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Intervista a Massimiliano “Momo” Duran, l’idolo di Ferrara che sorprese il mondo

Credere in sé stessi è il primo indispensabile requisito per dare vita a una carriera vincente. Tanti potenziali campioni hanno visto i propri sogni andare in fumo per aver smarrito fiducia e convinzione nei propri mezzi alle prime difficoltà; altri hanno invece continuato a inseguire i propri obiettivi con cieca determinazione anche quando il resto del mondo li considerava spacciati, raggiungendo così risultati tanto straordinari quanto inattesi. Il peso cruiser Massimiliano “Momo” Duran, caratterizzato da fisico scultoreo e ottima tecnica di base, fa parte a pieno titolo del secondo gruppo, essendo partito più volte sfavorito nei pronostici prima di sorprendere il mondo con la forza dei pugni, al punto da diventare un autentico idolo per i suoi concittadini di Ferrara.

Buon sangue non mente dice il proverbio; il sangue di Duran è di prima qualità avendolo ereditato dal padre Juan Carlos, nato in Argentina e naturalizzato italiano, tre volte campione europeo a cavallo degli anni ’60 e ’70. Oltre al patrimonio genetico il genitore trasmise a Momo, soprannome scherzoso legato al suo primo avversario nei professionisti, gli insegnamenti giusti per tagliare i più grandi traguardi. Ma come anticipato, senza crederci nel profondo dell’anima Massimiliano si sarebbe fermato presto: due sconfitte nei primi cinque match a torso nudo avrebbero demotivato infatti quasi chiunque. Duran però continuò imperterrito a combattere e a progredire e dopo essere diventato campione italiano al termine di una guerra senza quartiere con il feroce campione dell’epoca Alfredo Cacciatore, vide spalancarsi davanti a sé le porte del mondiale.

Le successive vittorie contro pugili di indiscutibile e comprovato valore come il portoricano Carlos De Leon e il congolese trapiantato in Francia Anaclet Wamba, oltre a regalare all’Italia il primo titolo mondiale dei pesi cruiser della sua storia, diedero alla carriera di Momo importanza e notorietà internazionali, al punto da suscitare l’interesse del celeberrimo “Motor City Cobra” Thomas Hearns, pronto a cercare gloria nei pesi cruiser dopo aver scalato innumerevoli categorie. Purtroppo sul più bello la sorte voltò le spalle al gigante buono di Ferrara: l’amato padre Juan Carlos perì in un tragico incidente stradale nel gennaio del 1991. Rimasto privo dei preziosi consigli paterni e dopo aver visto sfumare la gloriosa sfida con Hearns a causa di un infortunio di quest’ultimo, Massimiliano perse rivincita e bella contro Wamba e si avviò alla fase conclusiva del suo percorso sportivo. Momo tuttavia non appese i guantoni al chiodo prima di un ultimo grande sussulto, portandosi a casa anche il titolo europeo nella sua Ferrara con un brutale KO inflitto all’insidioso picchiatore britannico Derek Angol.

Siamo lieti di ospitare per la nostra rubrica “Italia vincente” le parole del coraggioso peso cruiser ferrarese, oggi stimato allenatore, che ha gentilmente risposto alle domande di Boxe-Mania sulla sua carriera di pugile.

Il suo primo titolo conquistato da professionista fu quello tricolore, strappato davanti al pubblico amico di Ferrara al pericoloso picchiatore Alfredo Cacciatore. Per ben due volte i colpi del suo avversario la sorpresero costringendola al conteggio, ma lei non si perse d’animo e sovvertì le sorti del match vincendo prima del limite. Quanto fu importante quella battaglia infuocata per la sua crescita?

Per la sfida con Alfredo Cacciatore, nella quale partivo assolutamente sfavorito, feci una preparazione straordinaria sotto la guida di mio padre e con l’aiuto fondamentale di Sugar Beya che mi impegnava quotidianamente facendo i guanti. Ritengo quell’incontro il vero e proprio trampolino di lancio della mia carriera.

