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Una vita contro ogni pronostico: Carmelo Bossi, il campione silenzioso

Carattere schivo, riservato, fermamente contrario a sbandierare i suoi successi, che pure furono molteplici: Carmelo Bossi ha dato tanto al nostro pugilato senza mai pretendere in cambio fama e copertine. Forse è proprio a causa di questa sua riservatezza che il nome del talentuoso milanese oggi ha meno risonanza rispetto a quello di altri atleti del passato, più esibizionisti anche se meno vincenti. Eppure Bossi in carriera seppe riempire la sua bacheca con trofei di immenso prestigio, dalla medaglia d’argento olimpica al titolo mondiale. Ciò che impressiona di più, è che tutto ciò lo fece contro ogni pronostico, facendosi beffe della diffidenza degli scettici. Andiamo dunque a ripercorrere le grandi tappe della storia sportiva di questo campione silenzioso per la nostra rubrica “Italia vincente”!

Le “fatiche d’Ercole” per il posto alle Olimpiadi

Bossi evidenziò le sue enormi potenzialità fin da giovanissimo, laureandosi campione italiano nei dilettanti a soli 18 anni e agguantando la medaglia d’argento agli europei l’anno successivo. Apparentemente destinato a rappresentare l’Italia nei pesi welter alle Olimpiadi di Roma, ebbe però una brutta sorpresa: l’allenatore azzurro Natalino Rea aveva deciso di far scendere Nino Benvenuti nei pesi welter, sbarrando così la strada al giovane Carmelo. Quest’ultimo dovette salire di categoria e giocarsi il posto con Sandro Mazzinghi, Giuseppe Galmozzi e Remo Golfarini. Li sconfisse tutti, uno dopo l’altro, ma non fu ancora sufficiente: un imprevedibile ripensamento della Federazione gli impose un ulteriore test contro Tommaso Truppi, sceso dalla categoria dei medi. La vittoria di un Bossi furibondo per KO pose finalmente fine alle sue “fatiche d’Ercole” e gli spalancò la strada per la rassegna olimpica. Giunto al grande torneo da outsider assoluto, Bossi surclassò pugili ben più quotati di lui e si arrese soltanto in finale, senza sfigurare, allo statunitense Wilbert McClure. Quell’argento sorprendente lo proiettò nel mondo insidioso del professionismo.

Dal tricolore al continente, con lo sguardo sul mondo

Benché alcuni ritenessero la sua boxe poco adatta al mondo dei pro, “Melo”, com’era detto dagli amici, si abituò presto al sapore della vittoria anche nel pugilato a torso nudo. Dato perdente alla vigilia come di consueto, strappò a Domenico Tiberia il titolo italiano dei welter e dopo essersi imposto anche nel rematch diede l’assalto con successo al trono d’Europa, scalzando il detentore francese Jean Josselin. Quest’ultimo, col suo stile battagliero e tambureggiante era fatto apposta per esaltare la scelta di tempo e i riflessi del nostro portacolori, che difatti lo superò anche nella successiva rivincita. Molte fonti riportano erroneamente che durante il suo regno di campione europeo Bossi si battè anche per il mondiale. In realtà quello che per due volte venne messo in palio tra l’italiano e il sudafricano Willie Ludick a Johannesburg era soltanto la “versione sudafricana” del titolo, di nessun prestigio al cospetto del vero mondiale che a quei tempi era nelle mani del fortissimo americano Curtis Cokes. Le due sconfitte ai punti di Bossi in quello che all’epoca era il Paese dell’apartheid furono quindi sostanzialmente indolori.

