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Intervista a Franco Udella: un piccolo grande campione

Piccolo di corporatura, ma grande per talento e determinazione: l’ex pugile sardo Franco Udella non ebbe bisogno di una stazza imponente per togliersi immense soddisfazioni sul quadrato. Lo fece nelle categorie più leggere, quelle in cui la velocità e la tecnica assumono ruoli di primissimo piano, rendendosi protagonista di un’avvicente scalata che dalla maglia azzurra della nazionale dilettanti lo condusse, passo dopo passo, alla gioia sconfinata del mondiale tra i professionisti.

Che Franco avesse la vittoria nel DNA lo si era capito fin da quando si batteva in canotta: su 147 match disputati tra i “puri” il sardo ne vinse infatti ben 140, conquistando un argento agli Europei e prendendo parte a due Olimpiadi, prima a Città del Messico nel 1968 e poi a Monaco di Baviera nel 1972. La mancata conquista di una medaglia non lo scoraggiò, ma al contrario lo spinse a tentare l’assalto al professionismo con ulteriori stimoli e desiderio di rivalsa. La sua esperienza dilettantistica, unita alle qualità prodigiose che Udella metteva in mostra ogni volta che saliva sul quadrato, spinsero il suo manager Umberto Branchini, solitamente molto prudente, a un piccolo azzardo, contrapponendo l’italiano al fortissimo campione del mondo dei pesi mosca Betulio Gonzalez dopo soli 18 match. Andò male, ma Franco, che prima di incappare nel colpo del KO stava facendo un grande match, prese consapevolezza dei suoi mezzi e smaltita la delusione si rimise subito in corsa verso il suo sogno.

I successi di prestigio non tardarono ad arrivare: prima l’europeo dei mosca, strappato a Pedro Molledo con una performance travolgente, poi il mondiale WBC della neonata categoria dei minimosca divennero proprietà del piccolo guerriero sardo in meno di sei mesi. Il trionfo iridato sul messicano Valentin Martinez, squalificato per un colpo ai reni al dodicesimo round di un match saldamente nelle mani di Udella, rappresentò per il nostro portacolori il punto più alto di una traiettoria sportiva di assoluto spessore. Purtroppo la federazione gli revocò la cintura a tavolino quando lui non fu in grado di difenderla a causa di un problema fisico, ma tale evento spiacevole non impedì a Franco di continuare a collezionare difese del titolo europeo che rimase nelle sue mani per la bellezza di quattro anni e mezzo.

Fermato dal venezuelano Luis Estaba nel suo tentativo di riprendersi il mondiale, Udella continuò a battersi valorosamente fino al 1979, quando decise di appendere i guantoni al chiodo nonostante avesse appena 32 anni. Il nostro rappresentante aveva appena lasciato la corona europea nelle mani del forte Charlie Magri, un prospect nato in Tunisia e naturalizzato britannico, caratterizzato da fisico imponente e potenza notevolissima: Franco battagliò colpo su colpo col giovane rivale nella tana del lupo dell’Empire Pool di Wembley e fu superato soltanto per Split Decision. Di questa e di altre battaglie abbiamo cordialmente discusso con lo stesso Franco Udella che ha gentilmente accettato di rispondere alle nostre curiosità per questa puntata della rubrica “Italia vincente”.

Dopo soli 18 match disputati da professionista ebbe la possibilità di battersi per il titolo mondiale contro il forte venezuelano Betulio Gonzalez. Il campione la sorprese con un colpo da KO mentre lei era in vantaggio ai punti: con il senno di poi pensa sia stato un errore accettare quel match così presto?

No, era un’occasione da non lasciarsi sfuggire. Io infatti ho accettato subito, appena me l’hanno proposto. Stavo andando benissimo ma l’avversario era un po’ più esperto di me nel professionismo e man mano che si trascorre tempo tra i professionisti si sta sempre meglio sul ring. Infatti da quel match ho tratto esperienza per le sfide successive. Nella vita si vince e si perde, se uno fa un bell’incontro e non vince significa che l’avversario è stato più bravo e io ho sempre detto: “largo ai più bravi”. Io non perdevo da tanto tempo, perciò quella sconfitta mi ha fatto crescere. Da quel momento in poi sul ring sono stato un pochino più attento.

