pochi giorni dopo il suo 63esimo compleanno, abbiamo contattato Rosi per confrontarci con lui sui momenti topici del suo brillante percorso sportivo.

Il suo primo titolo conquistato da professionista fu quello italiano dei pesi welter, strappato al temibile Giuseppe Di Padova nonostante il deficit di esperienza. Quanto contò il pubblico scatenato di Perugia in quella travolgente vittoria?

Di Padova sulla carta era più forte di me, anche perché aveva più esperienza ed era fisicamente molto dotato. Io ero in fase di crescita, in un momento di sviluppo sia fisico che pugilistico e quindi posso dire di aver fatto quella sera il mio primo piccolo capolavoro: vinsi nettamente, addirittura per abbandono e fu una vittoria molto significativa. Il pubblico fu importante perché combattemmo al Quasar di Perugia, una  grande discoteca che all’epoca era molto importante e che quella sera era strapiena di tifosi perugini. Tutti gli aspetti di quella prima serata vittoriosa contribuirono a formare un bel cocktail di successo.

La sua striscia di vittorie, che le permise di cingersi la vita anche con la cintura europea dopo quella italiana, si interruppe bruscamente con un duro KO subito per mano di Honeyghan…

La sconfitta con Honeyghan è arrivata durante una fase nella quale nutrivo l’ambizione di affrontare tutti i pugili: era quindi un passaggio necessario. Si sapeva che Honeyghan era un pugile molto forte sul piano fisico, però io avevo dalla mia parte una grande tecnica e mettevo sul piatto un’esperienza abbastanza vasta. Fu una sfida un po’ particolare che indubbiamente loro prepararono bene: lui non casualmente portò un destro micidiale che io presi in pieno e che ancora ricordo… Di fronte a un colpo del genere sicuramente pochi riescono a stare in piedi e in effetti poi la potenza di Hoyneghan si è manifestata anche a livello mondiale. Era un pugile molto potente e con me in quella occasione ha rivelato pienamente questa sua dote.

Dopo quella battuta d’arresto molti la davano sfavorito contro l’inglese Chris Pyatt, tanto che il telecronista della RAI Paolo Rosi poco prima dell’inizio parlava di “compito quasi proibitivo”. Quale fu la chiave per disinnescare il pericoloso pugile britannico e riconquistare il Titolo Europeo nella nuova categoria dei superwelter?

È chiaro che dopo la sconfitta per il Titolo Europeo contro Honeyghan, che ci poteva stare perché le prime esperienze hanno sempre dei punti interrogativi, per me diventava fondamentale la vittoria con Pyatt, benché si sapesse che anche lui era un pugile potente. Io del resto ho incontrato sempre pugili molto più potenti di me, però avevo dalla mia parte un po’ di esperienza in più e soprattutto la voglia di riconfermarmi. Quando mi diedero questa opportunità a Perugia non posso dire che fossi convinto di vincere, perché la convinzione assoluta della vittoria non può mai esserci, però sapevo di essere in grande condizione. Sono partito con il freno a mano tirato perché non volevo spendere troppe energie: contro i picchiatori bisogna mantenere la condizione psicofisica al meglio perché al momento opportuno bisogna tirarla fuori. Poi però feci veramente un grande incontro, una vittoria netta, schiacciante, che mi ha dato ancora più carica per il futuro.

Il sogno di una vita fu coronato nuovamente a Perugia, dove lei sconfisse il fortissimo Lupe Aquino conquistando il mondiale WBC, ancora una volta da sfavorito. Nonostante il match dominato per larghi tratti, due cartellini le diedero un solo punto di vantaggio. Possiamo dire che quella sera fu più forte persino dei giochi di potere?

Io credo che le sorprese nel nostro sport non mancano, non sono mai mancate e non mancheranno mai. Quando un pugile deve conquistare qualcosa, non dico che debba stravincere, ma indubbiamente deve imporsi in maniera netta. La mia vittoria è stata netta e progressiva: nelle ultime riprese, quando io probabilmente potevo muovermi sul ring quasi senza portare colpi e risparmiarmi, ho cercato invece di affondare ancora di più. Ormai però il titolo era nelle mie mani, non c’erano dubbi. Forse i giudici non hanno voluto sbilanciarsi molto, quindi mi hanno dato la vittoria con uno scarto “minimo”. Comunque la cosa importante era vincere e fare la prestazione così come è stata fatta. Fu una grande gioia: sono stato il primo pugile umbro a vincere un mondiale, in casa, in un contesto come quello… insomma un grande successo. Io ho sempre incontrato pugili molto più forti sulla carta e ritenuti avvantaggiati per l’eventuale vittoria, ma sapevo che sul ring è l’atleta stesso che cambia tutte le regole del gioco, quindi ho avuto sempre fiducia nelle mie possibilità. Però davo il meglio quando mi consideravano in difficoltà.

Dopo aver perso il titolo per mano del grande campione Donald Curry fu costretto a recarsi negli Stati Uniti per provare a tornare campione del mondo. In palio c’era la cintura IBF e il suo avversario Darrin Van Horn vantava addirittura 40 vittorie su 40 match disputati. Cosa le è rimasto impresso di quella straordinaria trasferta vincente in terra americana?

