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L’Africa nel sangue e l’Italia nel cuore: i grandi trionfi di Sumbu Kalambay

Nato nel Paese in cui Muhammad Ali siglò la più straordinaria delle sue vittorie ma capace di portare in alto i nostri colori onorandoli con i più importanti trionfi che un pugile professionista possa desiderare: la storia del peso medio Sumbu Kalambay non può mancare nella nostra rubrica sull’Italia vincente! I due soprannomi di Sumbu riflettono in maniera perfetta la duplice appartenenza del suo cuore: da una parte “Ali” rende onore al pugile che nella sua terra fece sognare l’Africa, dall’altra “Patrizio” è un omaggio al nostro Oliva e quindi al nostro pugilato. Riviviamo dunque insieme i momenti magici della carriera di Kalambay, corredati dalle parole che lui stesso ha gentilmente rilasciato a Boxe-Mania!

La pazienza di Sumbu nel diventare grande

Ci sono pugili che esprimono il massimo del proprio potenziale sin dai primi anni di professionismo; ce ne sono altri che raggiungono il top passo dopo passo, migliorando col trascorrere del tempo. Kalambay apparteneva alla seconda tipologia: nonostante l’ottimo record messo in piedi nel dilettantismo, con 90 vittorie su 95 match disputati, Sumbu da pro dovette masticare qualche boccone amaro prima della consacrazione. Giunto al titolo italiano con uno score molto positivo ma non immacolato, faticò a imporsi su Giovanni De Marco e quando subito dopo gli venne concessa la chance europea contro l’esperto danese di origini africane Ayub Kalule, l’esito non fu quello sperato. Il campione in carica infatti esercitò sul nostro portacolori una pressione forsennata e Sumbu, pur siglando due atterramenti, diede a tratti l’impressione di essere a disagio, venendo superato ai punti di stretta misura. Ma “Patrizio” non si perse d’animo, come afferma lui stesso: “Quella sconfitta mi diede la forza, una motivazione in più, per riprovarci ancora, perché ero consapevole che potevo vincere quel titolo”.

Dall’Europeo al Mondiale: i grandi trionfi

Per riprovarci Kalambay dovette attendere un anno e mezzo, ma il secondo tentativo fu quello vincente. Questa volta non c’era il pubblico amico di Ancona a tifare per lui: Sumbu dovette recarsi nell’infuocata Arena di Wembley e sfidare l’idolo locale, il longilineo mancino Herol Graham, che aveva letteralmente distrutto Kalule portandogli via il titolo. Nettamente sfavorito nei pronostici e opposto a un rivale imbattuto e in odore di mondiale, Kalambay firmò un capolavoro sfoderando un jab meraviglioso e convincendo i giudici con un ultimo round da antologia in cui atterrò Graham e sfiorò il KO. A tal proposito ricorda: “Ho sempre creduto in me stesso e sapevo che dovevo vincere a tutti i costi lì in Inghilterra, per portare in Italia questo titolo importante”. Ormai Sumbu non si poneva più alcun limite e cinque mesi dopo effettuò il colpo grosso: al Palazzo dello Sport di Livorno surclassò il brutale picchiatore Iran Barkley portando a casa il vacante titolo mondiale WBA dei pesi medi. “La passione, l’impegno, la grinta, sono state le motivazione per cercare di sconfiggere un picchiatore forte come lui”.

Il regno di campione e il colpo maledetto

“Questi titoli sono la conferma di come ho sempre cercato di dare il massimo, anche andando contro le opinioni delle persone che non credevano in me, ma non per questo non ero rispettato, anzi, solo che soltanto io ci credevo fino in fondo”. Il numero di chi credeva in lui raggiunse il culmine quando Kalambay difese il suo mondiale dall’assalto del fortissimo Mike McCallum, mai sconfitto in 32 match da professionista e capace di battere prima del limite pugili del calibro di Luigi Minchillo, Julian Jackson e Donald Curry. I punteggi risicati che premiarono Kalambay quella notte a Pesaro possono ingannare: in verità il nostro pugile dominò la contesa e avrebbe meritato ben altri margini. Purtroppo anche le favole più belle hanno una fine e quella del regno di Sumbu si concluse nel modo più crudele: volato in USA per sfidare il campione IBF Michael Nunn, fu colpito a freddo con un sinistro micidiale che lo mise fuori gioco nel primo round. “La tattica era quella di stare corpo a corpo, il più vicino possibile, perché con un mancino è difficile boxare da lontano. Purtroppo non sono riuscito a evitarlo, quindi non saprei come sarebbe finita”.

Non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta

Superati i 33 anni e digerita la delusione della trasferta statunitense, Kalambay avrebbe forse potuto lasciarsi andare abbandonando i sogni di gloria, ma non lo fece. Riacciuffò invece il titolo europeo in un derby mozzafiato con Francesco Dell’Aquila e sfiorò la riconquista del “suo” mondiale WBA in una rivincita con McCallum persa di un’incollatura e con un verdetto dubbio. Ma ancora una volta la sconfitta non bastò a fermare il nostro campione: non solo seppe far suo l’europeo per la terza volta, ma riuscì anche a difenderlo dall’assalto di pugili più giovani e molto dotati come il già citato Herol Graham, battuto nuovamente, e l’irlandese Steve Collins, che poi avrebbe fatto sfracelli tra i supermedi. Qual era il suo segreto per mantenersi così a lungo ai massimi livelli senza pagare lo scotto dell’avanzare dell’età? Ce lo spiega lui stesso: “Per avere un lungo percorso nel pugilato, bisogna essere degli atleti, dei professionisti seri, con tanta passione, impegno e allora i sacrifici vengono ripagati”. 

La fine di un percorso e un nuovo inizio

La carriera di pugile di Sumbu Kalambay si chiuse dopo l’ultimo tentativo mondiale, stavolta per la sigla WBO, che lo vide sconfitto a Leicester contro lo scorbutico inglese Chris Pyatt. La storia di “Patrizio”, o se preferite “Ali”, nel mondo delle sedici corde tuttavia andò avanti lungo una strada diversa, quella dell’insegnamento. Sumbu infatti, dopo aver appeso i guantoni al chiodo, ha sentito l’esigenza di trasmettere quanto imparato in tanti anni di esperienza e da maestro ha saputo togliersi le sue belle soddisfazioni. Indimenticabile è stato il binomio tra lui e il nostro peso massimo Paolo Vidoz, di cui recentemente vi abbiamo raccontato il principale trionfo (15 anni fa, Vidoz vs Hoffmann: l’urlo di Paolone nella tana del lupo!), ma altrettanto ammirevole è stata la collaborazione con il talentuoso pugliese Michele Piccirillo, capace di vincere tutto da professionista. Oggi Kalambay, da tecnico della nazionale italiana, continua a dare i suoi consigli alle nostre nuove leve e chissà che a breve non venga fuori un suo erede, in grado di far sognare l’Italia come fece lui, magari proprio nella “categoria perfetta” dei pesi medi!

Il gentleman del ring compie 50 anni! Intervista a Michele Piccirillo

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