fbpx

Talento e indole da vero pugile: Bruno Arcari, il fenomenale antidivo del ring

Se c’è un particolare che colpisce di Bruno Arcari è la franchezza delle sue parole, prive di spunti retorici, di contorni artefatti o di superbia. Bruno aveva i piedi ben saldi per terra, e un’onestà tranciante, senza orpelli: era un pugile semplicemente fenomenale, uno dei più grandi della nostra storia – per molti il più grande assieme a Duilio Loi – ma ha sempre lasciato che fossero gli altri a celebrarlo. Bruno pensava ad allenarsi bene, con testa e cuore, con rigore e sudore, perché così era di indole e così gli avevano insegnato: “Ho sempre interpretato il pugilato come un lavoro da svolgere al meglio, senza distrazioni, sempre ricordando ciò che mi insegnò il mio primo maestro: puoi sentirti il re del mondo, ma basta un decimo di secondo per trovarti col sedere per terra”. Così si raccontò, in una bella intervista di Claudio Colombo per il Corriere della Sera.

Era, allora come oggi, riservato, schivo, poco avvezzo alla mondanità. Tanto da lasciare che il tempo lo riportasse quasi all’anonimato nonostante le cinture, i trionfi e una vita spesa sul ring.

GENOVA, IL CALCIO E LA MAMELI

Nato ad Atina, in Ciociaria, il 1° gennaio del 1942, ma genovese d’adozione, Bruno si trasferisce con la famiglia nel capoluogo ligure durante il primo anno di vita, per sfuggire ad una terra martoriata dalla guerra.

Da ragazzino comincia a giocare a calcio. Non è molto dotato tecnicamente, ma il temperamento non gli manca:Avevo quattordici anni e giocavo al pallone sull’ala sinistra, ma bisticciavo sempre con tutti”.

Gli consigliano di darsi al pugilato e lui, incuriosito, decide di entrare nella palestra Mameli Pejo di Genova, dove viene deriso dai maestri Alfonso Speranza e Armando Causa per via delle gambe troppo grosse. Lo rimandano al giorno successivo, per testarne la convinzione. Il giorno dopo Bruno si ripresenta, incurante del trattamento ricevuto, e da lì non se ne va più.

Mostra da subito talento, e indole da vero pugile: “In palestra c’erano parecchi ragazzi che erano bravi, e un bel giorno ho detto al maestro: io questi qui li picchio tutti”. Non era arroganza, ma assoluta convinzione nei suoi mezzi.

Si entusiasma, e la noble art diviene per lui ben più di una semplice passione.  Questi i ricordi di Bruno, in un’intervista a Danilo Francescano per storiedisport.it: “Ero ragazzino, avrò avuto sì e no quindici anni, e facevo il garzone a Nervi in un negozio di frutta e verdura. C’erano alcuni miei amici pazzi per il pugilato: quando combatteva Duilio Loi, e lo faceva spesso a Milano, tiravano fuori la giardinetta e andavano su. Bruno vieni? Spesso mi aggregavo anch’io: essendo il più piccolo, mi infilavano dietro, nel bagagliaio. Sognavo di essere Loi”. 

DALLE PRIME SCONFITTE FINO ALL’IMBATTIBILITÀ

Diventa dilettante e nel 1962 vince il titolo italiano dei superleggeri, confermandosi anche l’anno successivo. Vince poi il torneo preolimpico e alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 si presenta come l’atleta di punta di tutto il movimento pugilistico. Nell’incontro di apertura è però costretto all’abbandono, in un match che stava controllando agevolmente, a causa di una testata del keniano Alex Oundo.

L’esordio nel professionismo, nel 1964, è altrettanto amaro. Ancora una volta è una testata a fermarlo, questa volta da parte di Franco Colella. Che non concede alcuna rivincita e finisce per scrivere sul suo biglietto da visita “Franco Colella, vincitore di Arcari, come raccontato in seguito da Giuliano Orlando.

Seguono poi dieci vittorie, che lo proiettano verso il titolo italiano, contro Massimo Consolati. E ancora una volta a frenarne l’ascesa, in un match che stava conducendo, è una ferita all’arcata, provocata da un gancio destro di Consolati. Nonostante lo sconforto, Arcari non desiste dai suoi propositi, anche grazie al supporto di Rocco Agostino, suo storico manager, e di Rino Tommasi, tra i primi a credere in lui.

Da qui in avanti, nessuno riuscirà più a fermare Arcari: troppo talento, troppa convinzione e troppa intelligenza. Bruno impara a proteggere le arcate sopraccigliari, suo autentico tallone d’Achille, migliorando la guardia e perfezionando i movimenti. È un mancino naturale, dotato di grande rapidità di gambe e di un movimento continuo. Sa far male con entrambe le mani e, più di ogni altra cosa, ha la convinzione dei migliori: quella che lo spinge a non arretrare mai, e ad andare oltre le difficoltà.

Tra i primi a farne le spese c’è proprio Consolati, che concede la rivincita ad Arcari e si vede portar via il titolo italiano dei superleggeri, a causa di una squalifica per reiterati tentativi di scorrettezze.

Dopo aver difeso il titolo per tre volte, arriva il match contro il campione europeo, l’austriaco Johann Orsolics.