Vi racconto qualche aneddoto divertente. Gli americani sono maestri nel provocare un atleta e metterlo in soggezione. Fin da quando siamo arrivati, io ero trattato come la vittima predestinata, loro presentavano così quel match. Il giorno successivo al nostro arrivo andammo al Trump Castle, che apparteneva all’attuale Presidente degli Stati Uniti Donald Trump: era lui che organizzava l’evento. Entrammo in una sala grandissima, con quindici o venti schermi giganti che trasmettevano tutti i KO di Van Horn per farci sentire in posizione di svantaggio. Poi hanno presentato il match e hanno chiamato me; io potevo dire poco, l’inglese oggi lo conosco un po’ di più, ma all’epoca non tantissimo. Quindi avevo fatto fare una maglietta, con la mia faccia sul davanti insieme alla scritta “A te ci penserò domani” tradotta in inglese. Quando gli abbiamo regalato questa maglietta, gli americani sono rimasti stupiti; loro che sono famosi per le sorprese, quella volta sono stati anticipati. Avranno pensato: “Ma questo che cosa vorrà fare?” Ecco, questo è stato un episodio buffo, però indubbiamente la situazione sportiva non sembrava delle migliori, perché contro Van Horn i bookmaker mi davano sfavorito per 20 a 1. Si avvertiva un’aria di sconfitta ancora prima di iniziare. Il capolavoro che poi ho fatto sul ring, rispetto a tanti altri, è stato studiato a tavolino, perché Van Horn poteva essere battuto da me solo così come l’ho affrontato io. Non essendo io un picchiatore e non potendo quindi buttarmi dentro per scambiare, abbiamo preparato una combinazione di gancio sinistro e diretto destro ed è stata proprio l’arma con cui nel primo round l’ho colpito, l’ho messo a terra e gli ho fatto capire che vento tirava. Io volevo vincere per KO, però eravamo al primo round e sapevo che c’erano altre undici riprese… Soprattutto dalla quinta ripresa in poi è stato un match a senso unico; addirittura un giudice poi mi disse che non mi ha voluto dare ancora più punti perché altrimenti avrebbe dovuto assegnare zero riprese a Van Horn, il che fa capire quanto netta fu la mia vittoria. È stato un capolavoro preparato in palestra, anche se poi chiaramente ripeterlo sul ring è sempre difficile.

I due incontri con l’ostico francese Gilbert Dele diedero l’ennesima dimostrazione del suo carattere. Molti dissero che il verdetto del primo match, svoltosi a Montecarlo, fu un po’ generoso nei suoi confronti, ma nella rivincita disputata in Francia la sua tattica spiccatamente offensiva lasciò tutti a bocca aperta e le permise di agguantare una meritatissima vittoria. Cosa cambiò tra la prima e la seconda sfida?

Per vincere un Titolo Mondiale lo sfidante deve mettere sul ring qualcosa in più per far vedere che merita di portare via il titolo al campione. Quello di Montecarlo non è stato un grandissimo match, l’ho sempre detto, le mie condizioni non erano le migliori: non dico che fossi al 50%, ma non ero al 100% e neanche al 90. Questo indubbiamente ha lasciato l’amaro in bocca ad alcuni che pensavano che io avessi l’obbligo di stravincere. E invece nel pugilato non si deve stravincere, basta vincere. Nella parte finale del match Dele prese diversi colpi; anche io ne sentii un paio che furono notevoli, me lo ricordo, però ho sempre recuperato e ho mantenuto la lucidità. Quello è un match che io, anche se solo per un punto, credo di aver vinto. Poi in ogni caso gli abbiamo dato la rivincita come hanno voluto loro, quando hanno voluto loro: siamo stati a loro disposizione per far capire che io non avevo problemi ad andare in Francia. Sono andato lì e ho fatto un match di prepotenza, come per dire: “Io sono il campione e se vuoi vincere il mondiale mi devi battere”. La mia condizione fisica e mentale era al massimo, quindi è stato un incontro spettacolare nel corso del quale ho preso dei colpi anch’io, perché mi sono lanciato prepotentemente all’attacco per non metterlo in condizione di fare la sua boxe. È stata davvero una bella prestazione.

Vuole aggiungere qualcosa per i lettori di Boxe-Mania?

Molti mi chiedono: “Ma tu pensavi che nella tua vita avresti fatto tutto questo?” Ognuno di noi ha dei sogni nella vita, chi nello sport, chi nel lavoro; ma io vi dico sinceramente che il mio sogno era quello di aprire un grande e bellissimo bar a Perugia. Era uno di quei sogni che si fanno da ragazzino. Poi un giorno andai in quella palestra e da lì cambio tutta la mia prospettiva. Quindi ricordatevi sempre che la vita ci riserva delle sorprese veramente grandi: io posso dire di averne avuta una che credo sia andata al di là di ogni possibile previsione. E quello che ho fatto per il mio sport mi dà grande orgoglio perché nel pugilato ho scoperto un mondo meraviglioso.

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