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Intervista a Cristian Sanavia, il demolitore mancino di Piove di Sacco

I picchiatori non sono tutti uguali. C’è chi è in grado di “spegnere le lampadine” al rivale con un singolo colpo risolutore e chi ne scardina le resistenze fisiche e mentali fendente dopo fendente attraverso un’opera di demolizione che porta i suoi frutti col passare dei round. I secondi non sono meno letali dei primi, anzi, talvolta possono rivelarsi un vero e proprio incubo per gli avversari, incalzati senza sosta e senza respiro da un angolo all’altro del ring. Tra i maggiori esponenti della categoria dei demolitori che l’Italia abbia proposto negli ultimi decenni Cristian Sanavia ha occupato un ruolo di primo piano.

Il pugile mancino di Piove di Sacco ha infatti scalato uno dopo l’altro tutti i gradini che conducono alla gloria: un percorso canonico che partendo dal titolo italiano e attraverso la conquista di quello europeo lo ha portato sulla vetta del mondo in una notte storica per il nostro pugilato, nella bolgia incandescente della Chemnitz Arena in Germania. La strada che ha portato l’atleta veneto a battere quel Markus Beyer che dopo il ritiro di Sven Ottke aveva assunto il ruolo di campione più amato dagli appassionati tedeschi, non è stata tuttavia priva di ostacoli. Più volte sul punto di appendere i guantoni al chiodo tra disillusioni e problemi personali, Cristian non ha mai mollato e oggi, a distanza di più di sei anni dal suo ritiro dall’attività agonistica, resta fortemente legato a quel mondo delle sedici corde che gli ha donato tante gioie e soddisfazioni.

Abbiamo contattato Sanavia per farci raccontare i retroscena della sua storia di pugile indomabile; ecco a voi le risposte che ci ha gentilmente fornito per la puntata a lui dedicata della nostra rubrica “Italia vincente”!

Il suo primo titolo conquistato da professionista fu quello italiano. Tra le difese del tricolore spicca la vittoria in quattro riprese sull’ottimo pugile Claudio Ciarlante: un match sulla carta equilibrato che lei dominò sin dall’inizio vincendo poi per ferita. Si aspettava un trionfo così travolgente?

Il titolo italiano nella mia Piove di Sacco mancava da quarant’anni. Ciarlante era un grande amico perché da Roma veniva ad allenarsi da noi; trovarsi a fare una difesa ufficiale tra amici non è bello. Avevamo fatto spesso i guanti insieme, ma io perdevo sempre: io non ero uno che rendeva nel fare i guanti, avevo bisogno della platea e della tensione del match. Questo possono confermarlo tutti i maestri che ho avuto, faticavo nello sparring e poi quando arrivavo al match vincevo sempre: in palestra capita di essere stanchi per la preparazione e la voglia non è sempre tanta [ride NDR]. Quando arrivi sul ring invece sei preparato e concentrato. Io non pensavo di vincere contro Ciarlante; due ore prima di combattere eravamo a prendere il tè insieme, non è facile per due pugili mettere da parte l’amicizia. Però quando ho visto che lui è partito con l’intenzione di mettermi KO ho risposto alla “o la va o la spacca” ed è andata bene.

Al titolo italiano seguì l’internazionale WBC che lei strappò a un autentico carrarmato: il nigeriano Jerry Elliott, ancora imbattuto e con un record pieno di KO. Oggi un match del genere per un semplice titolo internazionale sarebbe impensabile. Dove trovò la forza di reagire dopo l’inizio durissimo?

Quello era un pugile da affrontare per bruciare le tappe. Era un periodo in cui stavo bene ma era una sfida dura perché si trattava di un pugile che vinceva quasi sempre per KO, il più forte tra quelli gestiti dalla Universum in quel momento. I suoi KO solitamente avvenivano dopo 3 o 4 riprese, però la cosa che mi ha spinto a tirar fuori la cattiveria è quello che è successo durante le operazioni di pesatura e durante la conferenza stampa. Lui infatti mi ha detto “Tu farai tre riprese con me”. Diceva di essere un “Big champion” mentre io ero “small”, un campione piccolo rispetto a lui. Allora io gli ho detto: “Ti farò morire fino alla dodicesima ripresa”. Io non sono mai andato in conferenza stampa a dire agli avversari “tu non sei nessuno”, ho sempre preferito far parlare le sedici corde. Quindi quando gli ho sentito dire che mi avrebbe messo KO in tre round ho pensato che avrebbe dovuto uccidermi per mettermi KO. È un pugile che poi in Italia non è più venuto: nessuno lo ha voluto affrontare.

La cintura europea arrivò alle spese del francese Morrade Hakkar con un verdetto di strettissima misura prima che lo stesso Hakkar gliela portasse via cinque mesi dopo. Quanto era difficile decifrare lo stile stranissimo del transalpino che si muoveva senza sosta e portava una quantità incredibile di colpi?

