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Reynoso, dalla detenzione al successo: la storia di chi non ha mai smesso di crederci

É tra i migliori allenatori attualmente in circolazione, tra i più vicenti del momento, una figura imponente nel panorama pugilistico di oggi, specialmente grazie alla collaborazione con la stella messicana Saul “Canelo” Alvarez, ma non solo, anche con ragazzi come Oscar Valdez, Ryan Garcia e l’ultimo arrivato della famiglia Andy Ruiz. Tutti validissimi pugili sì per il talento che madre natura gli ha donato, ma soprattutto per merito della scuola a cui appartengono: quella del mitico Eddy Reynoso. Si sa, nessun grande campione può diventar tale senza il supporto di un valido maestro. Puoi avere tutte le doti di questo mondo, ma se non vengono sfruttate nel modo opportuno finiscono per non servirti a nulla.

Il trainer nato e cresciuto a Guadalajara, vive ormai da venticinque anni negli Stati Uniti, ha una bella famiglia, è ricco e famoso, ha tutto quello che gli si potrebbe invidare, ma un tempo la sua vita non era così fantastica. Tutto ciò che ha, lo ha costruito con le proprie mani, quando queste erano vuote. Eddy è partito dalla sua città all’età di diciannove anni incamminadosi, nonostante i rischi e i pericoli, per il deserto a piedi verso gli States. Al primo tentativo la guardia alla frontiera lo ha rispedito a casa, al secondo lo ha arrestato e messo in prigione.

“È un’esperienza molto umiliante ed è un grande onore poter essere in questo fantastico Paese, gli Stati Uniti, e aver superato quello che ho fatto, essere entrato illegalmente la prima volta ed essere stato incarcerato perchè ero un immigrato. Rispetto gli Stati Uniti; essere in questo Paese e l’opportunità che questo Paese mi ha dato hanno cambiato la mia vita. È un’esperienza che non dimenticherò mai”, ha dichiarato a The Ring TV.

“Ricordo ancora oggi quell’uomo che fu così gentile da prestarmi la sua giacca quando camminavo verso gli Stati Uniti [dal Messico]. Quando ero nel deserto era tutto molto spaventoso e faceva molto freddo. Non avevamo niente. Avevo i vestiti sulla schiena. Questo era tutto. Stavo congelando, non avevo mai lasciato casa da solo”.

Il periodo della detenzione è stato duro, tuttavia Reynoso non ha mollato e ha continuato a  crederci. “Dovevo solo rimanere concentrato su quello che volevo. È qualcosa che ti mette alla prova. Ma ho imparato da mio padre [Jose ‘Chepo’ Reynoso] e da mia madre che le cose sono difficili per tutti e che non cambiano mai la tua mentalità. Dovevo continuare ad andare avanti e a non arrendermi mai. È stato un periodo difficile”.

Finita la prigionia, ha lavorato per tanti anni e pochi spiccioli in macelleria a Salinas in California; finchè nel 2002 è iniziata la sua avventura in palestra nella quale ha dato una mano a suo padre ad allenare Oscar “Chololo” Larios e Javier Jauregui; poi nel 2003 c’è stata la svolta definitiva: l’arrivo in palestra di un giovane ragazzino dai capelli rossi. “Quando avevo 12 anni, sognavo di diventare un pugile professionista. Le cose non sono andate come avevo sognato, ma la vita è cambiata e mi ha messo nella posizione di poter essere un allenatore”, ha proseguito nella sua intervista.

“Ho iniziato ad allenarmi quando avevo 24 anni, mio ​​padre mi ha coinvolto perché ha visto la passione e l’amore che ho per questo sport. É stato mio padre a mettermi in testa che potevo essere un allenatore di successo, e l’altro ad averlo fatto è stato il manager Hall Of Famer Rafael Mendoza. Immaginate Saul ora, ma con un corpo di 13 anni: era lo stesso. È sempre stato così forte e potente che picchiava tutti. Posso dire che Saul ha cambiato la mia vita tanto quanto io ho cambiato la sua. Ci siamo trovati molto bene insieme, ci completiamo a vicenda. È stato il destino. Siamo un grande team”.

Nel 2019 Reynoso ha ricevuto l’ambito premio di Trainer Of The Year, un riconoscimento importante atteso molto più dal suo campione che da egli stesso: “Canelo mi ama come un padre ed è per questo che era così eccitato; fin da quando era un bambino mi diceva sempre che sono il miglior allenatore e che meritavo di essere premiato per questo. Così quando è arrivato il momento, ha voluto essere lui a dirmelo”. Ma quale è il motivo del suo successo e di quello dei suoi pugili?. “Mi piacciono i ragazzi che sono disciplinati e amano imparare. Ci sono molti combattenti là fuori che sono bravi pugili, ma non amano farlo. Voglio che i miei combattenti mi usino come uno strumento, come una spugna e assorbano la mia conoscenza. Voglio dare loro quello che so e che lo usino”.

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