Dopo soli 15 match giunse per lei l’occasione d’oro di sfidare a Capo D’Orlando il leggendario campione WBC dei pesi cruiser Carlos De Leon. Fu una notte memorabile, iniziata con tanta tensione, proseguita con personalità crescente e chiusa con la squalifica del suo avversario. A distanza di anni, ritiene giusta quella decisione arbitrale o avrebbe preferito concludere il match, dato che era in vantaggio ai punti?

A dire la verità mi è sempre rimasto il rimpianto di non aver finito ai punti, anche perché oltre a essere in vantaggio ero ancora pieno di energie; purtroppo l’arbitro commise l’errore di non ammonire subito Carlos, costringendo così il supervisore della WBC a rilevare la grave irregolarità e a decretare l’inevitabile squalifica.

La prima difesa del titolo avvenne contro il possente francese Anaclet Wamba. Fu un match durissimo, in cui dovette resistere alle ferite dovute alle testate dello sfidante e ai colpi terribili che più volte la videro sull’orlo della disfatta. Eppure lei strinse i denti riuscendo clamorosamente a scuotere Wamba a pochi secondi dalla fine, inducendolo all’ennesima scorrettezza e alla conseguente squalifica. Cosa le diede la forza per non mollare?

Dieci giorni prima della difesa del titolo, mentre mi trovavo in ritiro a Bogliasco, ebbi un attacco influenzale con febbre altissima, il tutto al termine di una preparazione durissima. Arrivai al combattimento debilitato ma per fortuna con una grande preparazione alle spalle; le testate di Wamba condizionarono non poco il mio combattimento, che diventò veramente difficoltoso, specialmente per quanto riguarda la nona ripresa: dovetti ricorrere a tutto il mio orgoglio per superarla, ma con l’aiuto di mio padre e le grandi motivazioni che fungevano da propulsivo riuscii a riprendermi per quanto possibile e a metterlo in seria difficoltà nell’ultima ripresa prima dell’ultima testata che comportò la squalifica. Ad ogni modo furono proprio le fortissime motivazioni a darmi la forza di andare avanti.

Prima del match con Wamba si parlava insistentemente di un match tra lei e il fuoriclasse americano Thomas Hearns. Eppure dopo la sua vittoria quell’incontro non si concretizzò e lei incrociò altre due volte i guantoni col temibile francese, questa volta con esito negativo. Quanto la demotivò la mancata realizzazione di quella sfida tanto prestigiosa e potenzialmente remunerativa?

La sfida con Hearns fu proprio la principale motivazione che mi consentì di vincere il primo incontro con Wamba, oltre al pensiero di quanta fatica avevo fatto per essere in cima al mondo. Il secondo incontro fu il primo match disputato senza mio padre all’angolo e vennero commessi errori inperdonabili; avevo un’arteria recisa in fronte dalla prima ripresa e all’undicesima, quando fui costretto ad abbandonare essendo arrivato oltre al limite delle possibilità fisiche, ero ancora in vantaggio. Ancora mi chiedo perché non chiamarono il medico per interrompere prima il combattimento. Ovviamente veder sfumare la possibilità di combattere in America con un grande campione che purtroppo si infortunó in allenamento mi dispiacque, ma la verità è che quella volta manco mio padre a tutelarmi.

Dopo la perdita del titolo mondiale lei non rinunciò a regalare un’ultima gioia al suo pubblico di Ferrara, conquistando quel Titolo Europeo che ancora mancava al suo palmares. Lo fece mettendo fuori combattimento il britannico Derek Angol in undici riprese; possiamo definire quel gancio destro il più bel KO della sua carriera? E quanto incise la spinta del pubblico in questa e nelle altre sue imprese sportive?

L’incontro con Angol fu per me un esame di maturità che mi avrebbe dovuto riportare al mondiale. In realtà il colpo che decise il combattimento fu un mezzo gancio sinistro col quale atterai Angol, ma l’arbitro non lo vide e non lo contó; il destro fu quello che lo finì e fu un gancio portato dall’alto al basso di facile esecuzione, perché lui ormai era finito.
Riguardo al pubblico, non finirò mai di ringraziarlo per tutto il calore e la forza che mi trasmetteva in tutti i miei incontri: veramente un gran pubblico al quale sarò sempre riconoscente al punto da affermare che divenne campione con me.

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