Allo Stadthalle di Vienna, in un’atmosfera infuocata e surreale, con 15.000 austriaci a far tremare le mura del palazzetto e a sostenere l’idolo locale, Arcari vita al primo dei suoi capolavori: concede all’avversario i primi round di studio, poi sale in cattedra, finendo per ammutolire il pubblico e vincendo l’incontro per KOT, con Orsolics fermato dall’arbitro a causa delle ferite riportate.

Difende il titolo europeo per quattro volte, vincendo sempre prima del limite.

IL SOGNO MONDIALE

Poi, il 31 Gennaio del 1970, giunge finalmente la chance per il titolo mondiale WBC, contro il filippino Pedro Adigue, un pugile dall’indole quasi furiosa, capace di ogni scorrettezza sul ring. È un incontro al limite, per brutalità e violenza. Al 3° round un terrificante gancio destro alla mascella fa piegare le gambe all’italiano, che tuttavia resiste. È come una scossa per Bruno, che comincia dar battaglia. Le ultime tre riprese rimangono ancor oggi nella leggenda: è Arcari a condurle, nonostante Adigue non molli di un centimetro, fino a che un gancio sinistro dell’italiano non fa barcollare il filippino. Al suono della campanella, il verdetto unanime: Arcari è campione del mondo!

Bruno diviene finalmente famoso. In Italia raggiunge una fama inverosimile, nonostante sia l’archetipo dell’antidivo, lontano dai riflettori e dai salotti buoni: Mi chiamavano da tutte le parti, ma io pensavo soltanto al lavoro, a prepararmi bene. Da campione mondiale le borse migliori toccavano a me: più restavo al vertice, più guadagnavo. Fine della storia”. Questo è Arcari, in tutta la sua schiettezza.

Nel marzo del 1971, a Roma, Bruno deve difendere il titolo mondiale dall’assalto di Joao Henrique, pugile brasiliano dal talento cristallino. È un match combattuto ad armi pari, che Bruno si aggiudica ai punti. Ma il verdetto è generoso, come riconosciuto dallo stesso pugile.

Circa un anno dopo, nel giugno del 1972, i due si ritrovano nuovamente uno di fronte all’altro. L’incontro è un tale evento da catalizzare l’attenzione di 200 milioni di telespettatori nel mondo. In Italia fa registrare uno share dell’87%, polverizzando il precedente record di Italia-Germania 4 a 3. Henrique è sicuro di vincere e la cosa carica ulteriormente Arcari. Sul ring danno vita ad un confronto spettacolare, ma è Arcari a compiere l’ennesima impresa. Negli ultimi round, colpisce con tale veemenza da rompere la mascella di Joao, che resiste strenuamente, ma è costretto al tappeto dopo che Arcari lo raggiunge con un colpo allo stomaco. Si rialza, ma non ne ha più e Bruno è portato nuovamente in trionfo.

UN ULTIMO SUSSULTO E IL RITIRO SILENZIOSO

Il 2 settembre del 1974, dopo averlo difeso per 9 volte, abbandona volontariamente il titolo mondiale, così come aveva fatto per il titolo italiano ed europeo. Non riesce più a rientrare nel peso, e prosegue la carriera nei welter. Sono in molti a credere nella possibilità di organizzare una sfida incredibile contro Josè Napoles, ma il campione cubano chiede cifre spropositate: il sospetto che non abbia mai voluto saperne di sfidare Arcari aleggia ancor oggi tra gli addetti ai lavori.

La carriera di Arcari nei welter è breve e sicuramente meno significativa, ma regala un ultimo sussulto quando sulla strada di Bruno si para un giovane pugile in grande ascesa, l’italo-australiano Rocky Mattioli. È il canto del cigno di Arcari, che conduce la prima parte del match grazia alla superiore velocità e tecnica, e che resiste strenuamente all’assalto vigoroso di Mattioli, ben più giovane e più pesante, nella seconda parte. Il verdetto è di parità.

Due anni dopo, nel 1978, Bruno Arcari si ritira a vita privata, mettendo la parole fine ad una carriera incredibile, da dominatore assoluto. Oggi vive a Deiva Marina, nella riviera di Levante, lontano dai riflettori e da quel mondo a cui ha regalato pagine memorabili.

“La tigre di Trieste” Tiberio Mitri: ascesa e caduta dell’angelo biondo del ring

Condividi su:
  • 881
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

3 comments

  • Mauro

    Bellissimi articoli e poi condividi in pieno il riconoscimento come miglior pugile italiano , Loi non lo posso ricordare , e’ stato per me il più entusiasmante poi quando si feriva diventava una belva e’ stato veramente eccezionale. Benvenuti sicuramente dotato di gran talento ed ottimo pugno ma meno spettacolare forse i più grandi suoi incontri non meli ricordo perché sono del 1960 .

    • Alessandro Preite

      Ciao Mauro. Grazie per l’apprezzamento. Tra gli articoli trovi anche una breve monografia di Duilio Loi, in caso volessi approfondire, oltre a interviste ad altri protagonisti della nostra storia pugilistica, come Benvenuti e Mazzinghi.

  • Pingback: Boxe-Mania.com – La partenza da emigrante, il ritorno da campione: intervista a Rocky Mattioli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

X