Quando l’ho affrontato in casa per la prima volta il match è stato equilibrato, ma io ho fatto qualcosa in più e ho vinto ai punti. È stato un match veramente rognoso perché lui rispondeva colpo su colpo: io portavo le bordate e lui portava i piumini. Poi è successo che nell’arco dei mesi successivi ho cambiato palestra, ho lasciato il mio vecchio maestro Gino Freo e sono stato completamente fermo per tre mesi. Volevo appendere i guantoni al chiodo perché avevo visto delle cose che non avrei mai pensato di vedere nello sport del pugilato. Il dio denaro comanda sempre. Io non facevo il pugilato per i soldi, lo facevo per l’amore che provavo per questo sport e infatti non mi ci sono arricchito. Poi comunque mi hanno convinto a fare questa difesa; andavo ad allenarmi a Forlì dal maestro Valerio Nati, tecnico della nazionale e mio carissimo amico, facevo il pendolare da Piove di Sacco. Sono arrivato all’incontro un po’ scarico mentalmente; fisicamente ero pronto, ma alla prima difficoltà che ho avuto ho abbandonato.

Il vero e proprio momento magico del suo percorso sportivo coincise con la magnifica vittoria in Germania contro il campione del mondo della WBC Markus Beyer. Quali ricordi associa a quella vittoria indimenticabile che la vide salire sul tetto del mondo contro i pronostici della vigilia?

Mi davano sfavorito per 10 a 1. Se avessi avuto mille euro sarei andato a scommetterli su di me, ma non li avevo. Quando mi è arrivata la telefonata di Cherchi che mi ha chiesto di raggiungerlo a Milano io non avevo nemmeno i soldi per prendere il treno. Ho chiesto un prestito a un amico e quando sono arrivato a Milano per prima cosa ho preteso il rimborso del biglietto di andata e ritorno. Cherchi mi ha fatto la sua proposta, la borsa per fare il titolo mondiale era una miseria; poi ha fatto partire una videocassetta che conteneva un incontro di Beyer. Io ho visto la prima, la quarta, la settima e la dodicesima ripresa, poi gli ho chiesto: “Mi dai il doppio se divento campione del mondo?” ma lui ha detto di no [ride NDR]. Sono tornato a casa con la convinzione che sarei diventato campione del mondo. Peccato che poi come mi capitava sempre dopo aver vinto un titolo, ho perso la rivincita. Proprio quando l’avevo visto in difficoltà è arrivato quel colpo su una mia distrazione. Ho ancora il ricordo di Cherchi che mi diceva di non mollarlo e di me che gli rispondevo “Non preoccuparti, ora ci penso io”: crack! Un attimo dopo sono finito KO.

La soddisfazione della vittoria del primo match però non può portargliela via nessuno. Furono dodici riprese ad alto ritmo: che peso ha avuto la preparazione atletica nella realizzazione di quel capolavoro sportivo?

Avevo assunto un preparatore atletico di alto livello che mi ha “spompato” come non mai. La differenza però non l’ha fatta la preparazione fisica, la differenza la fa sempre la testa. Quando stai bene mentalmente e non hai problemi che ti assillano non ce n’è per nessuno. Quando a fine carriera ho fatto l’Europeo in Danimarca contro James DeGale sono arrivato preparato fisicamente ma con la testa non c’ero: mi stavo separando da mia moglie con la quale ho avuto due figli. Un campione sarebbe stato capace di superare anche questi problemi; evidentemente io non ero un campione. Sono molto severo con me stesso su questi aspetti: in quei tre giorni in Danimarca avrei dovuto concentrarmi soltanto sul match, invece la testa era a Piove di Sacco e questo ha indebolito il mio carattere. Io il carattere per affrontare le difficoltà del quadrato l’ho sempre avuto, ma quelle fuori dal ring mi distruggevano.

Il terribile KO subito nel rematch con Beyer non le impedì di regalare all’Italia un altro regno europeo. Ciò le diede anche l’opportunità di vendicarsi su quel Danilo Haussler che due anni prima l’aveva battuta con un verdetto scandaloso a Norimberga ma ancora una volta provarono a metterle i bastoni tra le ruote con un arbitraggio del tutto sbilanciato. Quant’è dura la vita del pugile in trasferta?

Son d’accordo anch’io sul fatto che nel primo match con Haussler avevo fatto qualcosa in più di lui, ma per vincere in Germania non bastava fare soltanto qualcosa in più. Combattere in trasferta è come andare in battaglia, ma per onestà occorre dire che è dura anche per gli stranieri che vengono in Italia. A me non hanno mai dovuto regalare niente in Italia perché ciò che ho vinto in casa l’ho vinto con la spinta del pubblico. Avevo un popolo intero che mi seguiva, organizzandosi anche con i pullman per venirmi a vedere e al palazzetto radunavo tra le cinquemila e le seimila persone. In un contesto del genere hai una motivazione tre volte superiore a quella dell’avversario. Quando vai fuori casa invece devi fare un po’ il menefreghista. Devo ammettere però che dai tedeschi sono stato lodato: a furia di combattere in Germania hanno finito col volermi bene.

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