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La boxe non è per tutti: il triste spettacolo di Robinson vs Paul

La boxe è di tutti, ma non è per tutti. Anche quando a salire sul ring sono atleti preparati in maniera certosina, abituati a dare e prendere colpi e anche quando le regole vengono fatte rispettare al 100%, la nobile arte non è esente da rischi. Pensare dunque che la semplice idoneità allo sport agonistico sia sufficiente per concedere a chiunque il benestare di salire sul quadrato e battersi con le regole del pugilato professionistico è un errore e il “match” andato in scena allo Staples Center di Los Angeles tra lo youtuber Jake Paul e l’ex giocatore di basket dell’NBA Nate Robinson lo ha dimostrato in maniera drammaticamente inequivocabile.

Quella degli incontri di boxe tra personalità divenute celebri in altri campi è un’abitudine che ha preso piede da qualche anno. I primi episodi hanno visto alcuni youtuber affrontarsi con le regole del dilettantismo, muniti di caschetti protettivi e guantoni anti-shock, ma il grande successo di pubblico ha spinto gli organizzatori ad alzare l’asticella e a richiedere autorizzazioni speciali per includere questi pugili improvvisati nel circuito del professionismo. L’indice di ascolto (parliamo di milioni e milioni di visualizzazioni) ha poi attirato l’attenzione di qualche promoter di peso come Eddie Hearn ed ecco che un anno fa siamo giunti al paradosso di assistere in diretta su DAZN a un’intera riunione imperniata sulla sfida tra le star del web KSI e Logan Paul, con pugili di livello mondiale come Billy Joe Saunders e Devin Haney impegnati nel sottoclou.

Chi affronta l’argomento in sede di analisi si divide generalmente tra quelli che si scandalizzano all’idea che la boxe venga “contaminata” da spettacoli di bassa lega e quelli che mettono in risalto in maniera entusiastica i numeri e gli incassi di queste manifestazioni, teorizzando che possano contribuire ad allargare il bacino degli appassionati a beneficio dell’intero movimento. Pochi però sembrano preoccuparsi della salute di chi, dopo essersi occupato nella vita di tutt’altro, si ritrova catapultato sul ring dopo qualche mese di allenamenti raffazzonati, senza la necessaria preparazione psicofisica per fronteggiare quello che lo aspetta. Chi pratica boxe a livelli professionistici solitamente ha messo piede in palestra per la prima volta quand’era bambino, ha acquisito automatismi e movimenti nell’arco di anni di duro lavoro e perfezionamento, ha imparato ad assorbire gli impatti, a smorzare i colpi, a destreggiarsi nelle situazioni di difficoltà; mettere due guantoni al primo che passa e godersi lo spettacolo equivale dunque a mettere un ragazzino senza patente alla guida di un mezzo lanciato a tutta velocità sull’autostrada.

Veniamo dunque a quanto accaduto ieri tra Robinson e Paul. Fin dalle prime battute si è visto ciò che siamo soliti vedere in questi casi: movimenti scomposti, guardie bizzarre, colpi portati in modo istintivo e casuale. Per un passionato di pugilato è un po’ come assistere a due persone che ballano senza seguire minimamente il ritmo della musica in sala. Verso la fine della prima ripresa, il primo episodio chiave: Robinson si è lanciato in avanti in maniera improvvida, completamente scoperto, ed è stato colpito da un destro sporco alla tempia che non ha visto nemmeno partire. Crollato al suolo, l’ex giocatore di basket è apparso subito molto frastornato, tanto che al “sette” dell’arbitro era ancora disteso e dolorante. A questo punto è successo quello che non doveva succedere: il signor Thomas Taylor, che in teoria dovrebbe saper fare il suo lavoro avendo arbitrato in passato anche titoli mondiali, ha inspiegabilmente rallentato il conteggio e nonostante al suo “nove” il ragazzo avesse ancora un ginocchio a terra, gli ha permesso di rialzarsi e di concludere la ripresa.

Ecco il rischio nel confondere sport e spettacolo: se quello che stava andando in scena fosse stato un evento sportivo in piena regola, non abbiamo dubbi sul fatto che il direttore di gara avrebbe posto fine alle ostilità dopo il primo knock down. Ma come cantavano i Queen, “The show must go on” e quello, nella mente di chi lo ha messo in piedi, era a tutti gli effetti uno show che non poteva quindi concludersi così presto. E così Robinson, ancora poco lucido, ha dovuto sottoporsi a un altro round e ad altri colpi pesanti e pericolosi. Nuovamente lo statunitense è finito al tappeto e nuovamente il signor Thomas gli ha tributato un conteggio lento, dandogli modo di alzarsi e di continuare, tenuto in piedi soltanto dall’orgoglio. Il suo sguardo era spento, i suoi passi malfermi, ma al pubblico non è stata negata la possibilità di vederlo sbattere con la testa contro il tappeto per la terza volta, ormai privo di sensi.

Fortunatamente dopo qualche minuto di apprensione e dopo essere stato soccorso dal personale medico, “Krypto-Nate”, com’era soprannominato sui campi di pallacanestro, ha potuto lasciare il ring con le sue forze e ci auguriamo naturalmente che i traumi subiti non abbiano conseguenze. L’intera vicenda tuttavia dovrebbe spingere tutti gli attori coinvolti, a partire dalle commissioni atletiche statali che concedono le loro autorizzazioni con troppa superficialità, a cosa ci condurrà tutto questo. Cosa si dirà quando il pugile improvvisato di turno finirà in ospedale o peggio ancora quando subirà danni invalidanti? Il nostro sospetto è che sarà il pugilato nel suo insieme a essere messo sotto accusa, perché ormai agli occhi dell’opinione pubblica sport e spettacolo si confondono e associare la nostra disciplina a eventi come questi, che ne calpestano i valori fondanti, finirà col danneggiarla irreparabilmente. Siamo ancora in tempo per dire basta.

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