Meno di un anno dopo la sconfitta con Gonzalez lei centrò il più grande successo della sua carriera conquistando il titolo WBC dei minimosca. Quanto fu difficile avere la meglio sullo scorbutico messicano Valentin Martinez e come mai quella cintura le fu successivamente sottratta a tavolino dalla federazione?

Contro Martinez ho fatto un bellissimo incontro, avevo vinto quasi tutte le riprese; lui scappava e ogni tanto cercava di darmi una testata, ma fortunatamente non ci riusciva. Era un avversario alla mia portata e ho potuto esprimermi al meglio. Il match è finito per squalifica perché lui oltre a mirarmi continuamente con la testa ha iniziato a colpire ai reni: fortunatamente c’era un arbitro serio che ha preso la decisione giusta. Mi portarono via la cintura perché avevo una difesa in programma che avevo chiesto di spostare essendo malato e così mi hanno preso il titolo senza combattere.

Prima di battere Martinez lei aveva fatto suo l’europeo dei pesi mosca mettendo KO Pedro Molledo. Alla prima difesa, contro lo svizzero Fritz Chervet, avvenne qualcosa di strano: l’arbitro diede il no contest squalificando entrambi. Cos’era successo quella sera e quali sono i suoi ricordi della successiva rivincita, in cui lei fu atterrato nel secondo round prima di dominare il resto del combattimento?

L’arbitro squalificò tutti e due perché lui cercava di colpirmi con la testa e a un certo punto io ho iniziato a inseguirlo per farlo anche io. Era diventata una lotta invece che un match di pugilato. Nella rivincita non ci fu un vero atterramento: ero scivolato perché quella sera il tappeto del ring era scivoloso. Infatti dopo la seconda ripresa gettarono una sostanza per non farci scivolare. Fu un errore dell’arbitro contarmi, tant’è vero che dopo il match mi disse di essersi sbagliato pensando che ero finito giù a causa di un colpo. Lo ricordo comunque come un bellissimo incontro.

Il suo lungo regno europeo la vide affrontare, tra gli altri, il suo conterraneo Emilio Pirreddu. Ebbe un sapore particolare per lei questo inconsueto derby sardo valido per la cintura continentale?

Pirreddu era un ragazzo che si allenava nella mia stessa palestra: eravamo grandi amici! Ci siamo trovati ad un punto in cui lui ha detto “Io vorrei fare un incontro con Franco, anche se siamo amici vorrei affrontarlo”. E a quel punto il mio manager, che era anche il suo manager, ci fece fare l’incontro. Poi andò tutto bene: fu un bel match e dopo siamo rimasti grandi amici e lo siamo tuttora. Del resto ci siamo allenati per dieci anni nella stessa palestra.

La sua lunga e gloriosa carriera si concluse con una battaglia infuocata a Wembley, contro l’astro nascente Charlie Magri, giovane inglese nato in Tunisia a cui cedette il titolo soltanto per Split Decision. A distanza di anni ritiene che si trattò di un verdetto onesto? E come mai non cercò di ottenere la rivincita?

Io ero e sono ancora uno di quelli che quando qualcosa va male non cerca scuse. È andata male, ho perso. Io odiavo perdere, così dopo quell’incontro ho iniziato a pensare di ritirarmi. Avevo sempre detto “quando arriverà uno più bravo di me, sarà giusto che vada avanti”. Uno più bravo era arrivato ed era ora di smettere, prima di diventare “suonato”. Molti mi dicevano: “Ma te ne stai andando giovane, puoi continuare!” Ma io rispondevo: “Ho perso questo e non voglio perdere anche il prossimo, perciò mi ritiro e basta”. Uno come me che ha fatto sette anni in nazionale, è stato capitano della squadra, ha fatto i suoi grandi incontri e tanto altro, ha già fatto una grande carriera: la mia è stata fantastica. Più di questo non si poteva fare… Colpi ne ho presi pochi e di più non volevo prenderne, perché altrimenti avrei rischiato di finir male.

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