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Giacobbe Fragomeni: sempre avanti a guardia alta, sul ring come nella vita

A Giacobbe Fragomeni la schiettezza non è mai mancata. Che si sia trattato di avanzare a guardia alta verso l’avversario o di fronteggiare i colpi più duri e pesanti della vita, “Giaco” non si è mai tirato indietro. Proprio la testardaggine del calabrese cresciuto nella periferia di Milano lo ha portato ad alzare al cielo parecchi titoli, tra cui quello mondiale WBC. Ed ecco dunque per la rubrica “Italia vincente” il percorso sportivo e di vita, pieno di salite ripide, del campione Giacobbe Fragomeni.

Giaco ha più volte dimostrato come il ring per un pugile sia un posto sicuro, talvolta molto di più della strada e della propria casa. Ha vissuto nel quartiere Stadera, tra il Naviglio Pavese e via Montegani. Una zona in cui spesso si sono incrociate storie complicate e, per così dire, “difficili”. Fragomeni lì ha aperto una palestra e ha lavorato con i ragazzi del quartiere tanto da meritarsi anche l’Ambrogino d’oro, una delle più alte onorificenze cittadine, consegnatagli dall’allora sindaco, Letizia Moratti.

Nel 2016, ha dimostrato di sentirsi a proprio agio non solo tra le sedici corde ma anche nel piccolo schermo, vincendo il reality televisivo L’Isola dei famosi. Una pausa di “leggerezza” che a quanto pare sembrò giovargli anche tra le corde. L’anno successivo alla partecipazione al programma televisivo Fragomeni salì nuovamente sul ring dopo circa due anni di stop e dopo due sconfitte per KO, difficili da digerire.

Durante la sesta edizione della manifestazione pugilistica “The Night of kick and punch” ad Assago, a 48 anni ricordò a tutti, soprattutto allo sfortunato pugile ungherese, Tamas Polster, la potenza e la sua precisione dei sui ganci al fegato. Fu KO in tre riprese. Non di certo l’avversario più forte che si sia trovato davanti, ma sicuramente si trattò di una grande prova per dimostrare, ancora una volta, che è sempre possibile venir fuori dai periodi negativi.

Quando a 20 anni Fragomeni entrò nella palestra di Ottavio Tazzi del pugilato gli importava poco. Voleva soltanto perdere un po’ di chili perché “era un ciccione flaccido”, come ha più volte raccontato il suo allenatore con il petto gonfio d’orgoglio. A poco a poco quella palestra è diventata però un rifugio. Il posto dove andare, non per scappare, ma per imparare ad affrontare i problemi personali: padre violento, sorella morta per overdose, il richiamo di alcool e droga a cui per un periodo anche lui aveva ceduto. In più occasioni Fragomeni ha dichiarato di aver temuto molto di più gli schiaffi della vita che i pugni degli avversari. Il ring dopotutto è un posto sicuro.

La sua carriera da dilettante è iniziata a 20 anni e a 22 aveva all’attivo più di 50 incontri. Impossibile non notarlo. Infatti nel ’93 arrivò la prima convocazione in nazionale e da lì una serie di vittorie di peso: il bronzo ai campionati mondiali del ’97 a Budapest; la medaglia d’oro agli europei di Minsk l’anno successivo, fino alla convocazione nella squadra olimpica nel 2000. E poi la decisione di abbandonare le 3 riprese per passare tra i professionisti.

Nonostante un brutto infortunio al gomito proprio a inizio della nuova carriera, Fragomeni riuscì ad accumulare vittorie, tanto che nel 2007 incrociò i guantoni con il britannico David Haye per conquistare il titolo europeo EBU dei pesi massimi leggeri. Un incontro difficile, combattuto a tutto cuore fino alla nona ripresa, quando un fulmineo gancio dell’inglese lo costrinse a piegare le ginocchia. La prima sconfitta da professionista. “Certe volte basta un pugno e finisce tutto. Anche questo è il bello del pugilato”, ha spiegato lo stesso Fragomeni durante un’intervista rilasciata alla Rai. L’anno successivo il grande riscatto.

Il 24 ottobre, a Milano in un Palalido sold out, Giacobbe sconfisse ai punti Rudolf Kraj, pugile ceco allora imbattuto, e agganciò attorno alla sua vita il titolo mondiale WBC dei pesi massimi leggeri. Fragomeni difese il titolo a maggio del 2009 contro il pugile polacco Krzysztof Wlodarczyk, a Roma. Ma pochi mesi dopo non riuscì a ripetere la vittoria in Germania e perse ai punti contro l’ungherese Zsolt Erdei. Iniziò in quel momento una congiuntura sfavorevole.

Nel 2012 un derby tutto italiano per aggiudicarsi la cintura mondiale “silver” del circuito WBC. All’angolo opposto a quello di Fragomeni c’era Silvio Branco. Dodici riprese che terminarono in parità aprendo la strada a un inevitabile rematch. A dicembre dello stesso anno i due combattenti si affrontarono nuovamente a Riva del Garda. Ancora 12 riprese il cui esito è impossibile da dimenticare. Per la prima volta nella storia della WBC il verdetto di un incontro non fu annunciato.

Dopo l’ultimo round, mentre i pugili tornavano all’angolo alcuni componenti del team di Branco aggredirono l’allenatore di Fragomeni, Maurizio Zennoni. Nel quadrato ci fu il caos e il responsabile WBC decise di non proclamare subito l’esito dell’incontro. Cinque giorni dopo, la federazione diramò una nota in cui si attestava la vittoria di Fragomeni. Ma senza riportare il punteggio. Come sempre accade tra due grandi combattenti Fragomeni e Branco risolsero i loro dissidi e successivamente hanno dichiarato di essersi anche allenati insieme.

Nel 2013 venne organizzato un nuovo incontro negli USA contro il polacco Krysztof Wlodarczyk, che nel frattempo era riuscito a conquistare il titolo iridato. Durante il quarto round un sinistro devastante colpì in pieno volto Fragomeni provocandogli una seria ferita allo zigomo. Alla sesta ripresa il medico suggerì di interrompere l’incontro e Giacobbe decise di seguire l’indicazione. Quell’incontro fece riflettere sull’importanza di combattere ad armi pari. I guantoni utilizzati dal polacco erano stati fatti su misura per rendere l’impatto dei suoi colpi più potente. In altre circostanze, ha spiegato lo stesso Fragomeni, i pugni del polacco erano stati più deboli.

Nel 2014 l’ultimo incontro prima della “pausa televisiva”. Il palio c’era il titolo europeo detenuto da Rakhim Chakhkiev. Il pugile russo era più alto, più veloce, più giovane. Ciononostante Giacobbe avanzò per tutta la durata del match, resistendo ai colpi d’anticipo dell’avversario senza mostrare la minima smorfia di fatica. Poi alla quarta ripresa la guardia alta non bastò a resistere al destro del russo e l’incontro finì con un KO tecnico. Campioni però non si diventa soltanto con le vittorie, ma dimostrando di saper tornare a vincere e le sedici corde non c’entrano.

Intervista a Giacobbe Fragomeni: 50 anni vissuti all’insegna del riscatto!

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