Coraggio o follia? La batosta senza paradenti e il “periodo no”

Tra coraggio e follia esiste un confine sottile, a volte non semplice da individuare a priori. Quando Bossi a ridosso della sua difesa europea contro il picchiatore Fighting Mack, tecnicamente rozzo ma molto potente, si fece estrarre un dente cariato, sottoponendosi a un ciclo di antibiotici, avrebbe dovuto rimandare il match. Il dolore era ancora presente e l’organismo debilitato, ma il suo coraggio lo spinse a salire ugualmente sul ring e a battersi senza paradenti per limitare la sensazione di fastidio. Per nove round Melo riuscì a controllare l’inesperto rivale, ma nel decimo pagò a caro prezzo una singola distrazione: un gancio del pugile delle Antille Olandesi gli ruppe la mandibola costringendolo alla resa anticipata e alla corsa in ospedale, non prima di essersi rialzato per terminare la ripresa in piedi. Quest’inattesa sconfitta segnò l’inizio di un periodo negativo per il milanese che si vide prima battere in maniera controversa dal portentoso americano Freddie Little a causa di una testata accidentale e poi in trasferta dall’austriaco Johann Orsolics, che gli impedì di tornare campione europeo con un verdetto ai punti di strettissima misura.

Il trionfo più grande: Bossi sul tetto del mondo!

Proprio quando la carriera di Bossi sembrava giunta al capolinea, il manager Libero Cecchi e il promoter Rodolfo Sabbatini, con un piccolo capolavoro organizzativo, gli concessero una chance insperata: battersi per le cinture mondiali unificate salendo nella categoria dei superwelter. Di fronte a lui, davanti ai 12mila spettatori accorsi a Monza, c’era ancora una volta Freddie Little, autentico fuoriclasse snobbato in patria a causa del suo stile attendista che non piaceva agli americani ma capace di far vedere i sorci verdi a pugili del calibro del nostro Mazzinghi. Proprio le grosse difficoltà patite dal pugile di Pontedera, che contro Little si salvò per via di un controverso no-contest, spingevano gli esperti a non concedere a Bossi molte possibilità. Per l’ennesima volta Melo li costrinse a ricredersi: dopo un match tattico, confuso e frammentato, il pugile italiano riuscì ad accelerare con foga negli ultimi round e a guadagnarsi il verdetto: era campione del mondo! La sua capacità di trovare lo sprint decisivo in extremis lo aiutò anche in occasione della prima difesa in trasferta con il caparbio spagnolo sordomuto Jose Hernandez: un pareggio col brivido sufficiente a conservare lo scettro.

Quel filo rosso tra Bossi e Lopopolo: il Giappone non porta bene

C’è una sorta di filo invisibile che lega Carmelo Bossi a un altro storico fuoriclasse italiano, quel Sandro Lopopolo di cui vi abbiamo già raccontato le imprese. Entrambi milanesi, entrambi mancini impostati in guardia normale, entrambi accusati di concedere poco allo spettacolo col loro approccio prudente e conservativo; ma le similitudini non si fermano qui. Dopo aver conquistato la medaglia d’argento alla stessa edizione dei Giochi Olimpici infatti, i due campioni esordirono da professionisti nella stessa riunione, dando poi vita a due carriere gloriose destinate a sfociare nel mondiale che i due persero nello stesso Paese! Proprio come Lopopolo, che era volato in Giappone attratto dalla borsa più alta in carriera ed era stato detronizzato da Takeshi Fuji, anche Bossi non cedette alle lusinghe della terra del Sol Levante e fu costretto a cedere le sue cinture all’idolo locale Koichi Wajima. Se però Lopopolo era stato polverizzato in due riprese, Bossi fu beffato ai punti per Split Decision dopo un match sul filo del rasoio in cui aveva replicato con freddezza e autocontrollo alle movenze singolari del folcloristico picchiatore giapponese.

Fu l’ultima performance tra le sedici corde del nostro campione, tenutosi lontano in seguito dalle luci dei riflettori in compagnia della moglie Annamaria e delle figlie Alessandra e Carla. Bossi si è spento a 74 anni in quella stessa Milano in cui era nato, cresciuto e divenuto pugile, prima di trasferirsi a Ferrara negli anni ’60; se oggi possiamo raccontarvi un’Italia vincente, lo dobbiamo anche e soprattutto a pugili come lui.

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